Qualche giorno fa, passando dai giardinetti pubblici, ho visto una mamma che stava parlando – anche piuttosto animatamente – al suo bambino che avrà avuto all’incirca due anni. Il discorso era lungo, articolato e, molto probabilmente, molto oltre le capacità di comprensione linguistica del bambino. Ma la mamma non si preoccupava di questo: gli parlava come se capisse, come se fosse un bambino molto più grande. Questo evento minimo mi ha colpito perché ho avuto un’improvvisa associazione. Per la prima volta l’ho associato alla pratica di Metta e in generale a tutte le pratiche dei Brahma Vihara, quando si pronunciano frasi che invocano uno stato mentale di accettazione, di gioia compartecipe, di gentilezza amorevole, di compassione.
Sono frasi molto più grandi della nostra capacità di comprensione. Probabilmente frasi molto più grandi anche della nostra attuale disposizione d’animo. Tanto grandi che, a volte, ho percepito disagio nel pronunciarle e un senso di inadeguatezza. In quel momento però, mentre vedevo questa mamma china a parlare con il suo bambino, mi sono resa conto che noi impariamo a parlare proprio così, con qualcuno che ci ripete parole che vanno al di là della nostra comprensione. Parole che ci invitano a crescere e ad allungarsi fino a raggiungerle, fino a costruire un senso compiuto e completo nella nostra mente. All’inizio sono solo suoni e quello che ci lega a quei suoni è che gli attribuiamo un potere magico: quello di metterci in contatto con le persone che amiamo. Così un bambino vede gli adulti emettere questi suoni e li sente, molto prima che possa produrli, come un sottofondo musicale. Il sottofondo musicale della vita e, se le cose vanno bene, dell’amore. Se i nostri genitori aspettassero per parlarci che fossimo in grado di comprendere quello che ci viene detto non impareremmo mai a parlare. Ci allunghiamo sempre un po’ oltre la nostra capacità di comprensione. È per questo che è un vero peccato pretendere di capire prima quello che faremo poi! Lo pretendiamo perché abbiamo paura di balbettare, di non essere pronti e dimentichiamo che partiamo tutti dal non essere pronti. Che la vita sia questo? Farsi trovare indipendentemente dal fatto che si sia pronti?
Che l’arte sia questo? Essere toccati convinti che quel che sentiamo sia nostro, ma alla fine era qualcun altro, che anelava e ci ha trovati?
Pratica di Mindfulness: La pratica di gentilezza amorevole della mattina oppure la pratica delle 8 su FB (rimane anche dopo!)
© Nicoletta Cinotti 2021 Reparenting ourselves


Continuando a camminare nella strada del centro mi sono fermata davanti a una vetrina, lucida, trasparente, allettante. Potevo sentirmi e, nello stesso tempo, guardarmi in quello specchio arricchita dalle sagome degli oggetti esposti. Per un attimo sembrava che anch’io fossi un oggetto esposto. Poi sono tornata viva. Ho capito qual era la differenza sfuggente tra me e gli altri bambini, una differenza che provavo quando ero piccola e che mi lasciava sempre un po’ in disparte. Gli altri bambini erano più vivi perché non avevano così bisogno di nascondersi nel rifugio dell’inconsapevolezza. Adesso posso tornare viva anch’io. Non ho più paura del dolore. O, forse, ho più paura dell’inconsapevolezza che del dolore.
