Mi domando spesso cosa fare con i miei errori perché gli errori sono un movimento in due tempi: quando li fai sei abbastanza convinta da farli e poi, a posteriori, si rivelano sbagliati. Per alcune persone il momento critico è quello della scelta: lo faccio, non lo faccio e così via in un tormento di rimuginazione e dubbio. Per altre il problema è dopo, quando si accorgono di aver sbagliato.
Per me il vero problema è quando sbaglio perché ho evitato di ascoltare un’intuizione. Molte altre persone, come me, sono soggette a questo tipo straordinario di errore: non fidarsi di ciò che emerge. È successo recentemente con una persona che si presentava benissimo e di cui, immediatamente, ho provato sospetto. Tutti mi dicevano che meglio di così non poteva essere e mi sono lasciata convincere: avevo ragione io. O, almeno, i fatti mi hanno dato ragione.
Perché non mi fido di me? Perché non esiste una cultura che ci aiuti a sbagliare con curiosità ma, piuttosto, a vergognarci di sbagliare e di essere difformi dal pensiero dominante. Il punto è proprio il pensiero dominante. Spesso non ci fidiamo delle nostre intuizioni perché vanno contro il pensiero dominante nel nostro gruppo o nelle persone di cui ci fidiamo. Ma la vita è la nostra. Possiamo prendercene cura sbagliando, eventualmente, in prima persona anziché in seconda persona, perché abbiamo aderito a quello che dicevano “gli altri”.
Il sentimento dell’errore: una prospettiva buddista
Possiamo dire che l’errore è dukkha, il dolore? Sì, direi che possiamo dirlo! Le quattro nobili verità sono il cardine del pensiero buddista, quello attorno a cui ruota la pratica: l’esistenza del dolore e la strada verso la cessazione del dolore. Quello che facciamo nella nostra meditazione quotidiana non è altro che indagare quello che ci fa soffrire, in che modo trasformiamo il dolore in sofferenza e in quale modo potremmo liberarci dal dolore.
C’entra la sensazione di essere nel giusto e nello sbagliato, quello che io chiamo “il sentimento dell’errore” che non è solo vergogna ma anche l’inquietudine di non sapere. Anche nella meditazione (e nella scrittura) è così: se mediti ti senti nel giusto e quando non mediti – o non hai tempo per farlo – ti senti sbagliato, come se mancassi a qualcosa di fondamentale.
Due pratiche, uno stesso cammino
Anche la scrittura mi dà la stessa sensazione e, forse, arrivo ad essere più fedele alla scrittura che alla meditazione. Per me sono come due personaggi. La scrittura è suadente, la meditazione è rigorosa. A volte si litigano lo spazio e, se ho poco tempo cercano di convincermi di fare prima l’una dell’altra.
Però ho scoperto una cosa: devo mettere prima la meditazione perché se metto prima la scrittura faccio troppa fatica a fermarmi. Perché scrivere è un modo per essere: coincidono. Non è tanto importante il risultato, quanto questa intenzione di esistere attraverso la scrittura. E questo rende la scrittura uguale alla pratica di meditazione: richiedono un’intenzione che si realizza nel momento in cui la fai, indipendentemente dal risultato.
E quando non lo fai ti senti “sbagliato” perché sai che manchi ad un appuntamento fondamentale: quello con te stesso. Per cui le 4 Nobili verità per uno scrittore diventano: “Uno scrittore scrive, scrivere è un processo, che conosci solo alla fine. E, se la scrittura è la tua pratica, l’unico modo per fallire è non scrivere.” Esattamente come l’unico modo per fallire la meditazione è non meditare.
Nel mezzo del cammino
“Non c’è Shakespeare o Beethoven; e nemmeno – emotivamente ed empaticamente – c’è Dio. Noi siamo le parole, noi siamo la musica, noi siamo Dio. Noi siamo le parole, noi siamo la musica, noi siamo la cosa in se stessa.” – Virginia Woolf
Quando pratichiamo puntiamo al cuore dell’esperienza. Ad una visione non dualistica dell’esperienza. Siamo inzuppati come biscotti nel caffellatte. Esploriamo il nostro stato mentale nello schermo bianco delle pratiche ripetute. Sempre la stessa pratica per avere la possibilità di sperimentare non la differenza delle pratiche ma la differenza del nostro stato mentale.
Il Dalai Lama raccontava che a sei anni, quando iniziò a studiare i testi buddisti, non era minimamente interessato. A sedici anni iniziò a sentire interesse. A 35 anni iniziò a vedere i primi progressi: migliorò attorno ai 40 anche se ancora non poteva dirsi una mente illuminata.
Ecco, la scrittura e la meditazione in questo rivelano pienamente la loro somiglianza. Inizi a scrivere a sei anni, ma fino all’età adulta potresti non vedere davvero un segno di reale interesse per la scrittura e i frutti poi, potrebbero essere molto tardivi. Non è questo che conta. Quello che è importante è la tua fedeltà alla pratica.
Attraversare il “mezzo”
L’entusiasmo dell’inizio è straordinario. Ti spinge a praticare o a scrivere con passione. Anche iniziare ad intravedere la fine può essere meraviglioso ma il problema è quando sei nel mezzo. Nel mezzo della pratica e nel mezzo della scrittura.
In quel momento la motivazione vacilla, inizi a pensare che forse non sei affatto portato per quello che stai facendo. È allora che serve avere un’abitudine. Sedersi a meditare, sedersi a scrivere perché questo è quello che ti fa sentire che stai facendo la cosa giusta anche se quel giorno la pratica è un continuo vagare e la scrittura si sviluppa senza senso alcuno.
Quello è il momento in cui stai incubando il mezzo. Il cuore della pratica, il cuore di quello che scriverai e che ancora non sai cos’è: proprio come una madre sa che avrà un bambino ma non sa davvero come sarà quel bambino.
Aristotele diceva che l’eccellenza non è un atto ma un’abitudine. Ecco, per attraversare il mezzo abbiamo bisogno di un’abitudine: perché l’inizio e la fine sono atti eroici. Il mezzo è trasformare l’ordinaria fatica in straordinaria esperienza.
“Scrivere è solitario. Tutto quello che facciamo in modo totale è solitario. Possiamo ricevere consigli, istruzioni, sostegno, amore, ma, alla fine, sei tu, da solo, ogni giorno alla tua scrivania.” – Gail Sher
Il sabotaggio del perfezionismo
Per sostenere questa abitudine, per stare nel mezzo, è necessario avere un’intenzione, in modo da lasciar andare subito l’identificazione con il risultato. Solo così potremo essere liberi di fronte ai successi e ai fallimenti che incontreremo rispetto alla nostra pratica di meditazione o alla nostra scrittura.
Anne Lamott, donna divertente e originale che ti consiglio di guardare in video oltre che di leggere, dice che è scrivere che ci cura, invece a volte pensiamo che scrivere abbia senso solo in funzione della pubblicazione e del successo di ciò che pubblichiamo. Se entriamo in questo pensiero la nostra scrittura sarà continuamente esposta al sabotaggio del perfezionismo. Così come la nostra pratica di meditazione.
Se lo facciamo con l’idea di stare bene sarà un fallimento, lotteremo con la distrazione, con l’irrequietezza, con il torpore e, alla fine, potremmo arrivare a credere che non siamo portati per la meditazione. Se lo facciamo con l’intenzione di prendere del tempo per noi, per ascoltarci, per imparare a volerci bene, senza alcuna aspettativa particolare, alla fine otterremo molto di più proprio perché non l’abbiamo “voluto”.
La spinta verso il perfezionismo ha molta attrattiva, eppure è anche una strada molto improduttiva. Spesso il vero sabotaggio che facciamo a noi stessi e alla nostra creatività sta nella richiesta di fare qualcosa di perfetto e di compiuto. Il vero sabotaggio è nascosto nella richiesta – implicita – di non fare errori. Di fare qualcosa che susciti ammirazione.
È più facile pensare di mangiare tutto il cioccolato del mondo o non mangiare nessun pezzo di cioccolato. Ma la cosa più autentica e difficile è mangiarne un pezzetto ascoltando fino in fondo la spinta della propria avidità (o del proprio perfezionismo) e rimanendo nel mezzo – silenzioso e forte – di quell’unico cioccolatino che abbiamo in bocca.
“Rimanere focalizzato su chi sei (con tutte le tue colpe) richiede maturità, perseveranza e una incredibile self compassion. Agisci come se la tua mente fosse gioiosa, buona e grande, radiosa e amichevole. Perché la tua vera natura è così e se ti tratti in questo modo coglierai l’occasione per esserlo.” – Gail Sher
L’errore come dialogo spirituale
Fare qualcosa totalmente, con uno sforzo sincero, comporta stare in un processo in cui incontri te stesso, errore dopo errore. Se il desiderio di essere perfetti è, forse, il desiderio di essere “uno con Dio”, gli errori sono invece il linguaggio del dialogo con Dio. Esprimono lo sforzo di essere centrati sia nella forza che nella debolezza e richiedono una grande stabilità: necessaria per affrontare il proprio orgoglio e la propria vergogna.
Il punto è che, dai nostri errori – nella pratica come nella scrittura – possiamo imparare tutto e soprattutto ci permettono di inventare nuove strategie. È solo quando non accettiamo di vederli che ripetiamo sempre gli stessi errori.
Concludo con una piccola storia zen che racconta di quando il monaco Issay andò da Suzuki Roshi per chiedere l’ordinazione monacale. “Roshi sono venuto per chiederti di diventare tuo discepolo ma adesso capisco che questo non era altro che una delle mie spinte egoiche, uno dei miei ego trip. Così, semplicemente, adesso ti dico che continuerò a praticare e a fare il meglio che posso”. “Bene”, rispose Suzuki Roshi, “non c’è differenza tra questo ed essere mio discepolo”. E, più tardi, Issay divenne uno Zen Roshi, un maestro.
Così non c’è differenza tra scrivere bene e voler meditare bene: tutte e due richiedono di imparare dagli errori – continui – per imparare a fare nuovi errori!
© Nicoletta Cinotti 2025






