In questi giorni estivi leggo con timore le notizie che vengono dal Medio Oriente e leggo con piacere libri che avevo lasciato per l’estate. Uno di questi è “Sette sere” di Jorge Luis Borges. Sono sette conferenze dai titoli più vari in cui racconta la sua lettura di argomenti disparati tra loro. Borges diceva che era più orgoglioso di essere un lettore che uno scrittore e, in fondo, in questo libro, comprendi cosa vuol dire per lui leggere. È nutrirsi, è esplorare, è mettere insieme parti sparse che hanno un filo conduttore, è, anche, un’operazione estetica. Un’operazione estetica perché, lui dice, ogni parola è una poesia. Non potremmo comprendere altrimenti come siamo arrivati ad attribuire quella parola a quella cosa. Ancora di più, la poesia è quello che nasce dall’incontro del lettore con il libro. Quando scrive qualcosa Borges ha la sensazione di ricordare e non di inventare. Di fare un’operazione di memoria che raccoglie le cose come sono.
Lo scopo della poesia o forse l’effetto è quello di darci l’impressione di ricordare qualcosa che avevamo dimenticato. Qualcosa che avremmo potuto scrivere noi se solo ci fossimo ricordati quella sensazione e le avessimo prestato attenzione. Esattamente la definizione di “Sati”, la parola in lingua pali che significa consapevolezza. La consapevolezza: ricordare di essere presenti, di essere vivi, di esserci. Se questo è un comandamento, non credo che ne esista uno più sostanziale.
L’altro comandamento del buddismo è la tolleranza. Non è una religione perché manca dell’aspetto di trascendenza ma certamente è una disciplina spirituale caratterizzata dalla tolleranza. Non ci sono stati combattimenti in nome del buddismo e non chiede di abbandonare la propria religione: si può essere cristiani, musulmani, cattolici, protestanti e buddisti insieme. Perché il buddismo è, semplicemente, una disciplina che scegliamo, in maniera personale, di coltivare.
Un elemento costituente della tolleranza buddista è che non c’è nessun Buddha, nessuno sforzo a identificarlo con una persona realmente esistita: non importa prestar fede alla sua storia. Potremmo praticare buddismo e non credere nemmeno a una parola della storia del Buddha. L’unica base è riconoscere le Quattro Nobili verità (verità che è difficile negare). Riconoscere l’esistenza della sofferenza, l’origine della sofferenza, la guarigione dalla sofferenza e la via per raggiungere la guarigione. Ciò che conta è la salvezza. Se nessuno ha dubbi sul fatto che la sofferenza esista, la parabola delle due frecce spiega bene il paradosso in cui entriamo ogni volta che incontriamo il dolore.
La parabola della freccia racconta di un uomo ferito in battaglia che non vuole gli venga estratta una freccia. Vuole prima sapere il nome dell’arciere, a quale casta appartiene, il materiale della freccia, dove si trovava l’arciere e la lunghezza della freccia. Mentre si trattano tutte queste questioni – che sembrano l’anticipazione di una seduta psicoanalitica – l’uomo muore. La pratica insegna a strappare la freccia. Lo facciamo accettando che ci sia una freccia, lasciando andare l’idea di capire tutto e strappando la freccia dal luogo in cui è stata conficcata. Questa è la guarigione, questa è la salvezza. Abbiamo capito tutto? No, abbiamo accettato il mistero, e abbiamo accettato la legge della salvezza che non ha bisogno di spiegazioni. “Così come il vasto mare ha un solo sapore, quello del sale, il sapore della legge è quello della salvezza”. Ecco io vorrei percorrere la strada della salvezza, che non si preoccupa di chi ha ragione e di chi ha torto. Non si preoccupa di avere o meno alleati nella propria ragione. Si occupa di non dimenticare la bellezza e di non dimenticare che siamo uomini.
Come dice la preghiera dei naviganti fenici “Dei, non giudicatemi come un dio/ ma come un uomo fatto a pezzi/dal mare.
Come sarebbe bello se in Medio oriente non ci preoccupassimo più da dove proviene la freccia ma solo della salvezza degli uomini!
© Nicoletta Cinotti 2024
Jorge luis Borges, Sette sere, Adelphi
In questo libro ti racconto, com’è per me la strada della guarigione, “Scrivere storie di guarigione. Mindful writing”. Questo libro è la prosecuzione di “Genitori di sé stessi. Mindfulness e reparenting” dove racconto come smettere di cercare chi ha lanciato la freccia e iniziare a toglierla
