L’estate è il momento in cui tutti siamo più liberi. Le giornate sono lunghe, la scuola lontana, le vacanze vicine. Spesso è il momento in cui gli adolescenti iniziano ad andare fuori la sera.
E si apre uno dei grandi temi dei genitori: Che faccio, l’aspetto alzata oppure no?
In realtà questa domanda è un trabocchetto. Chi non riesce a dormire tranquillo aspetta alzato e chi, invece ha sonno, va a dormire. Però c’è lo stesso qualcosa che possiamo fare rispetto ai rientri serali e notturni .
Ecco il nostro vademecum (semiserio)
- Non farti trovare alla televisione facendo finta di aver trovato un interessantissimo programma che non riuscivi a smettere di guardare. Se sei in ansia si vede. Meglio dire “Non riuscivo a dormire”
- Non chiamarlo al cellulare. Raramente rispondono al cellulare se sono con amici e, in più innesca un ciclo di reattività sentirsi chiamare. Meglio rischiare una serata di ansia che alimentare – da lontano – la sua impulsività.
- Un classico: informati sui suoi amici, invitandoli a casa invece che facendo il terzo grado. Sappi che i gruppi misti – ragazzi e ragazze – tendenzialmente sono più tranquilli di quelli di soli maschi o sole femmine perché scatta un controllo reciproco basato sul genere. Questo non significa che non useranno sostanze: significa che, tra di loro, hanno più solidarietà e meno competizione.
- Stabilisci un rito di rientro. Può essere qualcosa di semplice come “Quando rientri chiudi la porta della nostra camera”. In questo modo, se sei una di quelle mamme (o papà) che dormono tranquillamente e solo ti svegli ogni tanto, hai la possibilità di sapere se è in casa senza bisogno di andare a controllare nella sua camera.
- Non attivare discussioni al rientro. Sei stanca/o, forse innevosita/o dall’ansia e dall’attesa. Non è il momento per fare il punto della situazione. Andate a letto e l’indomani – non come prima cosa appena alzati – dopo aver avuto il tempo di pensarci su bene e, soprattutto, essere tornati calmi, apri l’argomento.
- Non intervenire subito. La tendenza a dire qualcosa la prima volta che arriva in ritardo non è utile. Avrà sempre la scusa “Non era mai successo!”.Aspetta di capire qual è la tendenza. Se è stato un caso oppure se è ogni volta e, soprattutto, non iniziare l’argomento dicendogli cosa pensi. Chiedigli prima come mai torna tardi. Se puoi, fai domande che ti permettano di capire come vede la situazione. Esplora più possibile (senza usare la luce da investigatore sugli occhi) e solo dopo esprimi il tuo parere. In questo modo non rischi di fare interventi fuori luogo.
- Torna alla tua adolescenza. Prendi le foto, telefona ai vecchi amici, ripassa quello che hai fatto tu da adolescente e cosa dicevi e cosa nascondevi. Non serve perché tuo figlia o tua figlio facciano come te. Non sei il metro di misura. Serve perché ti sia più facile empatizzare con quell’allegro – e disperato – caos della mente di un adolescente. Serve per coltivare l’empatia. Perché, con la scusa che li conosciamo bene, a volte non siamo molto empatici!
© Nicoletta Cinotti 2017 Rubrica “Busy moms” di www.mindfulnessinfamiglia.com Foto di © ryoichi360
Una famiglia consapevole nasce proprio qui: dal fermarsi, prendere una pausa, ascoltare profondamente e fidarsi della propria saggezza. Trovare spazi nella nostra giornata per rallentare, prendere un respiro, vedere cosa succede nella nostra mente, per ampliare la prospettiva nel mezzo delle nostre reazioni emotive, per vedere cosa è veramente necessario in quel momento. Perchè le reazioni emotive conducono molto spesso alla punizione. Punizioni che poi facciamo fatica a mantenere perché sono nate da un momento in cui eravamo oscurati da emozioni intense e non riflessive. Trovare uno spazio per rallentare durante le nostre giornate – anche fuori dalle emergenze – è un modo per non alimentare questa modalità. Un modo per coltivare le nostre risposte anziché alimentare – con lo stress e la velocità – le nostre reazioni.
C’è una barzelletta ebraica che descrive ironicamente lo stile educativo di certe mamme . “Qual è la differenza tra una mamma e un terrorista? Con un terrorista si può trattare!” Molto spesso questo paradosso è vero: le madri prendono campo e i padri si ritirano. Le navigazioni difficili hanno bisogno di un equipaggio. Non è detto che tutti facciano la stessa cosa ma tutti dovrebbero avere la stessa direzione e, soprattutto, avere una direzione che vada al di là dei prossimi 5 minuti. Spesso questo decidere tutto da sole/i è giustificato con il fatto che non è possibile trovare un accordo. Peccato che questa sia la stessa affermazione di molte dittature. Trovare un accordo non significa fare tutti la stessa cosa. Significa avere una direzione comune e percorrere la strada per raggiungerla in accordo alle proprie personali caratteristiche. Non è una minaccia cosmica al futuro dei nostri figli se il padre permette una cosa e la madre no. Diventa un pericolo se l’obiettivo di questa differenza è diverso, se è un modo per creare una alleanza contro l’altro genitore. Siamo diversi, tutte le relazioni sono uniche e si esprimono diversamente. Questo non è un pericolo: fare alleanze contro gli altri lo è. Essere paranoici rispetto alla diversità di intervento è un pericolo, non avere diversità di intervento. I nonni fanno fare cose diverse: non è un pericolo per il futuro. I figli amano la dolcezza delle cose che fanno solo con quella persona. Poi tornano a casa e ci mettono alla prova. Questo è il loro lavoro: il nostro è saper rimanere nella posizione che ci sembra adatta alla nostra relazione. Se tutti facessero quello che vogliamo noi forse sarebbe più facile tenere la propria posizione ma dimenticheremmo che la ricchezza del processo educativo nasce dalla forza di stimoli diversi che sono presenti in relazioni diverse. Nessuna dittatura educativa costruisce uomini indipendenti.

