Ero perso con lo sguardo verso il mare
Ero perso con lo sguardo nell’orizzonte,
tutto e tutto appariva come uguale… poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo,
ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione
di essere imprigionata fra le spine
non l’ho colta ma l’ho protetta con le mie mani,
non l’ho colta ma con lei ho condiviso il profumo e le spine tutte quante.
(Hafiz)
Tipologia
Sospesi tra paura e speranze
Nei mesi scorsi mi sono impegnato nella costruzione di un convegno che mettesse in evidenza il ruolo che gli Informagiovani stanno ricoprendo nel territorio del Tigullio.
L’idea che abbiamo condiviso con gli altri responsabili di questi servizi è stata quella di costruire il nostro contributo ai temi del Convegno partendo da un’esperienza di confronto e dialogo con un gruppo di giovani del territorio.
Ho avuto modo di condurre un “focus-group” presso la sede dell’Informagiovani di Sestri Levante e abbiamo documentato l’esperienza.
Il primo input che ho scelto di dare alla discussione suonava più o meno così: “quale colore dareste al vostro futuro?”
Se dovessi sintetizzare con un titolo la prima parte della discussione la intitolerei: “La crisi ovvero vivere sospesi tra paure e speranze”.
Oggi parlare di condizione giovanile e futuro finisce inevitabilmente con l’evocare il fantasma (che poi tanto fantasma non è) della crisi.
Ogni volta che penso la crisi, che ne sento parlare, che ne vedo le conseguenze mi viene in mente “l’uomo di sabbia” un personaggio presente nella saga di Spiderman.
Un personaggio dai contorni indefinibili, inafferrabile, mutevole, pronto a contrarsi per poi ingigantire all’improvviso, sempre pronto alla mimetizzazione, alla trasformazione.
Così è questa crisi, nella sua persistenza e con la sua potente capacità di rendersi incomprensibile nelle sue cause quanto manifesta nei suoi effetti.
Ecco una crisi generatrice di paure, una crisi che obbliga a vivere come sospesi tra timori e speranze.
I giovani partecipanti all’esperienza del “focus group” hanno manifestato apertamente i loro timori.
Principalmente è emersa la paura che la comunità adulta non creda nei giovani, o meglio che dichiari di credere nei giovani, senza però che a questa dichiarazione seguano iniziative concrete che la sostengano, con il conseguente timore che questo immobilismo alimenti l’ansia di non riuscire a collocarsi nel futuro, di non riuscire a definire un proprio profilo identitario sul piano sociale e occupazionale.
Si diffonde la paura che non tutti possano contare sulle stesse opportunità, che aumentino le differenze e il divario tra chi ha risorse economiche legate magari alla propria condizione familiare e chi queste opportunità “di partenza” non le ha, che il merito non sia sufficiente per costruirsi un proprio spazio di visibilità e realizzazione.
E ancora la paura che di fronte a questa situazione la cultura adulta, che ha in mano “le leve del comando”, sappia produrre un’analisi corretta di quanto sta accadendo, ma si riveli debole sul piano della proposta, fermandosi a slogan o proposte semplicistiche, magari ad effetto, ma poco concrete.
I giovani hanno espresso il timore che l’informazione non sia veritiera e che anche la politica, alla quale intendono affidarsi, non garantisca un impegno e una mobilitazione adeguata nel sostegno alle nuove generazioni.
Di fronte a questi timori emerge la necessità di reagire e il primo modo per farlo è quello di identificare il luogo in cui collocare la propria legittima esigenza di avere speranza.
E allora la speranza è da ricercarsi all’estero.
Dove, in una visione in parte fondata sull’esperienza, e in parte forse mitizzata, le opportunità sono maggiori, dove si crede di più nei giovani, dove le misure mosse a sostegno delle nuove generazioni sono visibili e concrete, dove si può sperimentare e fare esperienza per crescere e reagire all’immobilismo.
Oppure, secondo altri, la speranza è da realizzarsi qui, in Italia, attraverso il recupero di un impegno sociale e politico, che punti a trasformare in meglio le cose nel nostro paese, nel tentativo di reagire ad una passività diffusa.
E’ semplice comprendere come l’insieme dei timori che questi giovani e queste giovani hanno espresso non vadano nella direzione di un’alleanza tra nuove generazioni e generazioni adulte e ci introducano a un primo aspetto nefasto, a un primo grave rischio concreto cui la crisi, con i suoi effetti, ci espone.
Il rischio di una profonda lacerazione generazionale, che sconfini dalla fisiologica dialettica da sempre esistente tra gli appartenenti alle diverse generazioni.
C’è ancora un altro pesante rischio cui la crisi ci espone.
Quello della resa, del pensare che qualunque sforzo si possa fare nulla cambierà o peggio ancora che il cambiamento possa dipendere sempre da altri non da noi stessi.
Un secondo input ha riguardato il tema del supporto adulto a fronte di questa condizione di “instabilità” e incertezza. Anche su questo i partecipanti hanno espresso con chiarezza un articolato quadro di istanze e necessità.
Emerge, forte e chiara, la richiesta di spazi e luoghi in cui essere guidati alla presa d’atto di opportunità concretamente praticabili, alla definizione di nuove e aggiornate competenze, luoghi in cui essere ascoltati e riconosciuti, in cui potersi sperimentare e in cui poter investire in momenti di “snodo”, riconosciuti come cruciali per la propria crescita e per la scelta del proprio percorso formativo e lavorativo.
La ricerca è quella di adulti competenti insieme ai quali praticare scelte consapevoli, in cui essere aiutati a progettare “tenendo i piedi per terra”, analizzando la realtà nella complessità e nella molteplicità dei suoi aspetti, diventando cittadini consapevoli.
Ne emerge una logica che, in contrapposizione a quella lacerante sostenuta dalle ansie e dalle paure che la crisi evoca in ciascuno di noi, ci introduce a una logica di fiducia reciproca, di alleanza tra generazioni, tra adulti e giovani impegnati nella ricerca, non di formule magiche o soluzioni semplicistiche e deresponsabilizzanti, ma di prospettive concrete e percorribili fondate sul reciproco impegno.
Si diffonde sempre più l’idea che la crisi racchiuda in sé delle opportunità.
Certo è che essa non ci concede la possibilità di essere superficiali, rinunciatari, svogliati, passivi, fatalisti. Ci spinge all’impegno, alla creatività, alla presenza, all’alleanza.
E’ pensando a questi contenuti che pensiamo ai luoghi del nostro agire quotidiano (scuole, centri giovani, realtà associative, informagiovani, ecc.) come a luoghi di alleanza tra giovani e adulti accomunati dalla tensione all’impegno, allo studio e alla ricerca di soluzioni praticabili, opportunità, scenari nuovi. Come luoghi dell’esplorazione congiunta, agevolata dai mezzi che la tecnologia ci mette oggi a disposizione, di prospettive progettuali che ci spingano a un continuo miglioramento.
Verso la pratica delle opportunità.
di Fulvio Di Sigismondo
La voce del corpo
“La voce, quando è libera, viene dal cuore. Allora l’individuo parla col cuore. Ciò significa che il canale di comunicazione tra il cuore e il mondo è aperto….non è ostruito. Se una persona deve recuperare il suo pieno potenziale di auto espressione è importante che acquisisca il pieno uso della voce in tutti i suoi registri e in tutte le sue sfumature affettive…sciogliendo blocchi emotivi e tensioni muscolari che ne impediscano la fluidità” (A. Lowen, in Bioenergetica 1975)
Il corpo in psicologia: laboratorio per gli studenti di psicologia
Un viaggio di esplorazione nella propria voce è il workshop che ho proposto all’interno del progetto “Il corpo in psicologia”, il laboratorio teorico-pratico proposto agli studenti di psicologia dal Centro Studi di Nicoletta Cinotti, nel corso di laurea in psicologia dell’Università di Genova. Il laboratorio ha inteso offrire agli studenti uno spazio in cui, attraverso lezioni teoriche ed esperienze pratiche, accedere alla connessione mente/corpo con l’approccio dell’Analisi Bioenergetica, facendo delle iniziali esperienze di come la terapia bioenergetica si proponga di aiutare le persone a tornare ad essere con il proprio corpo e a goderne la vita con quanta pienezza possibile, a riconquistare la sua natura primaria: la libertà, lo stato di grazia, la qualità della bellezza.” (A. Lowen) La libertà è l’assenza di repressione interiore nel flusso delle sensazioni; la grazia è l’espressione di questo flusso nel movimento; la bellezza è una manifestazione dell’armonia interiore generata dal flusso. Introdurre gli studenti in questa dimensione della riconnessione con il proprio vissuto corporeo ha rappresentato un inizio di un percorso, una porta di ingresso nel mondo della Bioenergetica in cui è possibile entrare come in un viaggio con un ritorno….il ritorno a sé.
Liberare la propria voce
I primi passi nella esplorazione della propria voce consistono nellaconsapevolezza del proprio respiro e del proprio corpo. L’Analisi Bioenergetica consente di muovere i primi passi nell’universo voce: come nasce la voce, dove si blocca, come liberare la propria voce naturale. Mente e corpo devono poter comunicare e collaborare liberamente per permettere una piena espressione di sé, e ciò è possibile, come ci insegna Lowen, liberando i blocchi che trattengono nel corpo il libero fluire della nostra energia vitale. Liberare la propria voce non vuol dire imparare a cantare o sforzarsi di emettere “bei suoni”….vuol dire recuperare la libertà di emettere i nostri suoni originari…la nostra vera voce, quella che eravamo liberi di esprimere da bambini, prima che i condizionamenti del mondo adulto la bloccassero e coprissero con una voce ben controllata ed educata. Le esperienze proposte nel workshop sono state orientate tutte a poter recuperare, attraverso la dimensione del gioco, del movimento, della danza, la naturalezza di suoni bloccati dentro di noi, e riconnetterci con una parte nascosta della nostra personalità. Le tecniche utilizzate sono state un misto di lavoro corporeo che viene utilizzato nelle classi di esercizi di bioenergetica: esperienze di grounding, lavoro sul respiro, esplorazione del movimento; una serie di esperienze in diadi o di gruppo in cui recuperare la capacità di liberare i movimenti spontanei del bambino che è in noi; tecniche mutuate dal lavoro sulla voce che viene proposto da esperti della voce e del canto armonico, mie aree di interesse personale in cui ho potuto sperimentare una libera espressione di me, così come con l’esperienza della bioenergetica.
Un percorso universale nel proprio sé corporeo
“Liberare la voce vuol dire liberare la persona, ed ogni persona è un’indivisibile entità di mente e corpo”. Kristine Linklater, una delle massime esperte in tema di voce, fondatrice del gruppo teatrale Shakespeare and Co., che ha lavorato con le più importanti compagnie teatrali nel mondo e forma insegnanti che operano con il suo metodo dagli anni settanta ad oggi, così si esprime nella prefazione del suo libro su come liberare la propria voce naturale. Un libro di bioenergetica!….in cui si possono ritrovare esercizi e lavoro corporeo tipici dei nostri gruppi esperienziali. Con una particolarità, che è quella che i viaggi nella voce hanno la caratteristica di raggiungere il piano emozionale senza dover essere compresi dalla mente, in un universo di vibrazioni, suoni, movimenti e silenzi in cui siamo immersi da sempre, e di cui possiamo divenire consapevoli con queste esperienze. Rolando Benenzon, psichiatra, psicoanalista, musicista, descrive la sua teoria della personalità fondata sull’ISO (Identità Sonora) caratteristica personale composta da una miriade di micro-atomi che si vanno completando tra loro nel corso della vita intra uterina e dopo la nascita, per formare sistemi di energia individuale che crescono man mano che passano il tempo e le esperienze. Il presupposto di chi si occupa dell’esplorazione della voce è che ognuno possiede una voce naturale in grado di esprimere in tutta la sua estensione l’infinita complessità di stati d’animo e le sfumature del pensiero di cui fa esperienza. Ma….le tensioni accumulate vivendo e le difese, le inibizioni e le reazioni negative alle esperienze, riducono l’efficienza della voce naturale, fino a distorcerla. Con il lavoro psico-corporeo l’attenzione è posta sullo scioglimento di quei blocchi che inibiscono il nostro “strumento umano” e non gli permettono la libera espressione.
Bioenergetica e voce
Lowen, in un paragrafo dedicato alla voce in Bioenergetica, parte dalla radice della parola personalità, che ha due radici differenti che aprono a due territori artistici: persona, in quanto maschera, che apre al lavoro teatrale dell’attore sulla scena; per-sona, “attraverso il suono”, che introduce al lavoro sulla voce come strumento esplorativo del sé. Se una persona, dice Lowen, deve recuperare il suo pieno potenziale di autoespressione è importante che acquisisca il pieno uso della voce in tutti i suoi registri e in tutte le sue sfumature affettive….il blocco di un qualunque sentimento influisce sull’espressione vocale. Perciò è necessario sbloccare i sentimenti, ma è necessario lavorare sulla produzione del suono per eliminare le tensioni presenti. Nel corso del workshop l’obiettivo è stato di consentire ai partecipanti un’esperienza di esplorazione del fenomeno sonoro e del percorso della voce attraverso il corpo. Un viaggio nel respiro e nei movimenti corporei che consentono l’emissione dei suoni, contattando le tensioni muscolari che ne bloccano il libero fluire. Sono state inoltre proposte esperienze corporee in cui sperimentare un possibile scioglimento di questi blocchi. Il contatto con le emozioni è stato possibile….per alcuni di più…per altri in modo più controllato. Molte sono state le suggestioni ed i rimandi di chi viveva l’esperienza, ma quella che mi ha colpito maggiormente è stata la domanda di un’allieva che chiedeva se la bioenergetica avesse attinto da discipline orientali, dalla danza, o da altre discipline affini, o magari il contrario, visto la somiglianza di esperienze spesso proposte nei diversi contesti (l’allieva pratica un’arte marziale). La risposta che mi sono ritrovata a dare, in modo molto naturale, è stata che….quando il minimo comun denominatore è il corpo….le esperienze sono simili, per forza….a prescindere da chi attinga da chi. In bioenergetica, così come in tante discipline psico-corporee, gli esercizi sono molteplici: dall’utilizzo della voce, al respiro, al lavoro sugli occhi, sul bacino, sui vari livelli corporei. La particolarità è che se manca la consapevolezza dell’atto, questi esercizi possono apparire come qualsiasi altro esercizio ginnico quando, in realtà, l’obiettivo è differente…è una questione di consapevolezza. Concludo con un brano tratto dal romanzo di Alessandro Baricco “Castelli di rabbia” con la voce di un personaggio, Pekisch, che in quanto a consapevolezza e profondità ha molto da insegnarci: “Voi non venite qui a cantare una nota qualunque. Voi venite qui a cantare la vostra nota. Non è una cosa da niente: è una cosa bellissima. Avere una nota, dico, un nota tutta per sé. Riconoscerla e portarsela dietro, dentro, addosso….lei respira quando voi respirate, via aspetta quando dormite, vi segue ovunque andiate e giuro non vi mollerà…Statemi a sentire, anche se la vita fa un rumore d’inferno affilatevi le orecchie fino a quando arriverete a sentirla e allora tenetela stretta…portatela con voi, ripetetevela quando lavorate, cantatevela nella testa, lasciate che suoni nelle orecchie, e sotto la lingua e nella punta delle dita. E nei piedi….! che chissà che non riusciate ad arrivare puntuali….” Suonava l’umanofono Pekisch….era uno strano strumento che aveva inventato lui. Una sorta di organo in cui al posto delle canne c’erano delle persone. Ogni persona emetteva una nota e una sola: la sua personale.
a cura di Silvana Nozzolillo
Raffaele Radmann
Raffaele Radmann, medico chirurgo e psicoterapeuta, specializzato in psichiatria a Genova, lavora dal 1996 nei Servizi di Salute Mentale. Attualmente è dirigente medico del Dipartimento di Salute Mentale di Genova; svolge inoltre l’attività di analista bioenergetico.
Mi ha sempre interessato il rapporto fra corpo e mente e mi sono occupato di psichiatria di consultazione e collegamento con la medicina generale e ospedaliera, conducendo fra l’altro gruppi di supervisione per medici di famiglia.
L’incontro con la bioenergetica, più di 10 anni fa, ha quindi rappresentato per me l’evoluzione di un percorso già avviato di integrazione di competenze professionali e oltre che di crescita personale. Lo scorso anno ho completato la Scuola di Formazione per Psicoterapeuti della Società Italiana di Analisi Bioenergetica di Milano.
Contatti: [email protected]
Ha pubblicato con noi
Farmaci e regolazione emotiva
I disturbi affettivi: quale cura
Farmaci ed emozioni
Il cambiamento della psicofarmacologia
Gli anni ’50 del novecento hanno visto la nascita della moderna psicofarmacologia, segnata dalla scoperta della cloropromazina, prima sostanza in grado di modificare significativamente i sintomi dei disturbi mentali gravi (le psicosi) e, pochi anni dopo, dei farmaci ad azione antidepressiva; nello stesso periodo venivano anche introdotte le cosiddette benzodiazepine, potenti ansiolitici ed ipnotici (oltre che anticonvulsivanti) molto più sicuri e tollerati dei barbiturici e per questo destinati a diventare tra i farmaci più utilizzati dalla popolazione generale.
Nel giro di un decennio dunque si pongono per la prima volta nella storia della medicina, le basi per una cura realmente efficace dei disturbi psichiatrici.
Le conseguenze del cambiamento
La conseguenza sarà di poter ripensare, nell’ambito dell’evoluzione culturale della società di quegli anni, non solo le modalità e i luoghi di cura della malattia mentale, ma anche il suo stesso significato.
Al di là dell’enorme importanza scientifica e terapeutica di tali scoperte, questi disturbi interessano però, fortunatamente, un numero assai limitato di persone nella popolazione mondiale. Bisognerà attendere gli anni ottanta, quando vengono introdotti farmaci antidepressivi innovativi, perché si verifichi una nuova rivoluzione nel campo della cura farmacologia dei disturbi emotivi: il Prozac acquista allora notorietà mondiale e viene definito come “la pillola della felicità” e si allarga potenzialmente a dismisura il campo di applicazione di queste terapie.
Farmacologia e disturbi depressivi
Va detto che nel frattempo era maturata una nuova attenzione per i disturbi depressivi, diffusa molto al di là del campo specialistico psichiatrico, tradizionalmente più impegnato nello studio della schizofrenia e degli altri disturbi psicotici.
Il termine “depressione” diventa quasi di moda e viene utilizzato comunemente (e spesso a sproposito) come sinonimo di “disagio psichico”. Inoltre si moltiplicano le testimonianze rese ai mass media da personaggi noti al grande pubblico che raccontano la loro esperienza della depressione, contribuendo a liberare almeno in parte il giudizio comune dalla valutazione negativa di ordine morale che spesso la accompagna (mancanza di volontà, pigrizia, debolezza, etc).
La depressione viene invece definita e trattata nella sua dimensione medica, come uno squilibrio neurochimico correggibile con una terapia adeguata.
Il rischio di eccessi e forzature
Ancora una volta, come tante volte avviene quando è rilevante il peso di una posizione ideologica (e a volte strumentalizzata a fini di profitto economico), ecco ripresentarsi il rischio di eccessi e forzature. Diventa egemonico un modello che non restituisce la complessità dell’esperienza umana, complessità che chi ha la responsabilità della prescrizione deve però aver sempre presente anche di fronte, come vedremo, al proliferare di nuove sindromi e conseguentemente di nuove indicazioni per questi farmaci. Qual è allora l’utilizzo razionale di questi medicinali? In quali casi e a che tipi di pazienti possono essere prescritti utilmente? E quali sono i rischi legati al loro consumo? E ancora: quali le alternative terapeutiche o le strategie da associare nella cura dei disturbi emotivi?
A cura di Raffaele Radmann
La tensione fa male
La lettura del corpo
La lettura del corpo in Bioenergetica corrisponde sostanzialmente all’esame posturale in Riabilitazione. Entrambi richiedono la necessità di osservare. Non solo per valutare, ma soprattutto per comprendere, per stare con il paziente nella sua interezza. In tal modo ci verranno svelati le specifiche strutture corporee e muscolari, i caratteristici livelli energetici, i vissuti emotivi e gli atteggiamenti relazionali caratteristici, anche se è necessario considerare l’unicità e la straordinaria complessità dell’individuo. Lo stesso Lowen, specie negli ultimi anni della sua vita e carriera, considerava il corpo come una struttura vivente in continuo cambiamento, perciò l’osservazione deve tener conto del momento in cui viene realizzata.
Le tensioni muscolari
Per tale motivo, anche in Bioenergetica le tensioni muscolari assumono un ruolo tanto cruciale, perché aiutano a fare una diagnosi più complessa e sono determinanti nel momento terapeutico. Come ci ha ben chiarito Nicoletta Cinotti nel suo Corso online “La lettura del corpo”, la tensione muscolare dovrebbe essere trattata a 3 livelli: la sua origine nell’infanzia, ciò che significa oggi in relazione al carattere, e quali limiti determina dal punto di vista funzionale. Lavorare sulla tensione, significa anche lavorare sul dolore che spesso “copre” l’affetto bloccato dalla tensione stessa.
Perché la tensione fa male
Esistono diversi meccanismi algogeni attraverso i quali la tensione muscolare determina dolore. Innanzitutto, provocando una costante ed intensa irritazione a carico della giunzione miofasciale-periostea. Quando la tensione si protrae per lungo tempo causa, per effetto della trazione muscolare, una sollecitazione delle aree periostee di inserzione muscolare, determinando infiammazione del periostio, e conseguente dolore.
La tensione e contrazione muscolare determinano inoltre, un incremento della pressione all’interno del muscolo, con il rischio di lesioni al suo interno e quindi di dolore. In più la tensione muscolare provoca una costrizione vascolare e di riflesso una riduzione dei flussi arterioso, necessario per il trasporto di ossigeno, e di quello venoso, indispensabile per l’eliminazione delle tossine. E questa ischemia muscolare determina dolore.
Si viene a creare pertanto un circolo vizioso, in cui la tensione muscolare provoca ischemia muscolare, con riduzione dell’apporto di ossigeno e aumento dei cataboliti tossici, condizioni che irrittano i nocicettori, i quali stimolano ulteriormente la tensione muscolare.
Le condizioni croniche di tensione e di ischemia provocano, nel tempo, delle reazioni fibrotiche, sia dei muscoli che delle aree adiacenti, causando rigidità, sia a livello miofasciale, che articolare.
Dalla infiammazione muscolare provocata dalla ischemia si passa quindi con facilità alla degenerazione articolare con sviluppo di artrosi e altre sofferenze cartilaginee, poiché il muscolo teso, contratto e retratto provocherà una compressione anomala su tali strutture.
La tensione e gli Esercizi Bioenergetici
Normalmente, il nostro organismo funziona in maniera tale che fasi di contrazione si alternano a fasi di de-tensione muscolare, nelle quali vi è la possibilità che il flusso arterioso apporti nutrimento e che quello venoso rimuova le tossine. Ma quando esistono delle condizioni croniche di contrazione muscolare, il letto circolatorio endomuscolare viene ostruito, e le fisiologiche operazioni vascolari impedite.
Per questo motivo le Classi di Esercizi Bioenergetici, si fondano esattamente su questo principio: nelle fasi di carica e di tensione muscolare e in quelle di scarica e de-tensione muscolare, si ha un passaggio non solo dal sistema ortosimpatico a quello parasimpatico, che permette di recuperare l’esperienza del piacere, ma anche dalla costrizione vascolare alla “apertura” dei vasi sanguigni, con la possibilità di rilasciare le tensioni muscolari croniche.
Quelle tensioni che, come dicevamo all’inizio, bloccano cronicamente un affetto, che nella classe può essere recuperato ed espresso a livello corporeo.
a cura di ©Maurizio Tuccio
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