Ci sono delle situazioni in cui la verità non è condivisa. Lo stesso episodio viene raccontato in due modi completamente diversi.Succede praticamente in ogni litigio. Quello che racconta una persona non assomiglia affatto a quello che racconta l’altra persona. Sembra che abbiano vissuto due vite diverse. E il conflitto nasce proprio dall’intenzione di far prevalere una sola verità.
Mi capita spesso di essere in questa situazione quando lavoro con le coppie che mi raccontano, in modi a volte davvero opposti, lo stesso episodio. Quando succede provo la stessa sensazione, ogni volta. Il cuore indietreggia e rimane fermo contro il muro, come se volesse sparire. Lascio spazio, cerco di vedere se emerge un punto d’incontro. E invece emerge sempre la stessa storia che ognuno dei due racconta dal proprio punto di vista. Una storia inamovibile. Cambiano gli episodi ma ogni evento riprende la stessa trama e sembra dire “Tu sarai sempre così, non c’è speranza“. Proprio nel momento in cui vengono da me per cambiare mi elencano le ragioni per cui non c’è possibilità di cambiamento e questa impossibilità di cambiamento è colpa – in modo assoluto – sempre dell’altro. È questa la verità scomoda che io dovrei certificare. Vengo chiamata a fare la funzione del giudice e a scegliere chi dei due ha ragione e chi ha torto. Perché entrambi sanno, inevitabilmente, che una ipotesi, una verità la possiedo anch’io e vogliono che la mia verità sostenga la loro. Così vorrei rendere pubblico il criterio che seguo per capire qual è la verità con una lista che definisce come si forma dentro di me il criterio di “non vero”. In una coppia il non vero non è una bugia: è la propria personale ragione dei fatti che ha motivazioni emotive per esistere ma che non è la verità. Il non vero è verosimile e, per questo, confonde.
- se una verità è sempre dentro la stessa storia non è una verità: è un indizio che dovrebbe sostenere una tesi e raramente coglie tutto quello che c’è da vedere
- se una verità contiene emozioni che giudicano l’altro e non emozioni che esprimono chi parla è un atto d’accusa
- se una verità non dà spazio all’ascolto è una recriminatoria
- se la verità è detta senza guardarsi in faccia è detta ad un pubblico e non a chi l’ascolta
- se la verità è detta senza compassione manca della qualità di ascolto
A questo proposito le parole del Buddha sono semplicissime e offrono un buon criterio (non perché io sia buddista ma anche lui amava le liste)
O monaci se la parola ha cinque caratteristiche è ben detta, non mal detta; né viene scoraggiata o criticata dai saggi. Quali cinque? È detta al momento opportuno; in accordo con i fatti; con garbo (o moderazione), utilmente, senza ostilità. Aṅguttara Nikāya, traduzione di Letizia Baglioni
Pratica di mindfulness: Centering meditation
© Nicoletta Cinotti Mindfulness interpersonale

