
Questa non è una recensione ben strana, anche se potrebbe sembrarlo, di un libro, di Maria Grazia Calandrone, “Magnifico e tremendo stava l’amore”, È, piuttosto l’occasione di una riflessione attorno al pianeta amore, offerta da un libro.
Ho masticato questo libro, che racconta poeticamente il caso di Luciana Cristallo, per giorni dopo averlo letto avidamente in un giorno. Il libro è ineccepibile sotto molti punti di vista. Riprende lo stile di “Dove non mi hai portata” cercando di dare un quadro del periodo in cui si svolgono i fatti per comprendere meglio gli avvenimenti attorno ai due protagonisti, rendendo la vicenda meno personale e più collettiva. L’autrice, come un’equilibrista, non scende mai nel giudizio – che pure sarebbe facile e sempre a portata di mano – rispetto alle scelte, ai comportamenti, alle azioni che hanno reso questa vicenda così unica da fare legislazione. Riassumo brevemente per chi non conosce il caso di Luciana Cristallo. Luciana uccise il marito per legittima difesa dopo anni di violenze fisiche e psicologiche e ne occultò il cadavere con l’aiuto del suo compagno di allora, un commercialista conosciuto in fase di separazione, e a cui si era rivolta per uscire dalle complesse vicende societarie in cui l’aveva coinvolta l’ex-marito. Entrambi furono assolti in tutti i gradi di giudizio, ritenendo che l’omicidio fosse avvenuto per legittima difesa. Il reato di occultamento di cadavere venne ritenuto secondario e cadde in prescrizione prima della fine del processo.
Allora perché masticare per giorni questo libro, perfetto sotto molti punti di vista? Ci ho messo tanto a capirlo per l’accostamento delle due parole del titolo: tremendo e magnifico. È una storia tremenda, ossia che fa tremare. Il magnifico non è, credo, l’amore di cui si parla ma le manie di grandezza che l’attraversano. Accostare queste due parole all’amore per me è seducente e pericoloso insieme per ragioni che proverò a spiegarti e che si staccano dalla narrazione per diventare l’effetto dello scavo che a volte leggere produce. La prima ragione è perché io non credo che quello che stava alla base del rapporto di Luciana e suo marito Domenico fosse amore. Credo che fosse passione e la passione sa vestirsi di amore e incantarci con storie che rendono il proprio rapporto unico, meraviglioso e sorprendente. Sa diventare un amore speciale che, come dice in un breve passaggio neurofisiologico Maria Grazia Calandrone, offre un tale bagno di dopamine da disattivare la capacità riflessiva.
Non ricordo più chi definiva l’innamoramento uno stato psicotico transitorio, deve essere proprio transitorio perché non conduca ai danni della passione, della dipendenza affettiva, in quel miscuglio letale in cui l’amore (se così vogliamo chiamarlo) per l’altro supera di gran lunga l’amore per sé stesse e anche per i figli. La vicenda matrimoniale di Luciana, anche prima dell’inizio delle ripetute violenze fisiche, era molto difficile, tanto che Luciana si era già separata una prima volta per poi tornare insieme al marito.
Possiamo smettere di chiamarlo amore?
Possiamo smettere di chiamarlo amore? Possiamo fare chiarezza alla radice, una chiarezza culturale, educativa, strutturale e dire a tutte le generazioni e a gran voce che l’amore non deve mai perdere il senso della prospettiva e diventare un tunnel a due? Che se l’amore per l’altro mette in secondo piano l’amore per noi stesse è solo una passione pericolosa e distruttiva? Possiamo dire che se c’è violenza perde il connotato dell’amore? Perché amore e violenza non possono coesistere. Invece no, romanticamente continuiamo a pensare che questi due termini non siano contrapposti ma che sia possibile unirli. E allora, se proprio vogliamo unirli possiamo darci la regola del tre? Al terzo episodio violento chiudere la partita, prima che il legame diventi troppo invischiato e invischiante? Prima che la passione tiri fuori qualche parte esiliata convinta che l’abbandono sia la morte civile e psicologica? E se al tre è già troppo difficile separarsi abbiamo la certezza che siamo già nel pieno della patologia e che diventa urgente trovare una via d’uscita assistita.
La violenza assistita
L’altro aspetto sono i bambini. In questa storia sono quattro e la loro voce è marginale, non a causa dell’autrice ma a causa della storia narrata. Non assente ma marginale. Qualunque relazione lasci che i bambini siano marginali insegna la ripetizione di un’assurda convinzione che ci strangola. Farli non significa metterli al centro. Metterli al centro significa che la relazione non è più a due ma a tre, a quattro a sei e quindi che quello che succede contagia tutti. Non a caso esistono gli orfani dei femminicidi, perchè quando siamo in una storia fatta di passione e dipendenza affettiva i figli sono marginali. Se non fossero marginali non li renderesti orfani. E, sia chiaro, questo non è una critica a Luciana Cristallo che, giustamente, non ha voluto lasciare i suoi figli orfani di madre e comincia il suo riscatto proprio a partire dalla consapevolezza del danno che tutto questo faceva ai loro figli. È la considerazione, evidente anche a lei, che le cose si erano spinte troppo oltre. Un padre che “adorava i suoi figli” non può esporli ripetutamente a un clima di minacce, percosse e violenze. Anche se la violenza non era contro di loro esiste il trauma di “violenza assistita” che è quello che vivono le persone cresciute in ambienti familiari o sociali ad alto tasso di aggressività.
Il nostro valore come persone
La convinzione che il nostro valore come persona dipenda da quanto siamo amati e amabili da e per qualcuno, è una follia. Che l’amore nei confronti di noi stessi sia una versione ridotta e diminuita dell’amore è l’altra faccia di questa follia. Non è così. L’amore per sè stessi è la base. Ama il prossimo tuo come te stesso è la base in cui solo se ci sappiamo amare possiamo amare. Luciana e Domenico forse erano entrambi afflitti da questa tremenda convinzione – che conti solo l’amore dell’altro – e dalla superba arroganza della passione che ti fa credere di potere più di quello che effettivamente puoi. Le vittime di femminicidio vanno volontariamente all’appuntamento fatale in più dell’80% dei casi perché sottovalutano il pericolo e sono convinte di avere più capacità di gestire la situazione di quella che effettivamente hanno. A questo si accompagna la convinzione che per amore si possa fare cose che sarebbero difficili da fare anche ad un clinico. Se mai Domenico Bruno fosse andato in psicoterapia per risolvere il suo problema legato alla rabbia esplosiva, ai ripetuti fallimenti professionali, alla tendenza a vivere al di sopra delle sue possibilità, curarlo non sarebbe stato un compito facile e probabilmente avrebbe richiesto una terapia farmacologica di sostegno. I quindici colloqui che hanno in genere gli uomini con codice rosso – e al momento dei fatti non ancora attuativi – sono troppo pochi.
La legge di causa effetto
Difficile, se non impossibile, scrivere un libro così senza fare ipotesi psicologiche. In teoria il nostro codice deontologico prevede che non si facciano diagnosi su persone mai incontrate ma la tentazione di stabilire leggi di causa ed effetto di tipo psicologico, esplicative di tratti patologici, riguarda tutti. Dalla giornalista Franca Leosini – che dedicò due puntate di “Storie maledette” all’intervista a Luciana Cristallo – a Maria Grazia Calandrone, a chi commenta i fatti di cronaca in ufficio o al bar. Se siano ipotesi giuste non posso dirlo non avendo mai incontrato Domenico Bruno ma non è questo il punto. È che le spiegazioni psicologiche sono intimamente di confine con le giustificazioni. Fanno rimanere lì, legati alla psicoterapia informale dell’amore, fanno sostare troppo a lungo senza vedere il pericolo. Se una persona ha comportamenti opposti e passa dalla tenerezza alla violenza, non si tratta di considerare la violenza un errore che potrà essere redento. Si tratta di prendere atto che uno sdoppiamento di personalità è pericoloso, da qualunque parte si guardi e necessita di una cura. Non è amore e nemmeno gelosia: è patologia. Psicologizzare troppo a volte correla con il ristagnare in situazioni che sarebbero da chiudere e alimenta una confusione essenziale tra emozioni e comportamenti. Un’educazione sentimentale sana è quella che ci aiuta a capire che possiamo provare qualsiasi emozione ma non è affatto obbligatorio agirla e nessuna storia difficile giustifica un agito. È una scelta che facciamo o non facciamo e come tutte le scelte è una nostra responsabilità.
L’invito
Ti invito a leggere questo libro, a disporre le parole che lo compongono su un tavolo interiore. A lasciarle agire per trovare la pazienza dello scavo. Forse ti condurranno in un luogo diverso da quello dove hanno condotto me. Io provo stima per il coraggio e la vitalità di Luciana nell’uscire da questa storia, per il coraggio di Maria Grazia Calandrone nello scriverla, insieme al desiderio che amore sia una parola che non venga più associata a queste narrazioni. Se continuiamo ad associarla offuschiamo la consapevolezza che certi comportamenti non sono mai giustificabili e vanno nel novero di ciò che ha bisogno di essere curato.
© Nicoletta Cinotti 2024
Sempre di Maria Grazia Calandrone ho recensito Splendi come vita, e “Dove non mi hai portata”. Giusto per continuare sul tema in quel caso l’amore si preoccupa della figlia in primis e si preoccupa di salvarla al meglio delle poche possibilità.
