- Perché il 90% di quello che conosciamo sullo sviluppo del cervello e della mente risale agli ultimi 15-20 anni e quindi, spesso, abbiamo credenze sbagliate e idee obsolete che fanno più danno che educazione.
- Per la prima volta possiamo dare suggerimenti educativi che siano davvero basati su evidenze scientifiche e non su opinioni personali.
- Ci permette di comprendere davvero perchè i primi anni di vita sono così importanti senza suscitare inutili sensi di colpa (in particolare sulle madri) ma basandole su come l’esperienza organizza il sistema cerebrale infantile ( e adulto).
- Ci spiega la differenza – per un bambino – tra una interazione reale (con genitori, familiari, amici) e una virtuale (quella con la televisione per esempio) e come questo influenza lo sviluppo del linguaggio.
- Ci spiega come le emozioni di base interagiscono con lo sviluppo cerebrale e ci spiega quindi perchè certe emozioni – per i bambini – sono dannose. E ci insegna come possiamo regolarle
- Basa le sue affermazioni sulla collaborazione con uno dei più importanti neuroscienziati: Jaak Panksepp.
- E, last but not least, chiarisce perchè una educazione basata sulla mindfulness sia preventiva e curativa rispetto alle emozioni disregolative dei bambini e degli adulti!
genitori consapevoli
Non cercare la perfezione in un mondo che cambia. Piuttosto perfeziona il tuo amore
“Se cerchiamo la perfezione nei nostri bambini o negli altri membri della nostra famiglia, con ogni probabilità li stiamo semplicemente facendo entrare assieme a noi nel nostro film. Noi, nel ruolo di registi, ci aspettiamo che siano all’altezza del nostro copione e dei nostri programmi. Un’aspettativa del genere non può creare un contesto di comunicazione aperta in cui l’amore, o la famiglia, possa crescere e fiorire.
Anziché misurare i nostri bambini rispetto alle nostre aspettative, possiamo aprirci alla possibilità di vedere i nostri figli così come sono, aprendo le porte all’amore. I nostri bambini, in questo modo, diventano una guida nell’insegnarci come perfezionare il nostro amore, anziché cercare di rendere perfetti loro. Diventano nostri amici nell’aiutarci a coltivare la bodhichitta, la qualità di un cuore nobile e risvegliato. Possiamo crescere assieme ai nostri bambini. Stiamo compiendo lo stesso viaggio. Di fatto, crescere insieme è ciò che fanno le famiglie sane – non solo i bambini, ma anche i genitori.
La mattina al risveglio
…come una barca in mezzo al mare
L’ABC della mindfulness
Genitori tra maschere e specchi
Il legame – imprescindibile – tra un genitore e un figlio è qualcosa di estremamente prezioso, e come tutte le cose preziose, va curato con cautela. E’ un rapporto tanto naturale quanto difficile. Complicato per la sua naturalezza.
Una donna, in molti casi, sceglie di diventare madre per una sorta di “desiderio di completamento”. Basta fare un piccolo sondaggio ad aspiranti papà e mamme, per scoprire che i principali motivi per cui si vuole diventare genitori sono legati all’immagine che abbiamo di noi stessi. E spesso anche a un vuoto da colmare. Con un figlio da accudire ci si sente più utili, competenti rispetto a un ruolo. Si alimenta il nostro ego.
Per questo il ruolo genitoriale porta con sé una serie di dinamiche particolari, che è importante iniziare a riconoscere. Una di queste è la dinamica dello specchio, la tendenza ad identificarsi nei propri figli dimenticando la loro imprevedibilità e unicità.
Il meccanismo dello specchio
Le scelte dei nostri figli – la scuola, il lavoro, il matrimonio -, tutto quello che fanno e l’immagine che hanno, ci tocca sempre molto personalmente. Vediamo un figlio come qualcosa di “nostro”, una questione personale, in cui proiettiamo paure, speranze e aspettative.Un figlio è come uno specchio in cui ritroviamo parti di noi stessi.
Questo è il motivo per cui molti genitori prendono le difese dei figli anche quando hanno torto.
Nel contesto scolastico è una dinamica sempre più frequente: l’insegnante dà una punizione, il genitore veste i panni dell’avvocato, rifiutandosi di credere che suo figlio possa aver sbagliato.
Il motivo per cui molti genitori hanno questa predisposizione a difendere “a spada tratta” il proprio figlio, anche quando commette un errore, sta in questo meccanismo dello specchio. Il figlio ha sbagliato? Ci si sente attaccati personalmente, come se lo sbaglio fosse nostro. Così non vediamo la persona di per sé, con i suoi bisogni, le sue paure, la sua voglia di sperimentarsi, ma noi stessi.
Questo atteggiamento “difensivo” nasce principalmente dalla paura. Una paura che è sempre legata all’ego – all’immagine che abbiamo di noi – ed è quella di uscire dal modello che ci siamo costruiti, modello “che non ammette errori”. Allora si nasconde tutto sotto il tappeto: se noi non vogliamo vedere certe debolezze, anche gli altri non le devono vedere.
La maschera del supereroe
Se ci pensiamo, in generale sono rare le persone che non nascondono sotto il tappeto le proprie debolezze, specialmente davanti ai figli. Sembra che ci sia una regola, per cui la mamma o il papà, che devono dare l’esempio, debbano essere infallibili in ogni situazione. Così pensiamo di dover sapere tutto, di aver potere su tutto, davanti ai figli, anche se sappiamo che non è così.
La conseguenza è che ci si allontana, invece di avvicinarsi.
Il figlio si sente piccolo, l’immagine del genitore è qualcosa di irraggiungibile. Vede così amplificate tutte le sue piccolezze: si concentra sul “di meno” e non sul “di più” che ha, sul suo valore.
Se non siamo a nostro agio con le nostre imperfezioni e debolezze, il figlio sentirà di dover nascondere le sue, di dover essere anche lui invincibile.
Una piccola arma: l’umorismo
Un metodo per tirar fuori i nostri lati deboli è imparare a riderne. Lo scrittore Kahlil Gibran scriveva che “il senso dell’umorismo è il senso della proporzione, dell’armonia e dell’equilibrio”. L’umorismo può essere un bel modo per alzare il tappeto e vedere cosa c’è sotto.
Utilizzato con consapevolezza e rispetto, permette di giocare coi propri difetti, di vedere il loro aspetto creativo, di osservarli a distanza e come parte di un contesto.
Un rapporto autentico
Se siamo a nostro agio con le nostre debolezze, se siamo in grado di prendere i nostri difetti come dati di fatto e di vederli nella giusta proporzione, si crea la vicinanza.
Solo quando ci sentiamo tranquilli nelle nostre competenze e incompetenze, sappiamo andare oltre a quello che pensano gli altri e prendere le cose con la giusta leggerezza, diventiamo un esempio reale, tangibile. Non siamo più un modello lontano e irraggiungibile.
Per un rapporto autentico, diventa quindi sempre più fondamentale alzare il tappeto, vedere oltre lo specchio e oltre alle maschere che indossiamo. Mostrare noi stessi per come siamo. E fare uno sforzo di separazione tra la nostra identità e quella dei nostri figli.
Se si impara –come genitori e come figli- ad accogliersi nella propria interezza, nella propria imperfezione -come individui a sè, eppure in rapporto con l’altro- solo allora ci si può specchiare l’uno nell’altro. E vedere qualcosa di diverso, di completo.
“Mamma I tuoi occhi sono anche specchi perché io mi vedo.”Robinson, 7 anni.
© Silvia Cappuccio 2016
Foto di ©Rosheart, ©stampmoments
