Sono fatte di lacrime e sangue
e d’altro ancora.
il cuore
batte a sinistra.
Umberto Saba
Sono fatte di lacrime e sangue
e d’altro ancora.
il cuore
batte a sinistra.
Umberto Saba
La sento la mia vita, me la imparo,
fino al fegato adesso, fino al fiele;
oh nera un tempo énorme senza chiaro,
fedele della notte più infedele.
Vuota il tuo sacco, su’, parla, poetessa:
Io fiorisco e mi sfoglio e rigermoglio
per dare la procura di me stessa
a chi non può o non vuole quel che voglio.
Dicevo: Amore mio, vorrei annegare
nell’acqua chiara dei tuoi occhi chiari,
finire finalmente di aspettare
un giorno dei miei cari giorni chiari.
Lui o un altro che differenza fa
se poi ho da sentirmi sempre sola?
Sola con la mia morbilità…
se esistesse questa bella parola…
Per me dentro di me oltre la mente
il suo corpo su me come una coltre
ma oltre il corpo in me furiosamente
in me fuori di me oltre per oltre…
Guarda guarda, Patrizia la superba
ammette che la mente non è tutto.
Come erba, più umile dell’erba
mi prema lui, mi falci lui mio tutto.
Osceno e sacro l’amore délibéra
stessa sede per se e per gli escrementi.
Se non mi legni io non sarò mai libéra,
né casta mai se tu non mi violenti.
Ma l’estasi, ma l’io senza più io?
Da quanti anni ormai chiedevo ai cieli
un cuore perpendicolare al mio
e arrivavano tutti paralleli.
E anche con lui era come masturbarmi,
mai matura, s-centrata e senza centra.
Di grazia, gli chiedevo, vuoi insegnarmi
a venire assieme a te con te dentro?
Oh, l’inutilità di questi affanni
la conosco a memoria, inutilmente;
e nel peso degli utili e dei danni
connetto notte a notte e niente a niente.
E il vento passa e passa no le stelle
e io passo in rassegna le mie rogne.
Perché mi è tanto cara fa mia pelle?
Passano mosche sopra le carogne.
Ha preso questi scogli per un porto:
ha detto che con me vuole morire…
Lui crede ancora che ci sia un rapporto
tra ciò che soffre e ciò che fa soffrire.
Mi toccherà anche fargli da mangiare
e chissà quanto mangia, quel maiale!
Le stelle se ne vanno, addïo! mie care.
Gli occhi vi seguono fino a far male.
Vero, non voglio più chi non mi vuole.
Né chi mi vuole troppo: è un oppressore.
Voglio semplicemente le parole,
sono loro il mio solo grande amore.
lo sono sempre stata come sono
anche quando non ero come sono
e non saprà nessuno come sono
perché non sono solo come sono.
Perdonati, Patrizia e rendi grazie
del giorno che ogni giorno ti dà in dono,
per la luce del giorno rendi grazie,
per il tuo buîo datti il tuo perdono.
Di quel poco che resta di quel fuoco
resta l’amore quando non si fa
che soffre troppo del suo troppo poco,
però profuma di felicità.
lo mi arrendo, congedo i miei soldati,
la mia legione di sogni e di versi.
Andate e combattete disarmati,
vincete in verità, miei sogni in versi.
Patrizia Valduga
Avanzavo di asse in asse
un lento e cauto cammino
le stelle intorno al capo percepivo
intorno ai piedi il mare –
Nulla sapevo se non che il successivo
poteva essere il mio centimetro finale –
Questo mi dava quell’andatura incerta
che alcuni chiamano esperienza – Emily Dickinson
traduzione di Silvia Bre*
Oga Tokarczuk è una psicologa che ha vinto l’ultimo premio Nobel per la letteratura. Ha una scrittura che viene definita “anarchica” perché non è né prosa né poesia. Non è solo autobiografica ma è anche autobiografica. Si inserisce in quel filone di scrittrici che rompono la dualità prosa/narrativa con una prosa molto poetica e un linguaggio vivo e disorientante. In fondo, Olga Tokarczuk, scrive la mente. Scrive la propria mente e risponde così all’eterno dilemma tra prosa e poesia, tra narrazione e autobiografia. In fondo, anche lei, è psicologa. Noi psicologi abbiamo una sindrome che lei descrive così.
La storia dei miei viaggi non è altro che la storia di un malessere. Soffro di una sindrome che si può trovare facilmente in qualsiasi atlante delle sindromi cliniche e che, come afferma la letteratura specialistica, sta diventando sempre più frequente. La cosa migliore è far riferimento alla vecchia edizione del Libro delle sindromi, una sorta di enciclopedia di psicologia degli anni settanta. Per me rappresenta anche una fonte d’ispirazione continua. Ma davvero esiste qualcuno che oserebbe ancora descrivere una persona nel suo insieme, in termini generali e oggettivi? Che ricorrerebbe con estrema convinzione al concetto di personalità? Che azzarderebbe una tipologia convincente? Non credo. L’idea di sindrome calza a pennello con la psicologia di viaggio. Una sindrome è piccola, trasferibile, occasionale, slegata da qualsiasi teoria statica. Si può usare per spiegare qualcosa e poi cestinarla: uno strumento conoscitivo monouso. La mia si chiama Sindrome da Disintossicazione Perseverante. Per spiegarla nel modo più semplice, diremmo che si basa su un ostinato ritorno della coscienza a certe immagini, o addirittura su una loro ricerca compulsiva. È una variante della Sindrome del Mondo Cattivo, ultimamente molto ben descritta nella letteratura neuropsicologica come una particolare infezione trasmessa dai media. Si tratta in fin dei conti di un disturbo molto borghese. Il paziente passa molte ore davanti al televisore cercando con il telecomando soltanto i canali dove vengono trasmesse le notizie più terribili: guerre, epidemie e catastrofi. Poi, affascinato da quel che vede, non riesce a distogliere lo sguardo. I sintomi in sé non sono gravi e consentono una vita tranquilla se solo si riescono a mantenere le distanze. Non c’è una cura per questo fastidioso malessere; la scienza si limita qui a un’amara constatazione della sola esistenza della sindrome. Quando alla fine il paziente, spaventato da se stesso, arriva nello studio dello psichiatra, quest’ultimo gli dice di stare più attento al suo stile di vita, di smettere di bere caffè e alcolici, di dormire in una stanza ben areata, di coltivare l’orto, di ricamare o lavorare a maglia. I miei sintomi si manifestano con un’attrazione verso tutto ciò che è rotto, imperfetto, difettoso, screpolato. Mi interessano le forme imprecise, gli sbagli nei lavori creativi, i vicoli ciechi. Ciò che avrebbe dovuto svilupparsi ma per qualche motivo è rimasto incompiuto, oppure al contrario si è sviluppato troppo. Tutto quello che è fuori regola, troppo piccolo o troppo grande, sovradimensionato o incompleto, mostruoso e ripugnante. Forme asimmetriche, che si moltiplicano, che traboccano, esplodono o al contrario si riducono dalla pluralità all’unità. Non mi interessano gli avvenimenti ripetitivi sui quali si concentra la statistica, quelli che tutti celebrano con un sorriso complice di soddisfazione stampato sul viso. La mia sensibilità è teratologica, filomostruosa. Ho l’incessante e faticosa convinzione che proprio qui la vera esistenza si rompa in superficie e riveli la propria natura. All’improvviso, una rivelazione casuale. Un timido “ops”, l’orlo della biancheria intima sotto una gonna plissettata alla perfezione. Uno schifoso scheletro di metallo che striscia fuori dal rivestimento di velluto; l’eruzione di una molla da una poltrona imbottita che smaschera spudoratamente l’illusione di qualsiasi morbidezza. @Olga Tokarczuk
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Un professore andò ad incontrare il maestro zen Nan-in per conoscere e iniziare a praticare lo zen. Il maestro lo invitò a prendere una tazza di tè. Nan-in iniziò a riempire la tazza e continuò a farlo, lentamente, fino a quando il te non iniziò a traboccare. Il professore lo guardava stupito mentre il tè usciva lentamente e inesorabilmente, dalla tazza. Fino a quando non riuscì più a trattenersi e gli disse, “Fermati! La tazza è già piena, non c’è più spazio”. Nan-in guardò il professore sorridendo “Tu sei come questa tazza da tè: troppo pieno delle tue idee ed opinioni. Devi svuotarti di tutto ciò che pensi di sapere prima che io possa insegnarti lo zen”
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Mi sono stancato di vivere odiando qualcuno, disprezzandolo, portandogli rancore. Mi sono stancato di vivere senza amare nessuno. Non ho un amico, nemmeno uno. E soprattutto non posso amare me stesso. Sai perché? Perché sono incapace di amare gli altri. Ed è soltanto amando gli altri, ed essendo amati, che si impara ad amare se stessi. […]
Ecco cosa significa continuare a vivere. Agli esseri umani viene concessa la speranza, che diventa il carburante e lo scopo per andare avanti. Senza la speranza, non potrebbero sopravvivere. Ma è come gettare una monetina nell’aria. Per sapere se uscirà testa o croce, bisogna che ricada a terra.
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
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