Mi scoppi di certezze, tu.
Ma io, piccola
ruota che gira
in controluce sugli spalti
di un mondo a strati,
ho la sola certezza
della foglia che non sa
esattamente
quale direzione prenderà
il suo volo.
© Verusca Costenaro, La Frammentata, Edizioni Ensamble
poesia del giorno
Il sé compassionevole
Non sono la somma
di tutti i miei errori,
né il prodotto
dell’odio degli altri.
Sono una storia
in divenire,
una sinfonia
ancora in composizione.
Non sono definito
dalla mia sofferenza,
né limitato
dalle mie ferite.
Sono un guaritore,
un riconciliatore,
un portatore di pace
al mio cuore.
Non sono perfetto,
ma sono degno
di amore e compassione,
sia da parte mia
che dagli altri
Siamo molti
Di tanti uomini che sono, che siamo,
non posso trovare nessuno:
mi si perdono sotto il vestito,
sono andati in altre città.
Quando tutto è preparato
per mostrarmi intelligente,
lo sciocco che porto nascosto
prende la parola nella mia bocca.
Altre volte mi addormento in mezzo
alla società distinta
e quando cerco in me il coraggioso
un codardo che non conosco
corre a prendere col mio scheletro
mille deliziose precauzioni.
Quando arde una casa stimata
invece del pompiere che chiamo
si precipita l’incendiario
e quello son io. Non ho misura.
Che devo fare per distinguermi?
Come posso riabilitarmi?
Tutti i libri che leggo
celebrano eroi fulgenti
sempre sicuri di se stessi:
muoio di invidia per loro,
e nei film di venti e pallottole
resto a invidiare il cavaliere
resto ad ammirare il cavallo.
Ma quando richiedo l’intrepido
mi esce il vecchio pigrone,
così io non so chi mi sia,
non so quanti sono o saremo.
Mi piacerebbe suonare un campanello
e tirar fuori il me vero,
perché se ho bisogno di me non devo scomparirmi.
Mentre scrivo sono assente
e quando torno son già partito;
vediamo se all’altra gente
succede quanto a me succede,
se son tanti come son io,
se assomigliano a se stessi
e quando l’avrò stabilito
apprenderò così bene le cose
che per spiegare i miei problemi
vi parlerò di geografia.
© Pablo Neruda
Oggi ho chiesto al mio corpo di cosa avesse bisogno
Oggi ho chiesto al mio corpo di cosa avesse bisogno,
è una cosa importante
Considerando la mia abitudine a
non chiedere molto.
Ho pensato che avesse bisogno di più acqua.
O di proteine.
O di verdure.
O di yoga.
O di integratori.
O di movimento.
Ma mentre ero sotto la doccia
Riflettevo sulle sue smagliature,
la sua rotondità dove io vorrei piattezza,
La sua morbidezza dove vorrei la fermezza,
Tutti quei desideri condizionati
che formano un fascio di
mai-quasi-giusto,
e allora mi sono detta, con molta delicatezza:
Potrei amarmi così?
© Hollie Holden
Fallire e volare
Tutti si dimenticano che Icaro ha volato.
È lo stesso quando un amore si chiude,
o il matrimonio fallisce e la gente dice
che lo sapevano che era uno sbaglio, che tutti
dicevano che non avrebbe mai funzionato. Che lei era
adulta abbastanza da scegliere meglio. Ma tutto ciò
che vale la pena vale la pena farlo, anche male.
Come starsene lì su quell’oceano estivo
all’altro capo dell’isola mentre
l’amore sfumava via da lei, le stelle
che ardevano in modo tanto inusitato quelle sere che
chiunque ti avrebbe detto che non sarebbero durate.
Ogni mattina lei stava addormentata nel mio letto
come un’apparizione divina, la mitezza in lei
come un’antilope immobile nella bruma dell’alba.
Ogni pomeriggio la guardavo rientrare
per i torridi campi petrosi dopo la nuotata,
la luce del mare alle sue spalle e il cielo immenso
sul lato opposto. La ascoltavo
quando pranzavamo insieme. Come possono dire
che il matrimonio è fallito? Come quelli che
tornano dalla Provenza (quand’era la Provenza)
e dicevano che era bella ma che il cibo era pesante.
Credo che Icaro non abbia fallito nel precipitare,
ma stesse giungendo al colmo del suo trionfo.
[da Jack Gilbert (1925-2012), Failing and Flying–inedita
https://www.poetryfoundation.org/poems/48132/failing-and-flying]
Tesoro, sono a casa
Tesoro, sono a casa
Fuori il sole scintilla
Dentro, un’ombra che non dovrebbe essere
Si muove su gambe che non appartengono
Né sveglio, né addormentato
“Cosa c’è di sbagliato in me?”
“Non dovrebbe essere così”.
Cado davanti all’altare del no
Prostrato, dimenticando di respirare
Piccolo, solo, con la pancia serrata
L’uomo brutto e cattivo
Con piccole parole taglienti
Appare senza invito
Sbatte il pugno
“Sei un fallimento”.
Scocca la seconda freccia
E trafigge la mia carne più morbida
Senza sangue e invisibile
Vergogna senza nome
Le ciabatte che girano in tondo
Sulla strada verso il punto di partenza
Eppure il sole splende ancora
E gli occhi chiusi devono solo girarsi
Per sentire il calore della luce
Basta anche solo una scheggia
Il respiro si ricorda di respirare
Il mio corpo trova spazio, senza stringere
E spazio e spazio e spazio
Spazio per tutti, anche per lui
La terra trema
Le lacrime cadono come pioggia…
Con le cose che sapevo prima di aver dimenticato
Tesoro, sono a casa
©David Fredrickson
