Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,
alla metafora trasparente, compiuto,
diamantino, di visita nuziale, soleggiato,
fluido, allegro. Nessuno sentirà
alcun bisogno di suicidio o di migrazione.
Poiché ogni cosa, fuori del passato, è naturale e vera,
sinonimo dei suoi attributi originari.
Come se il tempo oziasse in vacanza… “Prolunga il bel tempo
della tua grazia. Illùminati nel sole dei tuoi seni di seta,
e aspetta l’arrivo della buona novella. Poi,
potremo crescere. Abbiamo ancora tempo
per crescere dopo questo giorno…”
Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,
dal cenno canterino e dal saluto e verbo azzurri.
Tutto è femmineo fuori del passato,
l’acqua scorre dalle mammelle della pietra.
Nessuna polvere, nessuna siccità, e nessuna sconfitta.
E le colombe dormono in un carro armato abbandonato
quando non trovano un piccolo nido
nel letto degli amanti.
© Mahmud Darwish, Non scusarti per quel che hai fatto, Crocetti editore
poesia del giorno
Un pỏ
Un pỏ
Un po implica
se non un insulto (reale o immaginato)
perlomeno qualcosa
di sgradevole –
un po di freddo
un po’ di mal di testa.
Nessuno dice mai:
“Mi fai un po’ felice”
Benché, spesso, sia
proprio questo il caso.
©Elaine Equi, Rivista internazionale di poesia n°26
I miei occhi
I miei occhi ricevono
la tranquillità del cielo,
ed ecco che sento passare
in me ciò che sente
un albero le cui foglie,
semiaperte come coppe,
straripano di luce.
Un pensiero torna
frequentemente
nel mio cuore,
come questa bruma
che sfiora i prati,
mescolandosi al mormorare dell’acqua,
agli stanchi sospiri
della brezza.
Immagino d’avere già
vissuto nell’infinito
delle cose di questo mondo
e che, a questo infinito,
ho dato i miei amori
e i miei dolori.
Rabindranath Tagore da “Petali sulla cenere”
Altri versi a Rina
Nei tuoi occhi è il settembre
degli ulivi della tua cara
terra, la tua Liguria
di rupi e di dolcissimi
Frutti.
© Giorgio Caproni, Genova di Tutta la vita, Edizioni San Marco dei Giustiniani. Una bellissima raccolta di tutte le poesie “genovesi” di Giorgio Caproni
Prima di andarmene
Prima di andarmene, vorrei avere gli zigomi alti.
Vorrei parlare meno come una del New Jersey e più come Claire Bloom.
E ogni volta che entro in una stanza, vorrei che un’orchestra intonasse la mia colonna sonora.
Vorrei avere una colonna sonora prima di andarmene.
Prima di andarmene, vorrei imparare a ballare il tip tap.
Vorrei giocare a poker a sette carte come una professionista, non come una dilettante.
E vorrei che Robert Redford, solo per una volta, mi accarezzasse la schiena con le dita,
dal collo fino alla vita.
Vorrei avere una vita prima di andarmene.
Prima di andarmene, vorrei vincere il premio della lotteria.
Vorrei essere considerata coraggiosa, brillante e magra.
E vorrei, quando mi viene offerta una scelta tra il dovere e il peccato,
non scegliere immediatamente il dovere.
Vorrei un paio di offerte prima di andarmene.
Prima di andarmene, vorrei migliorare le cose.
Vorrei che mi dicessero che sono stata più una gioia che un peso.
E vorrei che le persone che amo sapessero che sono loro quelle con cui,
se potessi rifare tutto, rifarei tutto.
Vorrei rifare tutto prima di andarmene.
©Judith Viorst Forever fifty
Poesia del freddo
Freddo, adesso.
Vicino al limite. Quasi
insopportabile. Nuvole
si accumulano e disperdono
dal nord dell’orso bianco.
Questa mattina che spacca gli alberi
sogno le sue impronte grasse,
la sugna che salva la vita.
Penso all’estate e ai suoi frutti luminosi,
fiori che si gonfiano in bacche, foglie,
manciate di grano.
Forse quello che il freddo è, è il tempo
in cui misuriamo l’amore che abbiamo sempre avuto,
segretamente,
per le nostre ossa, l’amore duro,
affilato come un coltello
per il caldo fiume dell’io, oltre
ogni cosa; forse
è questo, quello che significa la bellezza
dello squalo blu che fila verso le
capriole delle foche.
Nella stagione della neve,
nel freddo incommensurabile,
diventiamo crudeli ma onesti; ci
manteniamo vivi,
se ci riusciamo, prendendo uno
dopo l’altro
i corpi necessari degli altri,
i molti fiori rossi schiacciati.
© Mary Oliver in Primitivo americano
