Vai la tuo cuore infranto.
Se pensi di non averne uno, procuratelo.
Per procurartelo, sii sincero.
Impara la sincerità di intenti lasciando
entrare la vita, perché non puoi, davvero
fare altrimenti.
Anche mentre cerchi di scappare, lascia che ti prenda
e ti laceri
come una lettera spedita
come una sentenza all’interno
che hai aspettato tutta la vita
anche se non hai commesso nulla
Lascia che ti spedisca.
Lascia che ti infranga, cuore.
L’avere il cuore infranto è l’inizio
di ogni vera accoglienza.
L’orecchio dell’umiltà ascolta oltre i cancelli
Vedi i cancelli che si aprono
Senti le tue mani sui tuoi fianchi
la tua bocca che si apre come un utero
dando alla vita la tua voc per la prima volta
Vai cantando volteggiando nella gloria
di essere esteticamente semplice.
Scrivi la poesia.
Jack Hirschman, Sentiero
poesia del giorno
Casomai un silenzio si impenni
Casomai un silenzio si impenni,
resta nel suo legaccio di silenzio
tu coraggiosamente resta
fatti un manto con quel suo niente
non precipitare nel boato
nel camposportivo del mondo.
Accortezza ci vuole ora.
Un amore affilato. Tagliente
Mariangela Gualtieri, Le giovani parole
Stella cadente
Alcuni desideri si adempiranno
altri saranno respinti. Ma io
sarò passata splendendo
per un attimo. Anche se nessuno
mi avesse guardata
risulterebbe ugualmente giustificato –
per quel lucente attimo – il mio esistere.
Tutti i vostri strumenti hanno nomi bizzarri
e difficili, ma io vedo chiaro
e so che in fondo sono solamente
metri e gessetti con cui misurate
e segnate – segnate e misurate
senza stancarvi.
Sfilate spilli di tra le labbra, come un sarto:
me li appuntate sull’anima
e dite: “Qui faremo un bell’orlo.
Dopo starai tanto meglio.”
Io non voglio che mi tagliate un pezzo d’anima!
Se ne ho troppa per entrare nel vostro mondo,
ebbene, non voglio entrarci.
Sono una poetessa:
una farfalla, un essere
delicato, con le ali.
Se le strappate, mi torcerò sulla terra,
ma non per questo potrò diventare
una lieta e disciplinata formica”
Poiché non mi veniva nessuna parola
(la parola era “addio”, ma non riuscivo a dirla)
ti ho dato il mio silenzio
ed ho ascoltato il tuo,
e non è stato un vuoto, ma condivisa pienezza
e ancora gioia, mentre accettavamo,
come la terra, un nostro tempo di neve,
bianco grembo d’attesa delle future estati.
(Margherita Guidacci, “Stella cadente”)
Il silenzio di Wendell Berry
Anche se l’aria è piena di canti
la mia testa rimbomba
della fatica delle parole.
Anche se la stagione è ricca
di frutti, la mia lingua brama
la dolcezza del parlare.
Anche se il faggio è d’oro
non posso stargli accanto
muto, ma devo dire
“È d’oro”, mentre le foglie
fremono e cadono con un suono
che non è un nome.
È nel silenzio
che sta la mia speranza, e il mio fine.
Una canzone, i cui versi
non posso intendere o cantare
fa risuonare il silenzio degli uomini
come una radice. Lasciatemi dire
e non essere in lutto:
il mondo vive nella morte della parola
e lì canta. Wendell Berry
Veccia in fiore
Si può leggere ogni tragedia
come la storia di un sé che matura,
ogni personaggio è parte di una sola anima.
Questo vale anche per le commedie.
Spesso la pecca sta nella conoscenza del sé;
a volte nell’avidità. Per questa ragione
il comico luccichio d’un banco d’aringhe non porta a una trama,
non ci immaginiamo una tragedia d’asini o api.
Prima delle realtà comuni, i comuni insuccessi:
fame, freddo, rabbia,brama calore.
Eppure un giorno sboccia un pensiero piccolo come un fiore di veccia
Poi non si bada più al ruolo minore, quasi senza battute
del messaggero e cui è data la lettera
che, si sa, arriverà troppo tardi e rovinata dall’acqua.
Fermarsi sotto al fico e mangiare, non è stato un errore, dunque
ma la ragione del viaggio.
© Jane Hirshfield, Ogni felicità assediata dai leoni
Cuore
Alcuni vendono il proprio sangue. Tu ti vendi il cuore.
O quello o l’anima.
Il difficile sta nel tirare fuori quella maledetta cosa.
Una specie di movimento a spirale, come sgusciare un’ostrica,
la tua spina dorsale un polso
e poi, oplà! È nella tua bocca.
Quasi ti metti in subbuglio
simile a un’attinia che espelle un sasso.
C’è un rumore rotto, il chiasso
d’interiora di pesce in un secchio,
ed ecco, un enorme e brillante grumo rosso intenso
di un passato ancora vivo, tutto intero su un piatto d’argento.
Viene fatto passare. È scivoloso. Viene lasciato cadere,
ma anche assaporato. Troppo scadente, dice uno. Troppo salato.
Troppo aspro, dice un altro, con una smorfia.
Ognuno è un buongustaio istantaneo,
e tu ascolti tutto
in un angolo, come un cameriere appena assunto,
la tua mano, diffidente e capace nella ferita nascosta
sotto la camicia e nel petto,
con timidezza, senza cuore. Margeret Atwood
La porta (Le Lettere, 2011), trad. it. E. Rao
