
Quando ero piccola, mia madre mi guardava con espressione soddisfatta e mi diceva sorridendo: “Tu sei il mio cavallo vincente”. Allora non conoscevo bene il significato di quella frase, né quanti guai avrebbe comportato nella mia vita. Mi cullavo nel suo sorriso compiaciuto, che mi sembrava un presagio di felicità.
Molti anni dopo ho trovato in un libro di meditazione una storia che riguardava proprio i cavalli. I cavalli, secondo il sutra da cui è tratta la storia, si dividono in quattro categorie: quelli eccellenti, i buoni, i mediocri e i pessimi. Il cavallo eccellente non ha bisogno di sentire la frusta – basta la sola intenzione del cavaliere e già è al galoppo. Quello buono si muove alla minima frustata, quello mediocre resta fermo finché non sente dolore, e il pessimo aspetta, per muoversi, che il dolore gli penetri fino nelle ossa.
Il praticante migliore è il cavallo più scadente, perché non reagisce istintivamente agli eventi ma aspetta di averli compresi fino in fondo prima di rispondere. La sua non è ottusità, ma pazienza. Il cavallo eccellente, invece, coglie nervosamente ogni segnale e non ha che una possibilità: correre.
Così, a distanza di tanto tempo, pratico per diventare un cavallo pessimo. Chissà cosa direbbe mia madre di questa apparente follia?
E tu, che cavallo sei?
Pensate a un cavallo e ad un cavaliere. Il cavaliere, con il suo controllo cosciente della direzione e della velocità, funge da io; il cavallo fornisce il centro inferiore, la forza e la sicurezza nell’incedere che garantiscono al cavaliere di essere portato dove desidera. Se il cavaliere perdesse la coscienza, il cavallo, nella maggior parte dei casi, lo porterebbe salvo a casa. Ma se crollasse il cavallo, il cavaliere sarebbe virtualmente impotente e non potrebbe far altro di meglio che avviarsi a piedi verso la sua meta. Alexander Lowen
Pratica di mindfulness: La meditazione della montagna
© Nicoletta Cinotti 2025 Il programma di MIndful Self-compassion. Ultimi due giorni in very early bird
