Non so se capita anche a te ma dimenticare un ingrediente in una ricetta, anche se è solo un aroma, cambia completamente il risultato finale. Così la mia amata torta di mele senza cannella non era esattamente la stessa cosa.Ci sono ingredienti che fanno la differenza anche se sono in piccolissima quantità, pure nella nostra vita emotiva.
Quando parliamo di self-compassion è utile ricordarsi tre ingredienti che, essendo dentro di noi, sono sempre a nostra disposizione. Il primo ingrediente è la consapevolezza. Non possiamo essere compassionevoli se non ci rendiamo conto della vera fonte della nostra difficoltà o del nostro dolore. Può sembrare impossibile non essere consapevoli della nostra difficoltà ma non è affatto insolito. Abbiamo così tanti modi per anestetizzare il disagio che possiamo fare fatica a mettere a fuoco cosa c’è che non va. Quindi non diamo per scontato di essere consapevoli solo perché siamo di cattivo umore e cerchiamo di esplorare sensazioni fisiche, sensazioni emotive e pensieri, tre ingredienti di quell’unico minestrone che è la nostra consapevolezza. Già sapere che manca uno di questi elementi può aiutarci nella strada della consapevolezza.
Il secondo elemento della self-compassion è la gentilezza verso sé stessi, un ingrediente spesso sostituito dall’autocritica o dal rimprovero. Questo ingrediente è come lo zucchero: va messo in giusta quantità. Meglio se non è zucchero raffinato ma zucchero naturale, meglio se siamo davvero gentili con noi e non narcisisticamente. Meglio se la nostra gentilezza è l’augurio che i nostri bisogni più autentici possano realizzarsi. Meglio se coltiviamo con pazienza che mettere a dimora questo augurio con impazienza.
Il terzo elemento è il senso della comune umanità condivisa. È come l’aroma – di vaniglia, cannella, menta, basilico – che fa la differenza. Quando pensiamo che qualcosa sia un nostro esclusivo problema, quando ci sentiamo isolati e arroccati manca qualcosa che può sembrare accessorio ma non lo è. In qualche modo tutti noi conosciamo il dolore. Un dolore che non ha un responsabile ma che nasce da un insieme di cause interdipendenti. È difficile da ricordare perché la sofferenza alza le difese e ci isola. Ci separa dagli altri, ci stigmatizza. Ci fa sentire che “solo noi” possiamo sentire e comprendere tutta l’ingiustizia della nostra pena. Così, spesso, cerco di non dimenticare proprio questo aroma e ogni volta che soffro mi ripeto, “Anche tu come me…”Lo ripeto silenziosamente, ad ogni persona che incontro. Perché anche tu, come me, hai conosciuto l’amaro e il salato. Forse è questo quello che si chiama gratitudine: riconoscere che non siamo soli
…ogni dimora divina, riguarda più che altro la trasformazione del proprio cuore, prepara a una rivoluzione interiore irreversibile: sento dolore quando tu soffri, sento gioia quando tu gioisci. Candiani, Chandra. Questo immenso non sapere: Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano
Pratica di mindfulness: La pratica di gentilezza amorevole (Pratica live registrata durante un ritiro). Oppure la pratica delle 8 su Zoom e poi su YouTube
© Nicoletta Cinotti 2021 Il programma di Mindful Self compassion




Uno dei pregiudizi più diffusi è che per essere consapevoli sia necessario calmarsi. In realtà anche accorgersi di essere agitati è consapevolezza. Il radicamento nel presente non consente all’agitazione di trascinarci altrove, di lasciarci trasportare dal fiume dei pensieri. Calmarsi può essere un effetto della consapevolezza ma non è necessario che sia la condizione di partenza.
Tutti noi, con o senza mindfulness, fin dalla nascita abbiamo la capacità di essere presenti e consapevoli. Non è la consapevolezza ad essere rara. È la continuità della consapevolezza che può essere difficile e rara. Di fatto la consapevolezza è discontinua perchè si basa sulla capacità di attenzione e, come sappiamo ci sono tre diversi tipi di attenzione personale: attenzione selettiva, concentrazione e consapevolezza aperta a cui si aggiunge l’attenzione condivisa che sperimentiamo negli scambi relazionali. Siamo consapevoli quando siamo in grado di passare da uno all’altro di questi diversi tipi di attenzione secondo necessità. L’attenzione è importante perché offre stabilità e profondità alla nostra consapevolezza. Se la nostra attenzione è troppo labile non abbiamo il tempo per diventare consapevoli. Se, all’opposto, siamo troppo concentrati, potremmo perdere l’informazione collaterale e limitare l’ampiezza della nostra consapevolezza. La consapevolezza aperta ci permette di comprendere come funziona la nostra mente.
Molto spesso nella mindfulness facciamo pratiche che hanno come scopo quello di de-fusione, ossia di creare uno spazio tra noi e l’esperienza, per permetterci di esplorarla meglio. Quando siamo troppo identificati con l’esperienza in corso ci dimentichiamo che l’esperienza è un elemento mutevole e in continua trasformazione e che identificarci con uno stato mentale transitorio non è vera consapevolezza ma è confondere una situazione transitoria e trasformarla in un tratto stabile. Un conto è dire “provo rabbia” e un conto è dire “sono sempre arrabbiato” come se la rabbia fosse una parte costitutiva della propria identità. Creare consapevolmente questa distanza permette di avere più libertà di scelta, non significa distaccarsi. Significa guardare con una prospettiva più ampia e collocarsi a quella distanza dall’esperienza in cui possiamo offrire conforto alle nostre parti ferite e spazio alla nostra impulsività reattiva. Significa anche passare da un’attenzione preoccupata ad una attenzione affettuosa.





