“Ganca na busia” è un libro, recentemente ripubblicato da Il Saggiatore (2024), che l’autrice consegnò nel 1986 all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Un libro scritto su un lenzuolo del corredo, la cui scrittura iniziò, molto simbolicamente, dopo la morte del marito.
Colpisce per tante ragioni: per la descrizione acuta della miseria e della fatica, fatta senza entrare mai in una sterile lamentazione. Per l’affetto mai critico verso figli e famiglia. Clelia Marchi ha una vita come tante ma ad un certo punto, con figli grandi e dopo la morte del marito, desidera raccontare la sua storia e lo fa da persona che ha la seconda elementare e che non ha mai avuto il tempo di pensarsi

e raccontarsi e che vuole farlo con una forza che è quella della sincerità.C’è qualcosa di tenero nel pensare e scrivere che nella propria vita non si è detto nemmeno una bugia e tenderei a non crederlo per nessuno ma per Clelia faccio un’eccezione. Le credo perché, nella sua semplicità, è sempre stata aderente a sé stessa, non si è mai distaccata con uno sguardo critico ma ha sempre vissuto in prima persona. Il suo libro testimonia che anche senza cultura si ha una voce, che anche se non si è un personaggio si ha una storia. Ecco non vorrei vivere la vita di Clelia, così dura, ma auguro a tutte le donne e a me stessa di vivere in prima persona, senza alter ego perfetti e perfezionisti.
Clelia Marchi, Gnanca na busia, IL Saggiatore
© Nicoletta Cinotti, Addomesticare pensieri selvatici



