Il magazzino della coscienza è una specie di stanza dove vengono continuamente proiettati i film del passato. È lì che teniamo il ricordo dei nostri traumi e delle nostre sofferenze. Sappiamo, in linea di principio, che il passato è finito: ma le immagini del passato sono ancora lì e di tanto in tanto, nei nostri sogni o quando siamo svegli, torniamo indietro e sperimentiamo la sofferenza del passato.
Sappiamo che il passato non c’è più, che i nostri ricordi sono solo film, immagini del passato ma i film continuano ad essere proiettati e ogni volta che il film viene proiettato di nuovo, soffriamo di nuovo.
Supponiamo di essere in un cinema e un film viene proiettato sullo schermo. Seduti al nostro posto e guardando il film, possiamo credere che questa sia una storia vera. Potremmo anche piangere. La sofferenza è reale; le lacrime sono reali. Ma l’esperienza non sta accadendo in questo momento, è solo un film. Se vi invito a avvicinarvi allo schermo con me: se tocchiamo lo schermo, possiamo vedere che non c’è nessuno. C’è solo luce e il suo sfarfallio sullo schermo. Non possiamo parlare con le persone che vediamo sullo schermo, non possiamo invitarle a prendere il tè con noi, perché questa è una storia fittizia, qualcosa di irreale. Eppure può creare una vera sofferenza, una vera depressione. È molto importante rendersi conto che il bambino interiore è ancora lì, catturato nel passato. Dobbiamo salvarlo. Seduti stabilmente nel momento presente, dobbiamo parlare con il bambino dentro. “Mio caro, giovane fratello, mia cara giovane sorella, dovresti sapere che siamo cresciuti. Ora possiamo proteggerci e difenderci”.@ Thich Nhat Hanh
©www.nicolettacinotti.net per la Rubrica “Addomesticare pensieri selvatici”
Nella carriera di molte persone l’attesa che si liberi una posizione può occupare anni. Non sempre, quando la posizione si libera, il posto viene assegnato a chi se lo merita. L’anzianità dei miei genitori mi ha dato un posto in prima fila. Mia sorella, a quel punto, me lo cedeva volentieri. Per questo sono tornata: avevano bisogno di me. La mia professione è diventata improvvisamente utile e consentita. E io ho lasciato perdere tutti i miei evitamenti – fortunatamente i rancori se n’erano andati da tempo – e sono tornata a casa. Munita però di qualche arma: senza non si sopravvive.
L’ipotesi che fa Susan Bogels è logica e convincente eppure non è mai stata fatta prima con tanta autorevolezza scientifica. Quando abbiamo un figlio diventiamo molto difensivi rispetto alla prole ma questo ci espone al rischio di diventare difensivi sia rispetto a pericoli reali che immaginari. In questa difesa possiamo agire molto duramente anche contro comportamenti dei nostri figli che riteniamo possano metterli in pericolo. In questo modo attiviamo risposte che possono essere esagerate: troppo punitive o troppo esigenti. Ognuno di noi eredita dai propri genitori queste modalità disfunzionali. Insieme al genitore amorevole, coesistono anche due piccoli – o grandi – genitori tiranni: il genitore esigente e il genitore punitivo. Entrano nella scena della relazione quando temiamo che lo standard di comportamento di nostro figlio o di nostra figlia non garantisca la sopravvivenza futura (genitore esigente) o che lo metta in pericolo (genitore punitivo).


