Siamo abituati a dividere le emozioni in piacevoli e spiacevoli, come se le prime fossero “buone” e le seconde “cattive”. Ma è una distinzione che inganna: a volte un’emozione spiacevole è provvidenziale, e possiamo provare piacere per cose che ci fanno malissimo.
Un criterio più utile è guardare le emozioni dalla logica del coinvolgimento. Ci sono emozioni che ci portano dentro le cose e altre che ci fanno ritirare. Nessuna delle due è meglio in sé ma sapere quanto siamo disposti a coinvolgerci ci dice molto di noi. Meno ci coinvolgiamo, più restiamo nella zona di comfort, più siamo sulla difensiva.
Poi ci sono le emozioni di confine: quelle che proviamo quando stiamo per uscire dalla comfort zone. L’ansia è la principale. Anche vergogna e senso di colpa sono spesso emozioni di soglia: ci vergogniamo all’idea di esporci, ci sentiamo in colpa all’idea di fare qualcosa di diverso.
Da questa prospettiva, l’ansia diventa un’emozione di passaggio: finito il passaggio, finisce anche lei. Lo stesso vale per vergogna e paura.
Guardare le emozioni così aiuta anche a capire perché certe esperienze che desideriamo non arrivano: forse incontriamo poche persone nuove non perché non siamo piacevoli, ma perché non siamo disponibili a coinvolgerci.
E ci ricorda che siamo dentro un processo. Il coinvolgimento chiede di tollerare la sorpresa: non sappiamo mai come andrà a finire. Per crescere, cambiare, vivere — abbiamo bisogno proprio di non sapere. Quando invece etichettiamo come “piacevole” o “spiacevole”, ci illudiamo di saperlo già. Ed è lì che smettiamo di essere presenti.
Che peccato.
Tutta la nostra conoscenza riposa in un vasto mare di sconosciuto: sono uno la figura e l’altro lo sfondo. Trovare un equilibrio tra questi due aspetti e con la loro diversa energia è la chiave per espandere la nostra consapevolezza. Estelle Frankel
Pratica di mindfulness: Non sapere è la più grande intimità
© Nicoletta Cinotti 2026 Abbracciare se stess3. Mindfulness e reparenting
