Ci sono parole che contengono dentro di sé talmente tanta speranza che non possiamo che guardarle con circospezione perché la speranza accende e se non si realizza brucia e si trasforma nella più crudele delle delusioni. Eppure, queste stesse parole sono irrinunciabili. Nessuno di noi potrebbe rinunciare alla parola guarire e al processo della guarigione. Tanto meno chi, come me, si occupa di cura per professione. Nello stesso tempo, attorno a questa parola, possono esserci molti malintesi
La salute
È chiaro che, se vogliamo guarire, abbiamo un problema di salute, fisica o mentale. Salute significa salvezza, tornare integri e anticamente era una divinità romana che si occupava più della salute collettiva che di quella individuale. Già questo ci dice qualcosa di importante: è difficile rimanere sani se viviamo in un ambiente malsano. La malattia è contagiosa anche quando non è un virus o un batterio: genitori ansiosi fanno figli ansiosi e le emozioni si propagano per contagio. Pochi di noi possono dire di essere capaci di non farsi influenzare dalle emozioni delle persone che amiamo. Per alcuni poi diventa difficile addirittura non farsi influenzare dalle emozioni delle persone vicine, che siano o no familiari o conoscenti. Lo stress in ufficio propaga per riflesso emotivo, oltre che per procedure di lavoro inadatte!
Il bonus psicologo
A fine luglio 2022 lo stato dette l’opportunità di fare richiesta del bonus psicologo. In due giorni arrivarono 100000 domande a fronte di fondi stanziati per 16000 persone. Un divario enorme che non è stato ancora colmato e che ci dice che la salute mentale è ancora un’ancella della salute fisica anche se sappiamo che entrambe sono strettamente collegate.
Finora l’unico collegamento certo è l’utilizzo dei farmaci che, dalla metà degli anni cinquanta, hanno cercato di curare malattie psicologiche. Il litio, la torazina, l’imipramina e il Valium, con altri nomi dati dalle case farmaceutiche di produzione, sono entrati nel cassetto dei medicinali di molte famiglie della civiltà occidentale. Curano? Senz’altro riducono i sintomi (ma possono avere effetti collaterali) ma non guariscono. Hanno, infatti, l’intenzione di ridurre l’importanza dei sintomi perché sia possibile la cura psicoterapica. Una cura non accessibile a tutti, sia perché il servizio pubblico non ha il personale sufficiente per offrire una psicoterapia, sia perché privatamente può avere un costo non per tutti sostenibile. Sia perché si è più sensibili rispetto alle cure odontoiatriche ma si ritiene più elitario e superfluo sostenere la stessa spesa per una psicoterapia che potrebbe non offrire la certezza dei risultati.
Avere parole
Un antropologo, Robert Levy, condusse una ricerca a Tahiti, Tahitians: Mind and Experience in the Society Islands, negli anni cinquanta del secolo scorso per scoprire come mai in quell’isola ci fosse un tasso così alto di suicidi. Si rese conto che i tahitiani non avevano parole per definire il dolore emotivo e questo faceva sì che, nel caso che ad ammalarsi fosse la psiche, quel dolore senza nome esitava nel desiderio di cessazione estrema: un’intenzione mal riposta di guarigione come il suicidio. Così la talking cure, di cui parlava Freud, prende un altro interessante rilievo: le parole curano (oltre che far ammalare) e se hai parole che descrivono il tuo dolore, lo addomestichi almeno un po’. “Naming is taming” come dicono gli inglesi: dare un nome a quello che proviamo ci libera dall’inquietudine che è una parte considerevole del dolore emotivo
Non vergognarsi del dolore emotivo
Per qualche strana ragione la malattia fisica ma soprattutto emotiva è accompagnata da vergogna. Come se la malattia definisse un difetto della persona ammalata. A turno malattie come la tubercolosi, il cancro l’aids, la lebbra hanno incontrato disapprovazione e difficoltà addirittura a essere dichiarate. Se questo è vero per le malattie fisiche lo è ancora di più per quelle psichiche. Essere depressi, ansiosi, ossessivi si accompagna a uno stigma che isola e ci rende lecito esserne affetti solo se guariamo velocemente.
Qualsiasi ritardo nella guarigione è un errore clinico o personale.
Aggiungiamo qualche dato. Un sondaggio del Men’s Health Forum del 2016 ha rivelato che meno di 1/5 degli intervistati era disponibile a ridurre l’impegno lavorativo per problemi di salute mentale. Nel 2018, sempre nel Regno unito ¾ dei suicidi erano di uomini, dati congruenti anche con l’Italia. Uomini e donne si ammalano diversamente e la depressione colpisce più le donne che gli uomini ma la percentuale di suicidi maschili è molto superiore alla percentuale di suicidi femminili. Perché? Perché gli uomini tacciono o nascondono di più il loro disagio e lo sentono più diminuente il loro stesso valore. È solo un’ipotesi ma ha un buon grado di affidabilità. Parlare delle proprie emozioni e parlarne in modo da ricevere cure, è più efficace in termini di possibilità di guarigione e di esiti meno infausti della malattia. Gli uomini hanno tre volte in più la possibilità di sviluppare alcol-dipendenza delle donne. Il punto è che non sai chiedere aiuto soffri di una malattia: la debolezza travestita da forza.
Elementi della guarigione
Se il contesto ammala, un contesto di gruppo di cura, contribuisce alla guarigione, rompendo l’idea che nel nostro essere doloranti ci sia un errore di fondo, una debolezza che va nascosta.
A questo aggiungiamo l’importanza di trovare le parole giuste per descrivere il nostro dolore. Trovare la radice del dolore ma, soprattutto, guardare in che direzione ci invita ad andare. Scegliere la direzione verso la quale andare ci mette in guardia dal rischio di affezionarsi alla nostra sofferenza e considerarla un segno distintivo della nostra storia.
Infine, definire che cosa vuol dire per noi tornare all’integrità. Se vuol dire “tornare come prima” dobbiamo considerare che nulla torna “come prima” perché la freccia del tempo ci invita ad andare avanti e non permette retromarce. Potrebbe sembrarci che, a volte, il cambiamento proceda un passo avanti e uno indietro ma, in realtà, siamo fatti per nascere ogni giorno e ogni giorno possiamo scegliere se integrare quello che abbiamo vissuto, dolori inclusi o tagliare via delle parti di noi. Tagliarle via significa metterle nel cassetto del dimenticatoio: un cassetto che non ha la chiave e può riaprirsi improvvisamente per eventi anche banali.
È per questo che abbiamo bisogno di scrivere la nostra storia di guarigione che è la storia che mette insieme quello che abbiamo imparato da ciò che abbiamo vissuto. Bello o brutto che sia stato omettere quello che abbiamo imparato è come non riconoscere il patrimonio che il tempo ci regala: l’esperienza e la saggezza.
© Nicoletta Cinotti 2024 Scrivere storie di guarigione

