“Amare qualcuno significa leggerlo. Significa saper leggere tutte le frasi che ci sono nel cuore dell’altro, e leggendolo liberarlo. Significa dispiegare il proprio cuore come una pergamena e leggerlo ad alta voce, come se ciascuno fosse lui stesso un libro scritto in una lingua straniera…leggere così l’altro significa favorirne il respiro, ossia farlo esistere. Forse i pazzi sono persone che nessuno ha mai letto, resi furiosi per il fatto di contenere frasi che nessuno sguardo ha mai percorso. Sono come dei libri chiusi…si legge in una persona come in un libro, e questo libro si illumina quando viene letto e ci illumina a sua volta, come fa per un lettore una bellissima pagina di un libro raro.”
(C. Bobin)
Tipologia
Gli scogli al cambiamento
Cambiare è un percorso. Una strada a volte semplice, a volte accidentata. Come tutte le strade c’è un filo di continuità con il passato, indicato dalla strada percorsa, e una direzione verso qualcosa, che è la nostra motivazione al cambiamento.
Spesso gli ostacoli ci disorientano perché ci fanno domandare se stiamo facendo la cosa giusta, con l’idea nascosta, che cambiare sia un flusso ininterrotto di trasformazione. In realtà gli ostacoli sono parte integrante del cambiamento.
Sono scogli composti prevalentemente da rabbia e dolore intrecciati insieme. A volte emerge la rabbia, altre volte il dolore. La ricompensa è la gioia di crescere.
La direzione del cambiamento
Quando entriamo in contatto con il nostro mondo interno può emergere un senso di vulnerabilità. Questa vulnerabilità non ci rende più fragili: ci indica la direzione della nostra crescita e del cambiamento di cui abbiamo bisogno.
Solo così, infatti, può avvenire una trasformazione: attraverso le nostre parti che, perché vulnerabili, sono più aperte. In questo modo la nostra fragilità diventa la nostra vera forza. La forza vitale che ci permette di crescere per tutta la vita.
Pratica del giorno: Lasciamo che questa giornata sia una celebrazione di quella saggezza interna che ci mantiene aperti per poter crescere.
Vincere e perdere
Abbiamo una pretesa, a volte silenziosa, altre volta esplicita: quella di vincere sempre. Vorremmo avere un senso di vittoria in tutto quello che facciamo. Perché altrimenti ci spaventiamo. Perché confondiamo la paura con il pericolo.
Ma soprattutto perché, strano a dirsi, non sappiamo come consolarci. O meglio, l’unico modo che abbiamo per consolarci è quello di vincere. Se perdiamo non sappiamo più come fare fino alla prossima vittoria.
Pratica del giorno: Se iniziassimo ad usare qualche altro strumento per consolarci? Per esempio Addolcire, confortare, aprire oppure Self compassion breathing? Potremmo scoprire che quella che oggi sembra una sconfitta è, di fatto, una grande vittoria. E che quella vittoria è stata, invece, una grande perdita.
Scrivere di Sè….il giornale dei sogni!
Nelle settimane precedenti abbiamo messo le basi per la sceneggiatura della nostra vita: note semiserie, eroi e avventure popolano ormai il nostro quaderno e siamo pronti quindi per la regia ossia, il giornale dei nostri sogni!
Il giornale dei sogni
Tutti noi sogniamo, alcuni di notte solamente, altri solo di giorno e i più golosi sognano giorno e notte. In effetti queste note si riferiscono ai sogni notturni ma possono essere usate anche per i “sogni ad occhi aperti”!
In questo caso il primo strumento è la memoria, perché i sogni svaniscono molto velocemente, forse perché hanno, in sè, un potenziale a dir poco rivoluzionario, forse perché la mattina tutto scorre molto velocemente…in ogni caso i primi appunti del sogno possono essere anche solo verbali… iniziamo cioè raccontandoceli a voce alta, magari mentre ci laviamo o ci vestiamo (ovviamente avvertiamo i nostri coabitanti che potrebbero non gradire tante chiacchiere al risveglio!).
Superato lo scoglio della memoria, tiriamo fuori il nostro quaderno, meglio se un quaderno a fogli mobili o un pc perché la scrittura è un processo con molte revisioni.
Scriviamo la trama
Iniziamo a scrivere considerando il nostro sogno non diversamente da un film di cui siamo stati i registi. Buttiamo giù la trama e, dopo averla scritta, mettiamo un titolo alla nostra sceneggiatura.Il titolo è importante e in genere si basa sull’immagine più insolita o carica di significato. Ricorda di segnare anche la data perché ti servirà in seguito, quando vorrai capire, sulla base dei tuoi sogni, dove ti stai dirigendo in questo momento della tua vita.
Poi passa al dettaglio e prova a rispondere ad alcune domande base:
- Quali erano i miei sentimenti al risveglio? Buon umore o cattivo umore?
- Ci sono dei fatti avvenuti nei 2/3 giorni precedenti al sogno che compaiono come elementi?
- Dove si svolge il sogno? Cosa ti suggerisce quel luogo? Come regista scegli quel luogo per dare quale informazione ai tuoi spettatori?
E soprattutto, come regista del sogno, proponi agli spettatori quella scena per dare loro quale messaggio? Per metterli in quale stato d’animo?
Nessuna trama regge senza buoni personaggi
Spesso siamo noi gli interpreti principali dei nostri sogni e, anche se non lo siamo direttamente, il sogno rappresenta sempre lo scenario interiore ed esterno del sognatore. Il personaggio principale, indipendentemente dal fatto che sia o meno rappresentato da noi, è il nostro Io e l’avventura che il sogno descrive è il nostro ” compito di sviluppo”, il percorso che cerchiamo di realizzare in questo momento della nostra vita.
Raramente siamo solo noi i protagonisti, spesso compaiono altri personaggi conosciuti o sconosciuti. Proviamo a domandarci che ruolo svolgono questi personaggi nella trama del sogno-film.
- Chi è che mi ostacola nel sogno o il nemico da cui cerco di sfuggire? In che modo lo fa?
- Chi – o che cosa – mi aiuta e diventa una specie di ancora di salvezza?
- A cosa servono le comparse? Sono figure minacciose, neutre o positive?
Ovviamente nessuna trama deve essere svelata subito fino in fondo e così ci vediamo la prossima settimana per un nuovo aggiornamento sul Giornale dei sogni!
a cura di Nicoletta Cinotti
Mindfulness e psicoterapia: lo spazio della consapevolezza
È la Coscienza, non più l’inconscio, il mistero chiave.”(Stern).
L’attenzione al momento presente, tipica dell’esperienza mindfulness, come abbiamo visto la scorsa settimana, sposta il focus dalle dinamiche inconsce del paziente a ciò che rientra nel suo campo di esperienza consapevole. Questo spostamento d’attenzione è estremamente rilevante perché presuppone l’uso di strumenti clinici diversi.
Intanto presuppone una sospensione dell’interpretazione – che richiede per il clinico la dimestichezza e l’uso di uno schema di lettura delle dinamiche inconsce – alla costruzione di esperienze che aumentino l’area della consapevolezza di sè.
Comporta anche un significativo spostamento dell’attenzione dai contenuti che il paziente porta al modo con cui affronta le difficoltà quotidiane e quindi a quelli che sono gli schemi abituali di risposta nelle aree corporea, emotiva e mentale. Due spostamenti che sottolineano per l’appunto, il ruolo centrale della consapevolezza come chiave d’accesso al funzionamento reale e quotidiano della persona.
Cos’è la consapevolezza
Nel linguaggio comune, si intende per consapevolezza (awareness in inglese ) la percezione che si ha di un evento e la reazione corporea, emotiva e cognitiva, al verificarsi di questa condizione. Non implica necessariamente la comprensione di ciò che accade – e anzi si potrebbe definire una forma di conoscenza non narrativa – ma presuppone la capacità di prestare attenzione alla propria esperienza sensoriale e la capacità di descrivere e nominare gli elementi che compongono l’esperienza stessa.
Questa attenzione alla consapevolezza comporta due aspetti essenziali: il primo è che la consapevolezza può essere parziale e soggetta a restrizioni che sono fortemente legate alla qualità del momento presente in cui avviene. Il secondo è che la consapevolezza rende l’esperienza prima di tutto un evento corporeo e rende il corpo la base e l’ancora dalla quale partire per indagare gli aspetti emotivi e il funzionamento della mente.
La limitazione della consapevolezza
La consapevolezza è un’evento dinamico soggetto a fluttuazioni e oscillazioni che ampliano o riducono il campo d’esperienza. Sappiamo che, in condizioni di stress, la nostra consapevolezza diventa selettiva e, in qualche modo modificata, mentre, in condizioni di benessere, si amplia e si diversifica. Sappiamo anche che, per molti compiti della nostra vita quotidiana, la nostra consapevolezza subisce un tipo particolare di restrizione che ci fa funzionare secondo schemi abituali di risposta. Proviamo ad approfondire quindi quali possono essere gli elementi di limitazione e quali le limitazioni connesse agli schemi automatici di risposta.
Cosa limita la consapevolezza corporea
La consapevolezza corporea è alla base del processo stesso di consapevolezza e la sua ampiezza è radicata nella qualità dell’esperienza corporea. Contrazioni muscolari croniche, limitazioni nel movimento, o l’inibizione dall’espressione emotiva, riducono la base corporea della consapevolezza fino a produrre stati di parziale anestesia corporea. L’esperienza corporea non percepita è comunque registrata a livello del sistema nervoso centrale e va a costituire la base dei segnali di risposta su cui poggia la nostra esperienza e su cui poggiano i nostri processi di attribuzione del significato.
Qualsiasi emozione non possa essere espressa rappresenta inoltre una fonte di tensione per i muscoli e una potenziale riduzione di consapevolezza. La correlazione tra tensione muscolare e inibizione è talmente stretta che è possibile valutare quali sentimenti o impulsi sono inibiti in una persona studiando le sue tensioni muscolari. Le tensioni che nascono dall’inibizione emotiva sono tensioni che si sviluppano lentamente, attraverso il ripetersi di esperienze frustranti e, spesso insidiosamente, diminuiscono la nostra consapevolezza.
Sappiamo inoltre che la nostra esperienza emotiva può essere consapevole solo quando rientra dentro la nostra finestra di tolleranza.
La finestra di tolleranza
La finestra di tolleranza è un concetto sviluppato da Daniel Siegel nel 1999. Siegel la definisce come quel range all’interno del quale le diverse intensità di attivazione emotiva e fisica possono essere integrate senza interrompere la funzionalità del nostro sistema (Siegel, 1999,253 ed. americana).
Quando i pazienti sono all’interno della loro finestra di tolleranza le informazioni che provengono dal mondo interno e dall’ambiente esterno possono essere integrate, in un fluire ininterrotto di informazioni percettive che vengono assimilate e associate ai dati emotivi e cognitivi, e rimangono nel campo della consapevolezza fino a costruire un significato alle esperienze. Se usciamo dal nostro range di tolleranza entriamo in uno stato di iperattivazione o di ipoattivazione che produce una frammentazione o riduzione significativa dell’esperienza percettiva. Questa condizione, tipica delle situazioni traumatiche, è in realtà più frequente, a livello subclinico, di quanto siamo abituati a pensare e produce una riduzione, a volte sistematica e quindi significativa, della consapevolezza.
La limitazione che nasce dal giudizio
Esiste un tipo particolare di limitazione della consapevolezza che fa da cerniera con quelle che sono le limitazioni legate agli schemi abituali di risposta ed è quella che nasce dalla valutazione delle esperienze percettive in tre categorie di base: positive, negative e neutre. Quando giudichiamo un’esperienza negativamente tendiamo ad attivare dei meccanismi difensivi che cercano di eliminare il disturbo dal campo della coscienza. Ma la prima valutazione appercetiva può essere un trabocchetto e, inoltre, abbiamo bisogno di affrontare, anziché evitare o nascondere, gli elementi che percepiamo negativamente. Se aumentiamo la consapevolezza dei nostri schemi di risposta possiamo rallentare il processo di giudizio dell’esperienza e renderlo un giudizio a posteriori anziché un giudizio a priori.
La limitazione che nasce dagli schemi abituali di risposta
Tutti noi funzioniamo anche attraverso modelli automatici di risposta. La presenza di queste risposte automatiche è funzionale perché ci permette di agire senza dover continuamente re-imparare come farlo. La base di queste modalità automatiche è collegata alla nostra memoria procedurale che attiva il modello di risposta. Non abbiamo bisogno, ogni volta, di ricordarci la nostra scuola guida: entriamo in macchina, giriamo la chiave e partiamo. Il nostro corpo sa come farlo e la nostra mente sa dove andare.
Il problema è che gli schemi abituali di risposta tendono a rimanere costanti e a ripetersi sempre uguali anche di fronte a condizioni diverse. Insomma abbiamo un problema di aggiornamento, come scopriamo, a volte, cambiando macchina o sistema operativo del computer! Questo è dovuto al nostro bisogno di coerenza: apprezziamo la ripetizione perché ci permette di sperimentare un senso di continuità con il passato. Tutto bene tranne che questi schemi non vengono usati solo per le azioni quotidiane ma anche per le risposte su base difensiva, nate per proteggerci adeguatamente da un pericolo vissuto e non più aggiornate. E’ qui che l’attenzione all’esperienza consapevole si intreccia con l’importanza del momento presente. In questo modo possiamo fare un aggiornamento delle nostre modalità di risposta e domandarci se quel modello di risposta è ancora funzionale o se necessita di una revisione perché le condizioni attuali sono modificate. La necessità di aggiornamento comporta una valutazione attenta delle nuove e diverse condizioni attuali e una sospensione da quel giudizio immediato che tendiamo a fare e che diventa l’interruttore dello schema abituale di risposta.
Passato e presente intrecciati
E’ nelle nostre modalità abituali di risposta che avviene lo “scambio” tra passato e presente. Ogni momento presente mette in scena una storia vissuta, formata da numerose brevi esperienze che convergono nel presente soggettivo. Questi particolari momenti riescono a cogliere in parte lo stile, la personalità, le preoccupazioni o i conflitti del soggetto, costituendo dei casi particolari di pattern passati e futuri.
Permette di contestualizzare i ricordi, selezionando le parti del passato da attivare e riportare al presente, stabilendo in che modo dovranno essere assemblate per adattarsi meglio alla situazione presente e manifestare il loro effetto.
Il momento presente rivela così un “mondo in un granello di sabbia” (Stern 2005), sufficientemente degno, da solo, di attenzione clinica. Più a lungo il terapeuta riesce a soffermarsi su di esso e ad esplorarlo, senza ricorrere ad un uso frenetico dell’interpretazione, maggiori saranno i percorsi clinici che si riveleranno.
“Il momento presente è un processo implicito, e tuttavia, perché un’esperienza possa definirsi come momento presente, deve entrare a far parte della consapevolezza o di qualche forma di coscienza.” (Stern)
Tra consapevolezza e coscienza
La consapevolezza diventa quindi un elemento clinico importante perchè permette l’accesso alle nostre risorse e ai nostri processi di costruzione di significato. Implica il focalizzare l’attenzione su un oggetto d’esperienza che diventa così un elemento cosciente che può essere ricordato e che diventa un atto riflessivo. Quando ci troviamo nella vividezza del momento presente possiamo cogliere la qualità dei nostri segnali di risposta, aprendoci a modalità nuove, possiamo decentrarci e disidentificarci dai processi ruminativi di pensiero e dai vecchi meccanismi difensivi. Aprirci a nuove modalità più adatte alla situazione che stiamo vivendo, andando a scoprire quel mistero chiave che è come mai, proprio oggi, proprio ora, stiamo rispondendo così e chiedendoci se è proprio quella la risposta più adeguata alle nostre esigenze attuali.
La consapevolezza di ognuno è uno spazio davvero ampio nel quale risiedere; non c’è momento in cui non sia un’alleata, un’amica, un santuario, un rifugio. E non è mai assente, solo che a volta è velata. […] Se fai appello alla consapevolezza quando sei immerso nei dubbi, nell’infelicità, nella confusione, nell’ansia, nel dolore, questi stati mentali non sono più «tuoi»: sono solo condizioni meteorologiche del tuo corpo e della tua mente. Quella dimensione di «te» che sa già che dubiti, che sei infelice, che sei confuso, ansioso, risentito, che soffri, non è nessuna di queste cose e sta già bene, è già nella pienezza dell’essere. Non sarà mai altro da ciò che è, dalla persona che sei in realtà, a livello più essenziale. E così, se ricordi la consapevolezza non giudicante nel momento presente come una possibilità e stai imparando a fidartene e vai a trovarla di tanto in tanto, a maggior ragione se vi prendi residenza per tempi più lunghi, allora non solo «stai facendo bene», ma in realtà non c’è nessun «fare» e non c’è mai stato, né c’è qualcuno che lo faccia. Non si tratta, non si è mai trattato di «fare»; si tratta di essere: essere il sapere, compreso il sapere di non sapere. Che differenza c’è? Fermiamoci un attimo a meditare su questo fatto” (Kabat Zinn, 2005, p. 165, pp. 282-284).
Mindfulness e Self-compassion tra psico-educazione e clinica
a cura di Nicoletta Cinotti
