La prima riunione di famiglia a ranghi completi
si tenne in riva al mare con quattro chili di storione
tre di carne in scatola
un nipote che in un test d’intelligenza ha preso il voto più alto mai registrato a Hillside, New Jersey
quattro zie acciaccate che prendono pillole
un cugino in analisi che prende note
una cognata così brava a fare la cherry cheesecake che uno pagherebbe per mangiarla
cinque zii che hanno patito in borsa rovesci da non
augurare al peggior nemico
una nipote pronta a scappare di casa non appena il dentista le toglierà l’apparecchio
un cugino che, a guardarlo, non diresti gli piacciano
gli uomini
un nipote legato a una persona di altra razza con gran piacere dei genitori
un cognato con una casa così enorme da perdersi e una moquette così spessa da restarci soffocati e un mutuo così alto da finire in bancarotta
uno zio con una santa per moglie a sopportarlo
un cugino così quotato che è stato quasi l’ostetrico di Barbra Streisand
un cugino così quotato che è stato quasi il commercialista
di Jacob Javits
un cugino “non chiedermi cosa fa per vivere”
una nipote che nessuno si stupirebbe di vedere, l’anno prossimo, in concerto al Carnegie Hall
un nipote che nessuno si stupirebbe di vedere, l’anno prossimo, chiuso a Leavenworth
due zie che vanno dallo stesso macellaio della madre di Philip Roth
e io cerco l’approvazione di tutti.
©Judith Viorst, La gente e altre seccature, Trad. di Leonardo Guzzo e Marco Sonzogni, Giulio Einaudi Ed.
poesia del giorno
Quella poesia che stavi scrivendo
Non è facile oggi essere un poeta.
Specie se ti allontani dalla scrivania
e prendi il giornale, o ascolti la radio,
accendi la tele, o ti perdi in una conversazione.
Quella poesia che stavi scrivendo,
quella su tuo padre che ti portava allo Stadio
da bambino per guardare la box, e il suo disappunto
perché volevi andartene prima dell’ultimo incontro.
(Jimmy Doyle un peso welter il cui padre
lavorava con il tuo al porto). Come Jimmy,
la poesia era promettente, con te che accomodavi il verso
fra memoria e nostalgia, onestà e dispiacere.
Se non i posti in prima fila, abbastanza vicino per sentire
i colpi dei guantoni, le gocce di sudore.
Per sentire vecchi pugni di nausea e il bisogno di fuggire.
Senza dire una parola a tuo padre, abbandoni la scrivania.
Quella poesia che stavi scrivendo,
è ancora lì quando torni, ma irriconoscibile.
Sul ring Trump fa a cazzotti con Kim Jong-un.
Nel bagno delle donne, Weinstein si esibisce davanti a un
attentatore suicida.
Per mettere fine al nonsense,
sali sul ring solo perché Jimmy Doyle ti metta al tappeto con un colpo al mento.
©Roger McGough, La resa dei conti, Medusa edizioni
Lascia passare i pensieri
Lascia passare i pensieri
lascia che escano
lascia crollare le strutture
non ne hai più bisogno.
Il sole è venuto correndo
fino alla tua tavola,
lascia che il vuoto
trovi il suo vuoto
che entri la grazia
che entri la grazia.
© Valerio Grutt
Uragano islandese
Non un terremoto ma un cielomoto. Potrebbe averlo dipinto Turner, fissato alla gomena. Un guanto solitario ci turbinò davanti, a diversi chilometri dalla sua mano. Mi spingerò controvento verso quella casa laggiù, dall’altro lato del campo. Vacillo nell’uragano. Sono radiografato, lo scheletro presenta le sue dimissioni. Il panico cresce mentre io bordeggio, calo a picco e annego sulla terra ferma! Com’è d’improvviso pesante tutto quel che mi devo trascinare, com’è pesante per la farfalla rimorchiare una chiatta! Finalmente ci siamo. Un’ultima lotta con la porta. E ora dentro.
Dietro la grande vetrata… Che strana grandiosa scoperta il vetro – essere vicini senza scontrarsi… Fuori un’orda di velocisti trasparenti in formato gigante corre all’impazzata sul piano di lava. Ma io non vacillo più. Sto seduto dietro il vetro, immobile, il ritratto di me stesso.
©Tomas Tranströmer, Poesia dal silenzio, Crocetti Editore
Viaggiatrice del mondo
Vorrei essere una di quelle donne audaci che scappano in Africa
con un borsone ben sistemato e un casco coloniale
senza pensare sempre:
«Ci sarà un dentista?
Potrò comprare i Kleenex?
E dove troverò il nome di un buon lavasecco?»
Vorrei essere una di quelle donne audaci
che scalano il Cervino
e guidano una Maserati
e corrono scalze per il Bois de Boulogne
senza pensare sempre:
«Pesterò un chiodo arrugginito
e dovrò fare l’antitetanica».
Vorrei essere una di quelle donne audaci
che girano il mondo su un cargo
e lottano in rivoluzioni disperate
e vanno a letto ad Algeri con uno straniero misterioso
senza pensare sempre:
«Lo straniero sparlerà di me in New Jersey».
Vorrei essere una di quelle donne audaci…
Ma seduta qui sul volo da Dulles a Londra
con nove chili di peso in piú in aspirina,
imodium, antiacidi, un cuscino termico,
uno spray per la gola e un altro paio di occhiali
(metti che il primo si rompa in un pub di Chelsea),
in dubbio se la babysitter si stia liberando dei bambini
e se brucerò nello schianto leggendo il “Time Magazine”
sembra tutto un prezzo troppo alto da pagare
soltanto per essere
audace.
@Judith Viorst, La gente e altre seccature, Einaudi Editore
Meditazione
Permetti a te stesso di diventare
intimamente connesso
con tutte le tue parti.
Così libero, da avere delle opportunità
e da usare queste opportunità
liberamente e creativamente.
Da sapere che qualsiasi cosa
sia appartenuta al passato,
era il meglio che potevamo fare,
perché rappresentava il meglio che conoscevamo.
Rappresentava il meglio della consapevolezza.
Nel momento in cui ci muoviamo verso un sapere maggiore,
un essere più coscienti,
allora diventiamo anche
più connessi con noi stessi.
E mentre siamo collegati con noi stessi,
possiamo formare delle connessioni con gli altri.
Virginia Satir, Meditazioni
