Rimani gentile… Non lasciare che il mondo ti renda insensibile. Non lasciare che la sofferenza ti lasci odiare. Non lasciare che l’amarezza rubi la tua dolcezza. Kurt Vonnegut
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| La gentilezza. Una poesia di Naomi Shihab Nye |
Rimani gentile… Non lasciare che il mondo ti renda insensibile. Non lasciare che la sofferenza ti lasci odiare. Non lasciare che l’amarezza rubi la tua dolcezza. Kurt Vonnegut
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| La gentilezza. Una poesia di Naomi Shihab Nye |
Nella mia vita cambio diversi cappelli, magari nello stesse giorno posso avere il cappello della psicoterapeuta, della scrittrice saggista, dell’insegnante di protocolli. In parte questi cappelli si sovrappongono ma non sono affatto identici e mi permettono di vedere che, molto spesso, facciamo confusione tra gli effetti terapeutici della mindfulness e gli scopi terapeutici della psicoterapia. Una confusione che fa sì che le persone si trovino a vagare dall’una all’altra come uccellini che non trovano più la finestra per uscire dal solaio dove si sono infilati in cerca di tepore. È una confusione dannosa, oltre che dolorosa e proverò a mettere un po’ di ordine (la mia specialità domenicale è mettere ordine!).
Ci sono situazioni in cui la psicoterapia – la cura vera e propria – è necessaria o indispensabile. È quando il dolore o il disagio che stiamo vivendo va oltre la nostra soglia di tolleranza e ci sentiamo sopraffatti. Attenzione però: questa valutazione non va fatta sulla base della gravità oggettiva della situazione ma soggettiva. Ci sono persone che possono sentirsi sopraffatte anche in situazioni non gravi e altre che reggono bene anche in situazioni molto difficili. Questa differenza è fatta dall’integrità dell’Io e del Sé: tanto più il nostro sviluppo e la nostra crescita sono state buone – o ci hanno fornito resilienza – tanto più abbiamo una naturale capacità di tollerare le situazioni difficili o sfidanti.
Guarda l’immagine accanto. Se ti senti in grado di gestire la difficoltà – anche di fronte a eventi dolorosi – non è necessario iniziare una psicoterapia. Può essere utile ma non è necessario che sono due cose ben diverse. Non è vero che tutti dovremmo fare una psicoterapia così come non è vero che tutti dovrebbero prendere un antibiotico. Se facessimo così svilupperemmo una resistenza agli antibiotici su scala mondiale che sterminerebbe la popolazione in men che non si dica.
Poi ci sono le situazioni sfidanti: difficili ma siamo ancora in grado di affrontarle perché riusciamo a tenere la padronanza sui nostri impulsi e a produrre pensieri riflessivi e non rimuginazione. Infine ci sono le situazioni in cui siamo sopraffatti: non riusciamo ad organizzare i pensieri, siamo occupati da emozioni molto intense e riduciamo la nostra capacità di gestire la nostra vita. Entriamo in un imbuto dell’esaurimento molto dannoso che ci porta ad eliminare tutte le attività piacevoli perché non abbiamo energia che per quelle strettamente indispensabili.
Incominciamo ad avere disturbi del sonno, mancanza di energia, un umore sempre più basso fino a che facciamo solo quello che è strettamente necessario perchè non ci solleva nemmeno la possibilità di incontrare amici o di divertirsi in qualche modo (DPCM permettendo).
In genere noi siamo “smaniosi della fretta”: ci mettiamo anni a stare male e poi pretendiamo di guarire in un attimo. In realtà quando una persona arriva da noi psicoterapeuti in questa situazione la prima cosa da fare è trovare un modo per dare conforto ai sintomi. Perché è necessario? Perchè il nostro organismo è basilare: fino a che non sta meglio non riprende la funzione riflessiva che è quella funzione in cui corpo, mente e cuore si incontrano. Quando stiamo male abbiamo tutte le nostre funzioni cognitive – magari sono anche iper-attivate – ma capiamo razionalmente senza cambiare praticamente. Quindi il primo step è calmare le acque e il secondo step è comprendere come mai si sono agitate tanto…ma non è compito di questo articolo spiegare questo passaggio.
In questa situazione però molte persone possono rivolgersi alla mindfulness, perché è apparentemente più semplice e rapida, più economica, ha un termine definito ed è maggiormente autogestita.
Attenzione però perché la mindfulness può dare conforto immediato ma inverte tutte le strategie di evitamento: anziché scappare da quello che ci fa paura, ci invita, ben preparati, ad andargli incontro e guardarlo negli occhi. A distanza di sicurezza, con tutti gli antidoti di questo mondo ma sempre a guardarlo negli occhi.
C’è una storia che descrive bene questo passaggio. Io l’ho letta in uno dei libri di Sharon Salzberg. Un giorno il Buddha decide di mandare un gruppo di praticanti a meditare nel bosco ma i demoni degli alberi di quel bosco non erano contenti di ospitare questo gruppo di meditanti, così iniziarono a disturbarli e perseguitarli con ogni sorta di dispetti. Allora tornarono dal Buddha chiedendo di poter andare a meditare in un altro bosco ma il Buddha rispose loro che non era proprio il caso di fuggire da questa difficoltà e nemmeno di combattere i demoni. Avrebbe dato loro un antidoto – La pratica di Gentilezza amorevole o Metta – ma avrebbero dovuto tornare a meditare in quel bosco, incontrando la loro rabbia e la loro paura che era ben più importante dei demoni. E così fecero fino a che la pratica di Metta addomesticò gli spiriti demoniaci degli alberi e divennero amici dei meditanti. Un happy end che dice che possiamo diventare amici della nostra rabbia e della nostra paura, anche senza combatterla ma attraverso degli antidoti.
Ovviamente questa è una metafora del fatto che meditando incontriamo, prima o poi, i nostri demoni. Possono essere demoni miti o demoni crudeli ma se siamo solidi posiamo affrontarli. Se stiamo male però i nostri demoni potrebbero vincere perché siamo già sopraffatti dalla loro presenza: non è quello il momento di fare mindfulness. In quel momento dobbiamo fare psicoterapia e usare i modi leciti e compassionevoli che conosciamo per placare la nostra rabbia e la nostra paura.
Chi stabilisce il confine? Il confine tra due stati è facile da stabilire: arriviamo alla dogana e vediamo che ci sono dei segnali del passaggio tra uno stato e l’altro. Ma qui parliamo di un confine interiore: è necessario stabilirlo per prima noi e, successivamente, avere il parere dell’insegnante di mindfulness.
Io capisco benissimo che quando stiamo male vorremmo che il dolore andasse via prima possibile. Conosco la sofferenza psicologica per esperienza diretta e indiretta e tutti i giorni me ne faccio una dose abbastanza alta, malgrado questo non sono ancora vaccinata! Fino a che siamo vivi sentiremo dolore. Possiamo usare qualunque strumento compensativo – lecito o illecito – ma il dolore è l’altra faccia della gioia. Entrambe sono sempre presenti. Inoltre bisogna stare molto attenti a “voler combattere” il nostro dolore. È una parte che ha diritto ad essere confortata e non combattuta, semplicemente perché è una parte di noi che soffre e che ha sofferto. Ha bisogno di essere curata. I nostri tentativi di combatterla con tutte le nostre forze, impedendole di esprimersi, rischiano di produrre esattamente il contrario: un rafforzamento del sintomo.
Quando soffriamo ci dividiamo in tre (metaforicamente): la parte che soffre e le due parti che cercano di prestare soccorso. Le due parti che cercano di portare soccorso sono divise in schieramenti contrapposti
La mindfulness cosa fa a questo punto? Offre strategie per il protettore pro-attivo e strumenti di conforto ma se il protettore reattivo è troppo forte si mette a litigare con la pratica di mindfulness. Ci fa evitare la pratica, dice che non funziona, la svaluta. Semplicemente perchè non vuole abbandonare i suoi metodi guerrieri. Non hanno funzionato ma si sa che, in fondo, quando siamo in difficoltà i metodi forti ci piacciono sempre un po’.
Quando è il momento giusto per fare un protocollo mindfulness, chiederete voi? Quando siamo nei primi due cerchi. Ossia quando ci sentiamo in grado di fronteggiare la situazione oppure siamo in una situazione sfidante ma non estrema. Quando siamo sopraffatti è necessario fare una psicoterapia, magari bastata sulla mindfulness, ma una psicoterapia. E poi? E poi ricordiamoci che la psicoterapia ha un inizio e una fine e che è importante riconoscere il momento di fine di una psicoterapia che non è il momento in cui sono finiti i problemi – quelli non finiscono mai – ma il momento in cui siamo diventati autonomi rispetto agli strumenti appresi in psicoterapia e, in questo senso, la Mindfulness e i suoi protocolli possono essere una valida integrazione della psicoterapia e un buon modo per arrivare alla conclusione della psicoterapia. Arriva un momento in cui noi possiamo continuare a curarci, con la meditazione, con l’espressione creativa, con il lavoro corporeo ma siamo noi a prendere in mano la situazione rispondendo alla domanda basilare di ogni cura: “Di che cosa ho veramente bisogno in questo momento?”
© Nicoletta Cinotti 2020
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C’è una poesia di Czeslow Milosz che dice ” i fiumi crescono piccoli”. Sembra un apparente paradosso eppure non c’è una frase migliore per descrivere cosa succede nel progredire della pratica. Diventiamo più capaci di cogliere il piccolo: il valore delle piccole cose, il disarmo del nostro narcisismo, la diminuzione del nostro senso di importanza. È una diminuzione che, contemporaneamente, ha la natura della grandezza perchè restituisce la nostra umanità condivisa e le attribuisce un posto. La nostra umanità non ha bisogno di una roboante grandezza: si nutre di semplicità.
La prima cosa che incontriamo, quando iniziamo a praticare, è la nostra distrazione. Un incontro che può essere così doloroso da far dire, ad alcune persone: “Non sono adatta alla meditazione”, tanto è il disagio che incontrare la propria distrazione può comportare.
Abbiamo, forse, un’idea grandiosa delle nostre capacità e incontrare un ostacolo così fastidioso può suscitare un vero sconforto. Eppure la mindfulness si è appena rivelata nella sua grandezza: ci fa imparare incontrando le cose che non vanno. Ci fa vedere il salto tra l’immagine ideale di noi e la realtà: svela un mistero. Ci racconta chi siamo davvero.
La concentrazione è sia uno strumento che un malinteso. È un malinteso perché pensiamo che sia necessario averla affilata come una lama per poter praticare mentre invece è accorgersi di cosa succede quando tentiamo di portare l’attenzione su un oggetto interno, il vero elemento centrale della concentrazione. Perché è diverso essere concentrati su un oggetto esterno – per esempio il cellulare – oppure su un oggetto interno – per esempio il nostro respiro. La diversità sta nella solitudine: è difficile concentrarsi su un oggetto interno se non tolleriamo la solitudine che è necessaria. Accorgersi di questo inciampo è un grandissimo regalo e non un fallimento.
Questo ci permette di definire meglio cos’è la concentrazione:
Il primo test di realtà sulla nostra pratica quindi non è quanto siamo concentrati ma con quanta gentilezza e precisione sappiamo ricondurre la nostra attenzione, ogni volta che vaga. Con quanta pazienza accettiamo che le cose siano proprio così come sono. Con quanto coraggio affrontiamo la solitudine della concentrazione senza farsi sopraffare dalla disperazione o dalla paura: questa è la misura – piccola, minima ed essenziale – della profondità della nostra pratica.
Ai migliori manca ogni certezza, mentre i peggiori rigurgitano furia di passioni. W. B. Yeats
Quando siamo concentrati sul nostro disagio pratichiamo una particolare forma di concentrazione; una concentrazione che vuole arrivare alla correzione. Se togliamo l’elemento di correzione – e a volte di punizione – sperimentiamo comunque una forma di concentrazione. Se avessimo bisogno di una prova che siamo capaci di concentrazione credo che questa sarebbe quella valida per tutti: iniziamo a lottare con forza contro quel disagio cercando di combatterlo e cambiarlo e non riusciamo a staccare il pensiero da quel luogo.
Qui la mindfulness ci permette di incontrare il secondo test di realtà della nostra pratica: tanto più siamo in grado di esplorare, di far crescere la nostra consapevolezza nei confronti di quello che proviamo nel nostro disagio, tanto più siamo avanzati nella pratica.
In modo un po’ paradossale nel disagio ci viene chiesto di diluire per poter accettare. Se siamo capaci di farlo, di descrivere con parole oneste, precise e gentili la nostra esperienza sappiamo che l’esplorazione è stata profonda, come racconta splendidamente Sharon Olds parlando del dolore per la sua separazione, nel brano sottostante.
© Nicoletta Cinotti 2020 Parole che si poggiano sul cuore
Indicibile
Ora sono giunta a guardare l’amore
con occhi diversi, ora che non sto
più nella sua luce. Voglio chiedere
al mio quasi ex-marito come ci si sente
a non amare, ma lui non vuole parlare di questo,
vuole che alla fine di tutto ci sia placidità.
E qualche volta sento come se già
fossi assente – nella visuale dei suoi ultimi trent’anni,
assente nella visuale dell’amore,
mi sento invisibile
come un neurone in una camera a nebbia, seppellita
in un acceleratore di particelle lungo un miglio,
dove ogni cosa che non può essere vista
si desume da quello che è identificabile.
Dopo il trillo della sveglia
lo accarezzo, ed è come se la mia mano cantasse
insieme a lui, come se fosse
la sua pelle che canta, in tutte le estensione musicali,
tenore della vertebra più alta,
baritono, basso, contrabbasso.
Voglio chiedergli, adesso
com’era prima, quando mi amavi – cosa vedevi in me
quando mi guardavi? Sharon Olds tradotta da Daniela Raimondi
[box] Il lavoro è una cosa molto seria. Carichiamo il nostro lavoro di significati che ci danno un senso di identità. Combattiamo duramente e desideriamo ardentemente che i nostri sforzi abbiano uno scopo. La vocazione è una frontiera mobile tra ciò che vogliamo per noi stessi e ciò che il mondo ci chiede. David Whyte[/box]
Nei momenti difficili ci guardiamo intorno, cercando una guida e una direzione. È un pò quello che succede quando ci perdiamo: ci fermiamo e cerchiamo di capire dove siamo. In quei momenti fermarsi può essere contro-intuitivo eppure è fondamentale. Permette di essere ri-trovati e ci consente di ridurre un movimento che rende ancora più disorientati e persi. Forse questa potrebbe essere la descrizione del momento in cui ci troviamo: siamo persi e abbiamo bisogno di fermarsi prima di proseguire in una qualsiasi direzione. Fermarsi non per entrare nella paralisi ma per ridefinire urgenze e priorità.
Deve pur esserci un’ uscita,
è più che certo.
Ma tu non la cerchi,
è lei che ti cerca,
e lei fin dall’inizio
che ti insegue
e il labirinto
altro non è
se non la tua, finché è possibile,
la tua, finché è tua
fuga, fuga – da Il labirinto di Wislawa Szymborska
In un programma televisivo serale ho recentemente visto il quadro degli effetti del Covid sulla struttura lavorativa. Un cambiamento rapido e drastico: sono accadute – in pochi mesi – cambiamenti che erano anni che giacevano sulle scrivanie delle HR. Il quadro che il programma presentava era drammatico: andava dall’industria dei fiori, alla ristorazione, all’organizzazione di eventi, alla produzione vinicola. Nello stesso tempo sappiamo che non tutti i cambiamenti sono stati negativi come riporta la ricerca promossa da The Work Survey sull’impatto Covid-19 su lavoro e innovazione.
Ciononostante per molte persone la situazione di difficoltà economica è intensa. Quindi di quale leadership – sia dal punto di vista politico che economico e professionale – abbiamo bisogno? Dobbiamo fare riferimento alle posizioni forti in cui ci nascondiamo nelle situazioni di difficoltà? Oppure ci sono alternative?
Ho incontrato la conversational leadership attraverso un libro di David Whyte, un poeta irlandese che porta la poesia nelle aziende come strumento di crescita personale, professionale e aziendale. La sua idea è basilare: l’azienda per crescere deve avere un’anima e questa anima si coltiva attraverso una conversazione che abbia la precisione della poesia e la sua profondità. Ma cos’è, esattamente, una leadership conversazionale? Leadership conversazionale significa apprezzare il potere della conversazione, riconoscendo che tutti possono praticare la leadership e adottare un approccio colloquiale nello stabilire le procedure lavorative in modo che nascano non solo up – down (dall’alto al basso) ma anche bottom – up (dal basso all’alto). Una buona idea per aumentare l’utilizzo delle risorse in momenti strategici o di crisi che richiede però una condizione: prendersi la responsabilità. Un elemento non di poco conto. Diamo molto volentieri consigli (e siamo grandi biasimatori) e abbiamo una lista di cose che riteniamo giuste ma facciamo fatica ad assumere la responsabilità del cambiamento. Nel momento in cui dovremmo/potremmo assumere una posizione di leadership ci tiriamo indietro.
Come mai?
Posso solo fare delle ipotesi. Assumersi la responsabilità non richiede un titolo particolare e nemmeno una posizione particolare: richiede di esporsi. Richiede di capire le proprie posizioni, di rispettare quelle altrui e di essere coerenti e congruenti. Insomma richiede di essere delle persone reali che giocano senza controfigure.
Condurre noi stessi è la parte più difficile dell’essere un leader. Jerry Colonna
Jerry Colonna, Coach e autore di Reboot: Leadership and the Art of Growing Up usa un termine che mi ha fatto sobbalzare: radical self inquiring. Perché mi ha fatto sobbalzare? La ragione è semplice: l’inquiring è lo strumento di auto-conoscenza che viene sviluppato attraverso la Mindfulness e la Mindful Self Compassion. L’utilizzo del suffisso Radical si deve, invece a Tara Brach, famosissima insegnante di meditazione e psicoterapeuta americana. Ha scritto molti bestseller tra cui Radical acceptance e Radical compassion. Tradotti entrambi in italiano con titoli che eliminano l’espressione Radical che ha, però, molto significato. Significa accettare fino in fondo ciò che accade in modo che il dolore di un evento non diventi sofferenza. Radical Compassion e Radical acceptance sono strettamente collegati perché è la nostra capacità di accettare e consolare, confortare noi stessi nel senso più alto e nobile del termine, che ci permette di sviluppare una vera resilienza di fronte allo stress. È un processo radicale perché tendiamo a non farlo e la scelta di farlo deve, per questa ragione, essere intenzionale.
Come si colloca in questo quadro la Radical Self inquiring? Noi veniamo da decenni in cui abbiamo parlato di acquisizione di competenze. Jerry Colonna, un po’ dantescamente dice, “Mi sono ritrovato a 38 anni ad essere in una posizione apicale, ad avere raggiunto il successo e, contemporaneamente, a non avere la vita che avrei desiderato. Ad esser in una vita in cui non c’era spazio per le cose davvero importanti ma solo per quelle urgenti. Non possiamo essere leader migliori se non diventiamo e coltiviamo le nostre qualità umane fondamentali.” E usa un termine che da poco tempo prende sempre più spazio: abbiamo bisogno di una compassionate leadership e non solo di una leadership che guida verso risultati che rendano la nostra vita più vuota e desolata. La vera rivoluzione del radical self inquiring però è un’altra: la leadership non è solo quella che rivolgiamo all’esterno. È prima di tutto la nostra personale capacità di avere una leadership nei confronti della nostra vita. Se manca questa capacità di self leadership saremo dei leader che vogliono condurre gli altri in luoghi dove non siamo mai stati.
Radical self inquiring: uso questo termine come un modo per descrivere come le nostre difese possono essere lasciate andare in modo abile e compassionevole. Un processo che portiamo avanti con abilità, grazia e compassione, per non continuare a nasconderci, prima di tutto a noi stessi. Sviluppiamo delle difese per proteggerci e diventano un modo per nasconderci .Jerry Colonna
Ho visto il docu-film The Social – dilemma alcuni giorni fa. Al di là delle considerazioni sull’uso dei social, i top manager e Head Enginering di Pinterest, Twitter, Facebook, intervistati hanno tutti detto che, personalmente, la loro vita era risucchiata, assediata dal lavoro e che avevano perso di vista le cose fondamentali e importanti. Quelle che danno senso alla nostra vita. Forse dovremmo fare tutti un esercizio e scrivere in due colonne separate – un po’ come facevamo con le colonne dei “Buoni” e “Cattivi” nella vecchia scuola italiana – le Cose urgenti e le Cose importanti.
Potremmo scoprire che passiamo le nostre giornate a rincorrere le cose urgenti e a trascurare sistematicamente le cose importanti, quelle che richiedono una self inquiring, quelle che rispondono alla domanda “cosa rende la mia vita degna di essere vissuta?” Il Covid ci ha costretto a fare un colossale pit-stop. Perché non fare anche un radical self inquiring e chiedersi che vita vogliamo vivere nei prossimi 10 anni e in che modo vogliamo contribuire al futuro dei nostri figli? Siamo sicuri che questo ci farebbe perdere in rendimento ed efficienza? Non siamo convinti che questo semplicemente richieda di cambiare la nostra visione dei rapporti tra produttore e consumatore. Finora il mercato ha “convinto a comprare” – come dice Paolo Iabichino – e questa è stata la logica commerciale prevalente. Non potrebbe essere il momento di chiedersi, invece, di cosa ha bisogno il consumatore e trovare modi intelligenti di rispondere a questi bisogni?
Durante il lockdown la maggior parte delle attività commerciali erano chiuse. Io vado da una parrucchiera di paese, in Toscana: siamo state per molti anni vicine di casa, è simpatica, stravagante come solo i toscani sanno essere e bravissima. Una eccellenza che ha scelto di vivere nel piccolissimo paese di nascita perché voleva una vita “normale”. L’ha fatto dopo aver lavorato in un grande salone. Durante il lockdown ha avuto una intuizione geniale. Ha mandato un whatsapp a tutte le sue clienti che si tingono i capelli e ha chiesto se volevano ricevere a casa la loro tintura, esattamente quella che fanno nel suo salone. Immaginativi la risposta: tutte hanno detto di sì e si sono viste recapitare a casa – con la collaborazione dell’azienda che produce i colori – il colore correttamente miscelato, la ciotolina, il pettine e il necessario per distribuire il colore. Ha mandato anche un video divertente su come farsi aiutare dai propri figli o mariti per la posa. Di questo abbiamo bisogno: di qualcuno che si chieda sinceramente cosa può essere utile per gli altri. Che si metta nei panni degli altri e ragioni come se il problema altrui fosse il proprio problema e offra non solo un prodotto ma un modo diverso di entrare in relazione. Pensate che finito il lockdown le sue clienti abbiano chiesto di continuare a ricevere il prodotto a casa? No, sono tornate nel salone. Lei ha offerto alle persone in difficoltà economica di ricevere il kit per la posa a casa, meno costosa. Sono tornate tutte.
Guardiamo al processo di leadership come a qualcosa che rappresenta il completamento del nostro sviluppo come esseri umani. Jerry Colonna
È commercio direte voi. Sì, non possiamo negare che siamo una realtà commerciale che ha bisogno di produttori e consumatori ma questo è un modo di essere umani e non solo venditori.
Immaginate come cambierebbero le cose se ognuno di noi si considerasse un leader, una persona in grado di produrre cambiamento. Se facessimo questa piccola ma significativa innovazione di prospettiva: chiedersi che cosa è veramente utile alle persone. Come rendere, per esempio, le risposte di sostegno economico accessibili semplicemente? Sapete perché la Caritas italiana ha distribuito, grazie anche ai sostegni economici che il Vaticano ha assegnato alle Diocesi, moltissimi aiuti? Perché le persone telefonano e dall’altra parte non c’è l’astruso modulo INPS ma una persona che li ascolta. Quella persona è un leader compassionevole. Tutti noi possiamo essere leader compassionevoli e praticare una radical self inquiring. In fondo significa solo tornare ad essere umani.
© Nicoletta Cinotti 2020 Novembre sarà il mese della gentilezza!
Risorse per Rebel Leadership, Leading innovations, The truth about authentic leader? Le trovi qui Working_Knowledge_Leadership dell’ Harvard Business School
Mi sono avvicinata alla pratica di mindfulness per ragioni cliniche: cercavo un trattamento efficace per la prevenzione delle ricadute depressive. È vero che meditavo da moltissimi anni ma lo ritenevo un fatto strettamente personale: non c’era nulla che facesse pensare alla possibilità di portare la meditazione nella stanza della psicoterapia. O, almeno, nulla che mi facesse desiderare che la meditazione entrasse anche nella parte professionale della mia vita.
Quando ho incontrato la mindfulness mi è sembrato, invece, inevitabile: fatte l’una per l’altra. Una psicoterapia contemplativa che lascia spazio alle risorse personali, che non rieduca nessuno ma coltiva: questo è portare la mindfulness nella stanza della psicoterapia. È un atteggiamento mentale che non scava ma apre. Come fanno i contadini quando smuovono la zolla perché l’orto respiri e cresca di più.
Rimaneva, per me, un ostacolo: cosa fare con la pratica dei Brahmavihara, delle quattro dimore divine?
Le quattro dimore divine sono quattro qualità della nostra mente originaria: Metta o gentilezza amorevole, Upekkha o equanimità, Karunā o compassione e Muditā o gioia condivisa. Secondo il Canone Buddhista, sono quattro virtù affettive in grado di portarci al cospetto di Brahmā, in “paradiso”, non nel futuro ma nel momento stesso in cui le evochiamo. Ognuna corrisponde a un diverso stato mentale. Nella pratica di Metta coltiviamo la felicità, nella pratica di Karuna – compassione – la libertà dalla sofferenza, in Mudita coltiviamo la condivisione della gioia e con Upekkha guardiamo con equanimità agli alti e bassi della nostra vita.
La compassione e la self compassion sono strumenti terapeutici consolidati e adesso non è più insolito che entrino nella cura ma non è sempre stato così. Ancora oggi, soprattutto quando lavoro con le aziende, la parola compassione sembra uno sproposito. Uno sproposito che sta diventando fondamentale anche in area aziendale: parliamo sempre più, infatti, di compassionate leadership. Ma cosa dire rispetto alla pratica di Metta o di Mudita o di Upekkha? Come presentarle e come inserirle? Come fare i conti con quella ripetizione di frasi augurali che sembrano una preghiera? Cosa fare con gli spiriti laici? E con quelli religiosi ma di altra religione? Alla fine ho fatto come al solito: ho sperimentato prima su di me!
Nella pratica di Metta partiamo dall’augurare a noi stessi di essere al sicuro, sani, in pace e felici e poi allarghiamo lo stesso augurio alle persone che amiamo, alle persone neutre, alle persone con le quali abbiamo un rapporto difficile e a tutta l’umanità in un’espansione progressiva della nostra capacità di provare affetto e gentilezza e condividerla con noi stessi e con gli altri. Lo facciamo con quattro frasi che ripetiamo per ognuno dei cerchi dell’intimità – dal più intimo al più esteso – e nel ripetere assaporiamo il tono della nostra voce interna.
Per molto tempo ho praticato mettendo nel cerchio delle persone difficili mia sorella. Abbiamo un rapporto complicato e interrotto da mille gelosie e rivalità. Forse è una delle persone che più mi ha fatto soffrire per futili motivi. Ovviamente lei direbbe esattamente la stessa cosa di me e sarebbe impossibile sapere chi ha iniziato prima, come succede spesso nelle liti. Per anni è stata in pole position tra le persone difficili. Poi, un giorno, non so bene come, l’ho ritrovata tra le persone alle quali volevo bene.
Un piccolo miracolo. Che ha cambiato il mio modo di guardare alla pratica di Metta e il rapporto interiore con lei. Voglio essere chiara: non ha cambiato lei. Ha cambiato me nei suoi confronti. Mi ha liberato dalla pesantezza dell’ostilità e della rabbia. Apparentemente non è cambiato nulla: non siamo diventate come le sorelle di Piccole donne ma io ho smesso di nutrire la mia ostilità.
Nello scoprire l’effetto di questa pratica mi sono resa conto di un altro aspetto che me l’ha fatta amare sempre di più. Mi sono accorta che dentro di me alimentavo uno strano senso di indegnità: come se nella vita non si fosse mai risolto il peccato originale con il quale si viene al mondo.
Sarebbe molto facile cedere alla vocina interiore che mi dice “Non sei abbastanza avanzata nella pratica per poter parlare dei Brahmavihāra”. Sarebbe facile ma sbaglierei perché darei credito al fatto che ci siano delle persone speciali – superiori – e delle persone normali come me che non devono permettersi di affrontare temi tanto significativi. Adesso non posso più credere a questa vocina. La riconosco, le lascio spazio e passo alla pratica così come l’ho imparata. È la mia àncora di salvezza anche nei momenti peggiori.
Ripetiamo delle parole per invitare uno stato mentale. Accade così in tutti i Brahmavihāra: sono, secondo il Canone Buddhista, quattro virtù affettive in grado di portarci al cospetto di Brahmā, in “paradiso”, non nel futuro ma nel momento stesso in cui le evochiamo. Ognuna corrisponde a un diverso stato mentale.
Poggiamo quelle parole sul nostro cuore perché lo predispongano al risveglio. Se non sono sentite scivoleranno via ma, giorno dopo giorno, lasceranno un’impronta. Quell’impronta credo sia l’effetto della preghiera: il risveglio di qualcosa di sopito. Le parole che poggiamo sul cuore durante la pratica entrano prima o poi dentro di noi e cambiano con la dolcezza dell’acqua, goccia dopo goccia.
Nel tempo ho considerato che sia come mettere le intenzioni e che mettere le intenzioni sia una forma di preghiera. Ci aiuta a rimanere fedeli anche quando la rabbia e la paura ci gridano in faccia di scappare o di attaccare. Avere chiare le parole delle nostre intenzioni permette di sostare, di praticare pausa, di portare presenza anche quando le nostre certezze crollano.
E trovare così, nella presenza, la risposta alle nostre domande. Ecco perché mi sembra naturale sposare meditazione e scrittura: come possiamo essere fedeli alla precisione delle parole senza scriverle? Come possiamo ricordare e tornare alle nostre intenzioni senza coltivarle con la scrittura?
È stata mia nonna a portare le preghiere nella mia vita. Aveva una fede allegra, serena. Niente di drammatico o cupo. Eppure, abbastanza spesso, quando andavo in chiesa, piangevo. Che fossi con lei o da sola non faceva molta differenza. Dei pianti lunghissimi e silenziosi, di quelli in cui le lacrime scendono senza far rumore. Mi mettevo in un angolo poco visibile, imbarazzata per quello che mi sembrava potesse essere scambiato come una dichiarazione di colpa o un inutile sentimentalismo. Sapevo che non piangevo perché mi sentivo in colpa: piangevo perché mi sentivo a casa.
La cosa non preoccupò affatto mia nonna che affrontava tutto con leggerezza. Io, per anni, non potevo entrare in chiesa, sentire le preghiere, senza mettermi a piangere. Non è un dolore ma una commozione che scioglie e che può arrivare anche mentre medito.
Mi sembra che quelle lacrime portino via le parole che non riesco a dire e quelle che ho detto e mi dispiace di aver detto. Mi riconciliano senza che sappia bene con cosa e perché. Dopo sto meglio e nemmeno durante sto male. Non mi succede tutte le volte ma spesso sgorgano queste lacrime. Anche durante la meditazione. È imprevedibile come, quando e perché.
Il mistero di queste lacrime mi ha reso molto curiosa rispetto al sentimento della preghiera fin da bambina. Oggi preghiera e poesia sono, per me, la stessa cosa. Non so quale delle due è più sacra: io direi che lo sono entrambe. Entrambe possono darmi quella commozione che è sollievo per l’animo. Entrambe coltivano il vocabolario del cuore..
Nascono dall’intimità tra la calma della mente e il conforto delle parole giuste. Sono una specie di vocativo che chiama ciò che manca e ciò che desideriamo. Nascono in un vuoto che a volte è silenzio e a volte è mancanza. Richiedono un atteggiamento di ascolto.
Un atteggiamento che rende a ogni cosa il suo valore, il sentimento che sorge quando sappiamo prenderci cura di qualcuno, anche solo attraverso un suo oggetto di uso comune.
Ho conservato per anni una spilla di mia nonna, di nessun valore. La portava sul suo bel cappotto nero. Ho anche quello. Le maniche sono scucite perché la stoffa non tiene più il filo. Per me tenere quel cappotto – che a forza di riparare è diventato una giacca – indossarlo qualche volta, è una preghiera di gratitudine per il suo essere stata silenziosamente diversa dal resto della famiglia.
Non so da dove sia venuta fuori mia nonna ma i suoi figli non le assomigliavano e nemmeno lei assomigliava al paese in cui è vissuta. La sua diversità mi ha insegnato, senza tanti discorsi, che si può essere diversi. Diversi e basta, senza giustificazioni.
Non vorrei giustificare quindi perché metto insieme meditazione, poesia e scrittura: non è solo perché sono diversa. È perché c’è un filo, delicato e resistente più della seta, che le lega insieme: il linguaggio dell’esperienza.
Quando siamo dentro ad una esperienza viene normale cercare una metafora che la esprima: ecco la meditazione è una lunga, lunghissima metafora dentro la quale la mia vita (ma non solo la mia) fiorisce con ogni respiro.
…La poesia usa immagini, si nasconde dietro visioni lievi per dire cose grandi, cerca parole per non buttarla nuda nel mondo la verità d’essere, per sfiorarla. E d’altra parte forse la meditazione è invece la più grande delle metafore, non è affatto letterale. Ogni volta che sto senza aggiungere e senza togliere niente con quello che il momento mi offre non è un’assoluta metafora di come vivere senza mettersi a discutere con la vita? La pratica non è tutta una metafora per insegnarci a rinunciare al sogno che ci vede sempre al centro dell’universo? Chandra Livia Candiani
© Nicoletta Cinotti 2020 Parole che si poggiano sul cuore
Ci accorgiamo subito quando qualcuno è distratto: sia online che dal vivo. La distrazione è una delle poche cose sulle quali è quasi impossibile fingere. Cambia lo sguardo, cambia, in maniera impercettibile, la presenza dell’altro davanti a noi e il nostro rilevatore di attenzione segnala subito se siamo finiti fuori strada, se abbiamo dimenticato chi ci stava di fronte persi dietro ai nostri pensieri o dietro alla tecnologia.
Le sessioni online, paradossalmente, lo rivelano ancora di più permettendo una visione del viso in primo piano. Ma come mai siamo così sensibili rispetto al ricevere (e al dare) attenzione? Perché l’attenzione è il primo segnale di coinvolgimento relazionale. Il primo segnale che ci permette di comprendere che siamo “ingaggiati” in qualcosa o in qualcuno.
Credo di aver assistito a molti conflitti nati da una mancanza di attenzione reciproca. Genitori distratti che si ritrovavo soverchiati dal caos dei loro figli, partner delusi che manifestano il loro scarso coinvolgimento affettivo attraverso la distrazione e la disattenzione. Anniversari dimenticati, chiamate non fatte, appuntamenti a cui arriviamo in ritardo sono tutti segnali a cui è difficile dare un significato univoco eppure ci colpiscono.
Di che cosa ha bisogno l’attenzione? Di qualche ingrediente essenziale (messo insieme dalla colla della curiosità): osservazione, percezione, capacità di entrare in relazione (in una relazione intima), capacità di stare da soli. Il frutto di tutto questo? Un rinnovato senso di presenza, creatività e motivazione!
Guardiamo tutto il giorno ma siamo sicuri di vedere davvero? Una delle cose che rende più “incastrate” le relazioni è proprio la tendenza a considerare il proprio partner, o il proprio figlio, sempre soggetto agli stessi errori. Una ricerca osservativa sulla relazione madre – bambino ha dimostrato che tendiamo a non vedere i nuovi comportamenti quando il nostro umore è basso. Più le madri sono depresse, più tendono a non riconoscere e sostenere i cambiamenti di comportamento dei loro bambini. E come potrebbero sostenerli? Notando che hanno fatto qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso e validando questa novità con un gesto di riconoscimento visivo – sì, può bastare un sorriso – o verbale. La stessa cosa accade nelle relazioni tra partner. È vero che siamo abitudinari e che quindi tendiamo a ripetere le stesse modalità ma il segreto del cambiamento sta nel riconoscere e rinforzare tutti quei comportamenti che escono dallo schema ripetuto, invece che sottolineare quelle situazioni in cui si ripete lo stesso schema (che è proprio il rischio che corriamo).
Come fare per sostenere i comportamenti nuovi? Osservare senza pregiudizi quello che accade è il primo passo. Quando siamo distratti entriamo in una specie di torpore percettivo che può diventare anche “molto spesso”. Riducendo le nostre capacità di osservazione riduciamo anche le nostre possibilità di cambiamento e le possibilità di cambiamento relazionale.
Si tratta di far caso alla maggior parte possibile di quello che c’è là fuori, e di impedire che le scuse e la noia degli obblighi limitino la nostra vita. L’attenzione è vitalità. Vi connette con gli altri. Vi rende curiosi. Restate curiosi. Susan Sontag

Vogliamo provare a metterlo in pratica con un esercizio? Questo esercizio fa parte del protocollo di Mindful Parenting ma non è riservato ai genitori. Sarebbe utile guardare il proprio partner con mente del principiante almeno un giorno a settimana!
[box] Esercizio: La mente del principiante come genitore tratto da Mindful Parenting di Susan Bōgels, per Enrico Damiani associati editore
Scegli cinque minuti durante la settimana in cui osservare tuo figlio o tua figlia nella maniera più discreta possibile. Puoi farlo mentre dorme, mentre gioca, mentre legge, quando è davanti al computer o alla TV o in qualunque altro momento ti sembri adatto. Attiva tutti i sensi e osserva tuo figlio con piena attenzione, come se fosse la prima volta che lo vedi. Puoi anche immaginare di essere un pittore, un illustratore, un reporter, un fotografo o un videomaker. Che aspetto ha questo bambino? Nota i suoi colori, le forme, i chiari e gli scuri. Nota ogni piccolo dettaglio, stringendo e allargando il fuoco, dal dettaglio a tutto l’insieme e viceversa. Osserva attentamente come si muove. Ascoltalo: il tono della sua voce, i suoni che produce mentre si muove, il suono del respiro o il battito del cuore. Puoi anche usare gli altri sensi, a seconda della situazione. Se sei seduto vicino al bambino forse puoi sentire l’odore della sua pelle o dei suoi abiti. Se il bambino è seduto accanto o in braccio a te, come lo senti al tatto? Ne puoi sentire il gusto? I neonati ad esempio spesso toccano la bocca dei grandi con le dita. Cosa provi mentre osservi tuo figlio così, con la mente del principiante, come se lo vedessi per la prima volta? Non cercare di cambiare l’esperienza in alcun modo; è quel che è. Prendi qualche appunto su questa esperienza nel tuo quaderno, se lo desideri. [/box]
Quest’estate ho ascoltato una bellissima trasmissione radiofonica su John Cage. Innovatore musicale, Cage è stato per un certo periodo in Italia e partecipò anche a Lascia e Raddoppia: era totalmente al verde e quella vincita gli dette un po’ di respiro: segno del suo carattere poliedrico e anticonformista. Quanti altri artisti si sarebbero avventurati in questa impresa?
Ma la vera impresa di John Cage – la sua opera più conosciuta – fu 4’33”, un’opera in cui la musica è quella casuale, prodotta dal silenzio e dai suoni naturali per quattro minuti e trentatré secondi. Un’idea con un illustre predecessore: La sinfonia degli addii di Haydin chiamata così perché nell’esecuzione dell’adagio finale i musicisti a turno smisero di suonare, spensero la candela del loro leggio (l’opera è stata scritta ed eseguita nel 1772) e lasciarono la sala. L’esecuzione fu conclusa da due violini con sordina, suonati da Haydn stesso e dal primo violino, Luigi Tomasini. Con questo finale il compositore alludeva al proprio desiderio di tornare a casa dopo una lunga permanenza, insieme alla sua orchestra, nella dimora estiva del principe Nikolaus Esterházy.
Cos’hanno di straordinario queste due opere? Ribaltano l’idea che la musica sia solo composizione e permettono al suono del quotidiano di evocare un ascolto. Permettono, attraverso il silenzio, di percepire cosa c’è, dentro e fuori di noi.
Dovunque ci troviamo, per lo più sentiamo rumore.
Quando lo ignoriamo ci dà fastidio.
Quando lo ascoltiamo lo troviamo affascinante. John Cage
[box] Un esercizio di ascolto: i suoni del silenzio
In questo file audio, il silenzio – accompagnato da sporadici suoni della campana – permette di esplorare il proprio ascolto. Ad ogni suono possiamo scegliere se fermarci o continuare la pratica, per seguire e riconoscere il nostro silenzio e cogliere il rumore dei pensieri come parte – inevitabile – del processo che conduce al silenzio. Per ascoltare clicca qui[/box]
Siamo tutti capaci di stare da soli? Beh potremmo dire che una volta raggiunta l’età adulta i nostri bisogni di socialità includono anche ampi spazi per la solitudine. Ad essere sinceri però la capacità di stare da soli e quella di stare in relazione sono davvero aspetti altalenanti, molto legati a fattori di personalità, alla storia personale e alla condizione di bisogno che possiamo vivere.
Dando per certi questi aspetti personali possiamo dire però che la capacità di stare da soli si nutre di alcuni ingredienti: uno dei quali è essenziale. È la capacità di essere concentrati. Come ti racconto nel mio ultimo libro – “Mindfulness in cinque minuti. Pratiche informali di ordinaria felicità” – l’attenzione ha tre diverse qualità: concentrazione, attenzione selettiva e consapevolezza aperta. Se non riusciamo a stare da soli la concentrazione è quasi impossibile perchè, anche se siamo concentrati su un oggetto esterno, quando avviene questo processo siamo, inevitabilmente, anche soli. Non solissimi ma uno.
Questa possibilità è fortemente ridotta dalla nostra costante connettività: siamo sempre in rete. Sempre a controllare messaggi e mail che esprimono, di fatto, il nostro essere in una consapevolezza aperta: niente di male. il problema è quando non possiamo stare concentrati perché, in quel caso, limitiamo tantissimo il registro delle nostre possibilità mentali e il registro della nostra creatività. Sì, hai capito benissimo: saper padroneggiare l’attenzione e passare dalla consapevolezza aperta, all’attenzione selettiva e alla concentrazione coltiva il pensiero laterale e le nostre capacità creative. La capacità di padroneggiare questi tre tipi di attenzione non è legata ad eventi stra-ordinari. È quando riusciamo a rimanere attenti nell’ordinario che davvero possiamo dire di essere padroni della nostra attenzione, che davvero possiamo dire di essere fuori da quell’anestetico dell’attenzione che è il pilota automatico.
Uscire dal pilota automatico significa anche entrare in un modo nuovo di percepire. Sono le stesse cose ma noi le vediamo come se le incontrassimo per la prima volta.
È una specie di ri-percezione che facilita lo sviluppo e il cambiamento. Una ri-percezione che non crea distanza o disconnessione dalla propria esperienza ma ci rende, piuttosto, maggiormente capaci di guardarla, sentirla e conoscerla profondamente.Questa freschezza percettiva può offrire maggior equilibrio e capacità di risposta alle esperienze abitualmente soverchianti, dandoci anche l’opportunità di riflettere per poter scegliere valori e azioni più in sintonia con la situazione nella quale ci troviamo.
L’esperienza diventa più eloquente ed espressiva: chiara nel valore che attribuiamo a quello che accade, osservata con maggiore flessibilità emotiva e mentale, capace di offrire attenzione e contatto anche ad aspetti che prima venivano evitati.
Di questo ti parlerò nel mio prossimo libro, in uscita a Dicembre per la Collana Quaderni di meditazione pubblicata dalla RCS e ogni martedì in edicola (Clicca qui per il piano completo dell’opera). Sarà un libro dedicato a meditazione e scrittura ma, soprattutto, a come le parole, l’attenzione, la meditazione e la scrittura rendano il nostro processo di cambiamento creativo e nutriente! Il titolo? Parole che si poggiano sul cuore!
Quello che succede ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo? Georges Perec
Due esercizi per coltivare l’attenzione tratti da “Mindfulness in cinque minuti. Pratiche informali di ordinaria felicità”, Gribaudo editore
© Nicoletta Cinotti 2020 L’attenzione alle parole

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