Litigare con chi si ama

Non so se a te succede ma per me i litigi veri – quelli più dolorosi – non sono molti ma sono sempre con le persone che amo di più. Difficilmente ho discussioni con sconosciuti, in macchina o negli uffici.
In questo periodo i conflitti diventano ancora più difficili da sciogliere (e forse più frequenti perché quando siamo sotto stress litighiamo proprio con chi amiamo di più!).
Gli ostacoli alla risoluzione
Primo ostacolo: io so qualcosa che tu non sai.Tutti noi desideriamo sentirci conosciuti e compresi ma non amiamo chi guarda un passo oltre a dove siamo. Molti litigi iniziano così. Io sono sull’orlo di una buca ma non la vedo. Vedo solo il meraviglioso panorama che ho davanti e qualcuno mi vuole avvisare che sto per cadere, con il prossimo passo, in una buca. Non avvisiamo tutti. Avvisiamo solo le persone che amiamo e molto spesso non apprezzano l’avvertimento. Perché? Perché vogliamo sbagliare in prima persona e prenderci il tempo necessario per imparare dai nostri errori. Inoltre la previsione del futuro è un mestiere pericoloso. Non abbiamo mai la garanzia che le nostre previsioni siano efficaci. Come dimostrano le tragedie greche sapere prima cosa potrebbe succedere non ha mai impedito che l’evento si verificasse: Edipo docet! Così se per caso hai la frequente tentazione di fare come Cassandra – che prevedeva il futuro e non veniva mai creduta – non continuare a farlo e vedrai che la percentuale di conflitti si abbasserà clamorosamente.
Non ci consideravamo un esempio. Eravamo grate perchè era concesso proprio a noi di godere del massimo privilegio che esista, far avanzare una sottile striscia di futuro dentro l’oscuro presente che occupa ogni tempo. Cassandra di Christa Wolf
Secondo ostacolo: Sei sempre il solito pasticcione. Nel tempo finiamo per conoscere molto bene le persone che amiamo – o forse ne siamo convinti – e quindi tendiamo a cogliere più gli aspetti di ripetizione che quelli di cambiamento. In realtà sono gli aspetti di cambiamento quelli che potrebbero dirci davvero in quale direzione si sta muovendo la relazione ma, invece di vederli, siamo (o diventiamo) ciechi al cambiamento. Non è affatto insolito: si chiama changing blindness. Poiché spesso siamo più attenti ai problemi che alle novità positive, mettiamo tutta la nostra attenzione su quello che non funziona e non ci accorgiamo dei piccoli – o grandi – cambiamenti che stanno avvenendo. Questo produce tensione e scoraggiamento nella relazione. Le persone non hanno bisogno che il loro errore sia messo in evidenza ma hanno bisogno che sia messo in evidenza la loro capacità di cambiamento.
Terzo ostacolo: Meglio evitare di parlare. In molte coppie sentimentali o relazioni professionali di lunga durata ad un certo punto si inizia a tacere quello che pensiamo. Perché lo facciamo? Perché conosciamo fin troppo bene quello che fa piacere e quello che non fa piacere al nostro partner. Iniziamo così a trasformare la nostra relazione in un luogo di scambio di informazioni troppo povero di scambio di rivelazioni. Che differenza c’è tra informazioni e rivelazioni? Pensa a quello che raccontavi all’inizio della vostra relazione: a quanto dicevi di te, dei tuoi sogni, di come sei come carattere. E pensa alle vostre comunicazioni oggi: spesso sono una lista delle cose fatte e da fare. Una lista magari precisa e aggiornata ma diventa sempre più difficile mettere davvero qualcosa di noi e della nostra anima. E qui torniamo al primo impedimento: prevediamo il futuro degli altri ma ci dimentichiamo qualcosa di noi e giriamo in tondo senza offrire all’altro squarci della nostra essenza e mostrandogli invece proprio gli squarci della sua essenza che lui o lei non sono pronti a vedere. Cosa fare allora per uscire da questo circolo vizioso?
Gli antidoti
La prima cosa da fare – visto che abbiamo il desiderio di cambiare qualcosa – è partire da noi. Il nostro desiderio di cambiare gli altri è destinato a fallire e aumenta il tasso di conflitto in maniera esponenziale. Possiamo decidere di partire da qualunque punto: possiamo decidere di dire come ci sentiamo e smettere di evitare, tacendo, di affrontare argomenti delicati. Possiamo cercare di vedere gli elementi di novità della relazione e sottolineare gli aspetti che apprezziamo invece che quelli che disapproviamo, oppure parlare di noi anziché dell’altro. Tre passaggi semplici ma non banali che possiamo esplorare prima attraverso la pratica di meditazione.

Sette domande da farsi in meditazione
Nella pratica di Metta – o Meditazione di Gentilezza amorevole – ad un certo punto siamo invitati a praticare ripetendo degli auguri rivolti a qualcuno con cui abbiamo una relazione difficile. Come farlo con sincerità? Possiamo prima invitarci a rispondere a queste sette domande:
- in quali situazioni si verifica il conflitto?
- cosa sento nel corpo?
- che emozioni sono presenti? posso notare tutto lo spettro emotivo riconoscendolo e nominandolo oppure una sola emozione offusca tutto?
- quali sono i pensieri che mi passano per la mente?
- quali impulsi ad agire noto?
- posso prendermi un momento per darmi self-compassion riconoscendo che questo è un momento difficile per me?
- puoi sospendere la reattività o è impossibile ?
Queste domande potrebbero essere utili anche nel momento in cui abbiamo uno scambio relazionale con la nostra”persona difficile” ma, in ogni caso, sono domande che potremmo utilizzare per esplorare la nostra relazione durante la pratica di Metta.Quando siamo arrabbiati con qualcuno domandarsi qual è l’oggetto della nostra rabbia, dove lo sentiamo nel corpo non è un esercizio sterile. Ci permetterebbe di avere maggiori elementi di “rivelazione” da comunicare al nostro interlocutore. Non a caso nella pratica di Metta l’augurio rivolto alle persone difficili arriva dopo che abbiamo “saturato” la nostra mente di buoni sentimenti nei confronti di noi stessi, delle persone che amiamo e degli sconosciuti. Se il nostro vaso è vuoto è difficile poter dare acqua proprio a quella relazione che in questo momento è secca.

Siamo tutti bambini feriti
In fondo siamo tutti bambini feriti. Non solo perché magari la nostra infanzia non è andata nel migliore dei modi ma perché quando ci ferisce una persona che amiamo tendiamo a reagire come bambini feriti. E quando un bambino è ferito non è il momento di fare tanti discorsi. Il dolore, la delusione, la rabbia possono portarci fuori dalla nostra finestra di tolleranza. E quando siamo “al vento” abbiamo bisogno prima di calmarci, possibilmente in modo salutare, e solo dopo esserci calmati possiamo provare a riguardare la situazione per vedere se le cose stanno proprio come ce le siamo raccontate. Forse sì, forse no. In ogni caso parlare di noi, delle nostre “rivelazioni” è sempre più sicuro del rivelare all’altro com’è! Se te lo dico è perché anch’io ho fatto questo errore e, alla fine, ho imparato! (Forse).
Rotture e riparazioni
Parlare di rotture e riparazioni richiama immediatamente la semplice realtà che sperimentiamo quotidianamente: le relazioni sono il succo della vita ma, inevitabilmente, anche il nucleo delle nostre esperienze difficili. Se idealisticamente possiamo pensare che la sintonia dovrebbe garantirci una buona relazione, realisticamente dobbiamo riconoscere che questa sintonia è più frutto di un percorso di prove ed errori che uno stato magico permanente.
In questo senso avere una buona capacità di “aggiustare il tiro”, di “riparare le rotture” è fondamentale per la qualità della nostra esperienza relazionale.Passiamo molto tempo alla ricerca della sintonia, in un importante e delicato processo di regolazione reciproca che conduce, se siamo fortunati, infine, ad “andare d’accordo”. Spesso i nostri errori sono momenti in cui possiamo ampliare la consapevolezza della realtà, la consapevolezza su di noi e sull’altro. E, partendo da questa visione più ampia, maturare una migliore qualità di presenza relazionale.
Strumenti verso la capacità di “riparare”
Il primo elemento fondamentale è il nostro porci realisticamente e non idealisticamente in una relazione (umana o terapeutica che sia). Essere in contatto con la realtà, essere radicati, grounded per usare un termine a noi familiare, ci permette di essere aperti nella consapevolezza “momento per momento” e avere un corpo vivo e vibrante, in grado di raccogliere la pienezza del sentire. “Il contatto con la realtà non è una condizione del tipo tutto o nulla” (Lowen, 1994,p.35) ma un processo in continuo divenire, che necessita, per l’appunto di un corpo responsivo.
Il grounding ci apre al secondo elemento rilevante: la nostra possibilità di sentire. Una possibilità che ci permette poi, e questo possiamo ben dire che è il terzo elemento rilevante, di essere in risonanza corporea con il nostro interlocutore, una risonanza corporea che è la base del terreno relazionale, del grounding relazionale.
Il crescendo degli affetti
La capacità della madre di essere “in contatto” con il bambino percepita come emozione nel proprio corpo, dipende dalla sua capacità di sopportare, senza paura, l’espressione emotiva del bambino. Questa risonanza rende possibile condividere l’espressione emotiva della persona con la quale si è in relazione. È una capacità fondamentale per permettere al bambino di imparare a modulare quello che Stern chiama il “crescendo degli affetti”. Una capacità che è strettamente in relazione con la capacità della madre di tollerare gli stati di eccitazione del bambino e strettamente in relazione con la capacità dello psicoterapeuta di tollerare gli stati affettivi primitivi del paziente. Una capacità che richiede consapevolezza corporea e identificazione vegetativa. Come dice Lowen:
«La capacità di sentire ciò che sta accadendo ad un’altra persona,capacità che ho definito empatia, si fonda sul fatto che il nostro corpo entra in risonanza con altri corpi viventi. Se questa risonanza manca vuol dire che non siamo in risonanza con noi stessi. Chi dice “non sento niente” ha spento non solo il senso della propria vitalità, ma anche qualsiasi sentimento che possa nutrire per gli altri, uomini o animali che siano» (Lowen 1990, p. 63).
Ecco allora che si delinea l’elemento caratteristico del percorso bioenergetico: risvegliando il corpo, arrendendoci al corpo, ci apriamo alla nostra possibilità di sentire, noi stessi e gli altri. Sviluppiamo la nostra capacità percettiva ma anche la nostra capacità di cogliere i segnali, che a volte sono microsegnali, che gli altri ci mandano e rispetto ai quali attiviamo processi di risonanza corporea/emotiva. Un processo che può avvenire a partire dall’esperienza, non concettuale ma vissuta, di essere nel proprio corpo.
La consapevolezza corporea, pur non essendo, come ripeto, un elemento concettuale, diventa poi una profonda forma di conoscenza di noi stessi e ci apre alla conoscenza degli altri. Una forma di conoscenza che si basa, oppure possiamo dire ha radici, nell’intimità. Cos’è infatti la consapevolezza se non lo schiudersi del processo di intimità con se stessi?
Grounding, capacità di sentire e risonanza corporea diventano così gli elementi base del percorso di riparazione in bioenergetica. Un percorso che si apre sia sul versante umano che su quella psicoterapeutico, all’esperienza dell’altro.
Lo specifico bioenergetico non si ferma però a questo punto, questa è piuttosto la base dalla quale partiamo. Da qui si arricchisce di altri due elementi di grande interesse clinico: la componente motoria delle emozioni e la comprensione dell’altro attraverso l’azione motoria.
Proviamo adesso a raccontarlo usando le parole di Lowen:
«Il processo terapeutico, che ha lo scopo di favorire o accrescere l’essere o il sé del paziente, comporta un “lasciar andare” di queste azioni inibitrici, il che permette al flusso dell’eccitazione di scorrere liberamente. Con la terapia il paziente impara a “sciogliere” il fare che blocca il flusso. Non è un modo di imparare come essere, ma come non fare (Lowen, 1980, p. 88) (virgolettato e corsivo come nel testo originale)».
Poco più avanti prosegue: «Il “tenersi”, seppur inconscio, è una difesa dell’Io contro le sensazioni che, in passato, sono state percepite come pericolose. Per esempio una persona potrebbe aver paura della propria tristezza, sentendo che, se si arrendesse ad essa, cadrebbe in una disperazione così profonda a cui non potrebbe sopravvivere» (Lowen 1980, p. 89).
Una descrizione chiara di come, trattenendoci muscolarmente inibiamo il processo di consapevolezza e sostituiamo il controllo, alla padronanza di sé.
Passiamo adesso ad esaminare l’altro aspetto, ossia la comprensione dell’altro attraverso l’azione motoria.
La saggezza del fallimento
È il titolo dell’ultimo capitolo di Paura di vivere ma è anche un tema ricorrente nel-l’opera di Lowen. Parla dei suoi fallimenti terapeutici tanto quanto parla dei suoi successi e questo lo colloca naturalmente nel tema delle rotture e riparazioni .
Vediamo quindi con quale panorama ci possiamo apprestare a leggere il processo di riparazione.
Innanzitutto, e sembra quasi un paradosso, l’attenzione al presente. Riparare quindi non come processo di ricostruzione storico e biografico né come progetto di trasformazione o miglioramento ma come radicamento nella realtà del momento presente. «L’attenzione esagerata al futuro toglie significato e piacere al presente (Lowen, 1980,p.199). Quando il futuro sostituisce il presente, quando il fare nega l’essere, sorgono i problemi».
La terapia come processo non rivolto al fare ma come espansione dell’essere, come sostegno al sé per ristabilire il fluire del processo di crescita:
«Rinunciare alla propria posizione difensiva non richiede uno sforzo di volontà. È quello che noi terapeuti definiamo “lasciar andare”. Tutt’al più è un lasciar andare la volontà, un abbandono ai processi spontanei e naturali del corpo e della vita. Anche se in origine il sistema difensivo si è sviluppato come mezzo di sopravvivenza, nel presente costituisce una difesa contro la vita e rappresenta una paura della vita». (Lowen,1980,p.85)
Ma qual è la “saggezza del fallimento” allora, potremmo chiederci, quali vantaggi ci danno le rotture? «Saggezza è rendersi conto che la conoscenza non basata sulla comprensione non ha significato perché non fa riferimento alla totalità. D’altra parte, la comprensione senza conoscenza non ha potere perché manca dell’informazione basata sui fatti necessaria per controllare una situazione o per effettuare un cambiamento»(ibidem,p.203).
Si intreccia così, nel processo terapeutico, la necessità di partire dal corpo per arrivare ad integrare i processi emotivi e cognitivi in un percorso retto dall’esplorazione e dall’accettare ciò che c’è, così come si presenta. Un percorso in cui corpo e parola si incontrano, entrano in sintonia, per essere, in fondo, nella realtà delle cose.
Prendersi cura di sé stessi con le pratiche di Reparenting
Malgrado si possa essere definiti come una delle generazioni che danno più cura a se stessi sul piano della forma fisica, estetica e del benessere socio-economico, molti di noi soffrono per la mancanza di una profonda cura di sé. Una mancanza che spesso è alla base di molti atteggiamenti di cura più legati all’immagine. Questo dipende, a mio avviso, da due elementi essenziali: la paura di riconoscere la realtà rispetto al dolore e l’illusione che le soluzioni già pronte che troviamo possano essere efficaci, senza troppo impegno.
La paura del dolore
Perché sia possibile nutrire un vero atteggiamento di cura nei confronti di sè stessi è necessario riconoscere la natura e la profondità del nostro dolore. Un processo che non è facile perché spesso mischiamo insieme dolore e sofferenza. Se il dolore è la risposta fisiologica ad un’offesa subita, la sofferenza spesso nasce dalla reazione che inneschiamo rispetto a questo dolore e tende a ripresentarsi in modalità automatiche e costanti di risposta. Sono degli Schemi (pdf) che ci sembrano esplicativi dell’offesa subita e che spesso innescano una catena di azioni e reazioni. Questi schemi organizzano le nostre risposte ma non curano il nostro dolore.
Curare il dolore
Perché il dolore possa essere davvero curato è necessario riconoscerlo e distinguerlo dalla reazione che suscita e poi è necessario confortarlo. Uno dei protocolli basati sulla mindfulness che si occupa specificatamente di questi temi è il programma Mindfulness Self Compassion che approfondisce l’uso della pratica di Metta come strumento per la regolazione delle emozioni. È sempre all’interno di questo programma che nasce l’approccio di reparenting. Il dolore che emerge infatti non sempre è un dolore attuale. Molto spesso è la “fiammata di ritorno di un vecchio dolore” che sorge proprio perchè abbiamo iniziato ad offrire gentilezza, cura e compassione e a noi stessi. Quando iniziamo a volerci bene emergono le situazioni passate in cui non siamo stati amati come avremmo avuto bisogno.Paradossalmente, sperimentiamo la fiammata di ritorno del dolore del passato solo perché ci sentiamo abbastanza sicuri per abbassare le difese e aprirci a vecchie ferite. La self-compassion ci offre la possibilità di sperimentare una forma di re-parenting ma stavolta siamo noi i genitori di noi stessi e abbiamo la possibilità di offrirci quella cura e quel conforto che non sono stati possibili nella nostra infanzia, riparando così anche la relazione di attaccamento che abbiamo sperimentato nel passato
Il ritorno di fiamma e la psicoterapia
Il processo di re-parenting avviene anche in una psicoterapia compassionevole. Le vecchie ferite emergono nel contesto di una relazione sicura e compassionevole; lo psicoterapeuta e il paziente rispondono alle ferite in un modo più benevolo e comprensivo; e gradualmente la conversazione con il clinico viene interiorizzata dal cliente come la sua stessa voce compassionevole. Tuttavia, possono essere necessari anni perché il processo avvenga. Sfortunatamente, finché il paziente non ha stabilito una base interiore sicura per lavorare con le emozioni difficili, potrebbe non avere la forza interiore di gestire ricordi traumatici che possono emergere nella relativa sicurezza dello studio dello psicoterapeuta. È qui che la pratica della self-compassion e del reparenting possono diventare un sostegno quotidiano e “portatile” offrendo una serie di pratiche che hanno proprio lo scopo di riportare ad una sana relazione di attaccamento con sé stessi.
In breve vorrei elencare alcuni aspetti importanti del lavoro di reparenting:
- meditare sulla gentilezza amorevole
- ancorarsi al corpo
- focus sul cambiamento
Meditare sulla gentilezza amorevole
Questa meditazione usa il potere della connessione con gli altri, tanto quanto la mindfulness usa il potere dell’attenzione focalizzata. La connessione con gli altri, infatti, è uno degli elementi che in condizioni di dolore, si viene a perdere. Quando soffriamo la nostra risposta tende a portarci in una condizione di assorbimento in sé, isolamento e autocritica e la pratica di Metta vuole riportare maggiore salute proprio offrendo un antidoto a questi tre elementi.
La gentilezza è il frutto della consapevolezza e la consapevolezza è il fondamento della gentilezza
Se è importante imparare ad ancorarsi al corpo e imparare ad ancorare le emozioni al corpo, è altrettanto importante imparare ad usare le parole come àncora dell’attenzione. Ed è proprio questo quello che facciamo attraverso la pratica di gentilezza amorevole. Ogni volta che, mentre ripetiamo le parole delle frasi di benedizione, ci accorgiamo di vagare, possiamo riportare l’attenzione alle parole stesse o – se siamo molto disorientati – riportarla per qualche momento al respiro per poi riprendere la ripetizione. Praticando intensivamente questa meditazione possono emergere emozioni forti, come la gelosia, l’invidia, l’odio, l’autocritica. Di nuovo, se le emozioni sono molto intense, possiamo ancorarci al corpo, per riprendere poi quando sentiamo la nostra attenzione sufficientemente stabilizzata. Nel farlo facciamo reparenting delle nostre emozioni difficili, con le quali impariamo una nuova modalità di relazione che non passa attraverso la repressione ma attraverso l’esplorazione.
L’ancoraggio al corpo
L’ancoraggio può avvenire attraverso la consapevolezza del respiro o delle sensazioni fisiche. La consapevolezza del respiro è uno strumento eccellente per focalizzare l’attenzione e portarla nel momento presente ma in alcuni casi può risultare difficile. Persone con preoccupazioni ipocondriache o con difficoltà di concentrazione, possono fare molta fatica con la consapevolezza del respiro.
Allora la bioenergetica offre una strada efficace: quella che, a partire dalle aree di tensione, permette di esplorare e sciogliere l’emozione trattenuta nel corpo. Ogni muscolo contratto, dice Lowen, è un muscolo arrabbiato. La consapevolezza ottenuta attraverso i movimenti di bioenergetica permette di capire come mai il nostro corpo si è “arrabbiato” o collassato o come mai ci mette paura. In questo caso il fluire delle sensazioni in una parte definita del corpo – con una mindfulness orientata – può avere la funzione di stabilizzazione dell’attenzione.
Focus sul cambiamento
Ciò che cambia con la pratica di meditazione non è tanto quello che sentiamo ma la presenza e l’accettazione delle nostre emozioni in modo che riprendano a fluire e cambiare, senza diventare ostacoli fissi al nostro benessere. È una pratica che diventa una forma di reparenting dove, a partire da noi, custodiamo e curiamo l’affetto e la gentilezza verso noi stessi e verso cerchi sempre più ampi di relazione. Per cui è importante abbandonare le aspettative su come sentirsi durante i periodi di pratica: i cambiamenti positivi possono arrivare in modo inaspettato e improvviso, non determinato direttamente dalla nostra volontà. Proprio come la guarigione che arriva come se fosse un’insperata primavera.
Il potere delle parole
Le parole hanno una carica energetica e un potere perchè organizzano la nostra mente e i nostri processi di pensiero. Inoltre spesso abbiamo molte capacità linguistiche di descrizione del mondo esterno ma poche capacità espressive del nostro mondo interno. Le quattro frasi tradizionali della pratica di Metta comportano l’apertura della gentilezza dal mondo interno – noi stessi e le persone a noi care – fino a raggiungere le persone con le quali abbiamo una relazione difficile e tutto il nostro mondo esterno. Malgrado non ci sia una rigida struttura delle frasi è importante fare riferimento sempre ad un elenco di frasi. In questo modo potremo approfondire la consapevolezza e passare in seguito, se necessario, all’uso di frasi adeguate alle singole situazioni.
Ripetizione e contemplazione
Le frasi hanno un efficacia proprio grazie alla loro ripetizione che ha l’effetto di calmare la mente, offrendo stimoli che sono di natura contemplativa e riflessiva. Le frasi della pratica di Metta sono come brani di contemplazione, da approfondire ed esplorare per poterne cogliere, il senso profondo, il loro gusto naturale, non coperto da “aromi” o “conservanti”.
Organizzare le frasi intorno al riconoscimento dell’esperienza di dolore, al desiderio di alleviare il dolore – nostro e altrui – ci permetterà di riconnetterci alla nostra umanità comune, sciogliendo quell’isolamento che spesso rende molto gravi anche le pene più lievi.
Nascondere le cose
Inizia come un gioco: il gioco del nascondino. È un modo per imparare i turni della conversazione, dicono i linguisti. Nel bubù settete i bambini capiscono che c’è un’alternanza di ruoli e che in questa alternanza sono premiati con la sorpresa. È uno di quei giochi che ci aiutano a capire come sta andando l’apprendimento comunicativo nei bambini. Se non giocano proprio al bubù settete c’è qualcosa da esplorare. Poi diventa un gioco più sociale, il gioco del nascondino, dove c’è l’avventura del nascondersi con la paura di essere scoperti e la possibilità di “liberare tutti” se si esce al momento giusto. Ma nascondere non si ferma qui. Diventa anche un modo per sviluppare un’identità segreta o un modo per coprire quello che di noi non vogliamo mostrare, prima ai nostri genitori, poi agli altri. Nel lavoro di reparenting è uno degli indicatori che c’è una parte esiliata che aspetta soccorso.
Mia madre ha sempre nascosto tutto: cose utili e cose inutili. O meglio, a suo dire lei non nascondeva ma metteva ordine: un ordine che rendeva introvabile a chiunque quello che nascondeva. Lei, orgogliosa, sapeva sempre dove fosse. Inutile cercare di comprendere la logica della sua caccia al tesoro. Io sapevo degli anni passati a proteggersi dai bombardamenti, dai tedeschi e mi sembrava che quello fosse il modo che aveva avuto per salvarsi. Un modo che escludeva gli altri dalla conoscenza perché tutti possono diventare delatori.
Adesso continua a nascondere ma la caccia al tesoro non ha più indizi: nasconde e dimentica. In fondo chi nasconde desidera anche dimenticare, far fuori dalla vista del cuore qualcosa che averlo sotto gli occhi sarebbe tristemente doloroso. Così quando vado da lei inizia la ricerca: delle bollette, delle lettere dei ritardati pagamenti, delle ricette mediche, di qualsiasi cosa abbia un minimo di importanza, perché lei, velocissima, la nasconde. Controlla la cassetta postale come una guardia giurata. Sente l’odore del postino da chilometri di distanza. Sottrae tutto alla badante per conservarlo per noi. I suoi amati figli. Noi che sappiamo cosa farne di quelle missive importanti. Ogni volta mi si rompe il cuore di compassione. Per lei e per tutti quei bambini che per diventare adulti hanno dovuto nascondere e nascondersi. Mi si rompe il cuore per le mie e le sue parti esiliate. Vorrei fare una repubblica dove metterle tutte insieme e dire a tutte, “Siete libere”. Libere di essere vere, vive, reali. Forse per questo mi è piaciuto L’isola delle rose, con un grandissimo Elio Germano. In fondo abbiamo tutti un sogno infantile, nascosto e prezioso, di libertà e io, come Giorgio Rosa, vorrei che venisse riconosciuto diritto di cittadinanza alle parti esiliate. Quelle parti si nascondono di fronte alle regole: per uscire allo scoperto hanno bisogno di sapere che non verranno punite. Cara mamma tranquilla, non verrai più punita da nessuno, ti regalerò un’isola che non c’è dove sarai finalmente libera di essere come sei, proprio così come sei e nessuno ti rimprovererà più.
“Che cos’è il vero?”, chiese il Coniglietto un giorno, mentre stavano fianco a fianco, vicino al caminetto nella stanza dei bambini, in attesa che la Nana arrivasse a riordinare la stanza. “Vuol dire avere cose che ti ronzano dentro e una chiavetta per caricarti?” “Vero non è come sei fatto”, rispose il Cavallino di cuoio. “È una cosa che ti succede. Se un bambino ti vuole bene per tanto, tanto tempo e non sei solo qualcosa con cui giocare ma ti vuole veramente bene allora diventi Vero”. “Fa male?”,Chiese il Coniglietto. “A volte”, rispose il Cavallino di cuoio che non mentiva mai. “Quando sei Vero non ti importa se fa male.” Margery Williams
Pratica di mindfulness: Le parti esiliate


