
C’è un momento, in quasi ogni rinvio della nostra vita, in cui pronunciamo la stessa formula: deciderò quando mi sentirò sicura. Cambio lavoro quando sarò certa che funzioni, parlo quando saprò come dirlo, comincio quando sarò pronta.
Il problema è che quella certezza non è realizzabile. Non perché siamo incapaci: perché nella sensazione di certezza entrano elementi che non sono sotto il nostro controllo. Aspettarla non è prudenza — è una grandissima fonte di procrastinazione.
Incertezza non è insicurezza
La prima distinzione da fare è tra due parole che usiamo come sinonimi e non lo sono. L’incertezza è una parte di qualunque processo di scelta: abbiamo davanti diverse strade e ci fermiamo per capire quale prendere. Quell’incertezza è fertile — soprattutto se ascoltiamo le nostre motivazioni tenendole in dialogo con la realtà. È fisiologica: non possiamo pretendere di sapere prima come andrà a finire dopo, perché ci sono cose che si imparano soltanto stando dentro il processo, decidendo passo passo.
L’insicurezza è un’altra cosa. A livello personale è la scarsa fiducia nelle proprie risorse; a livello sociale è vivere in una realtà che non ci permette il controllo — e la nostra realtà lo è: chi ha iniziato la mia professione negli anni Ottanta aveva prospettive completamente diverse da chi la inizia oggi. La psiche è storica, e paragonarci alle generazioni precedenti è un modo sicuro per sentirci sbagliate.
L’incertezza si abita; l’insicurezza si cura. E si curano in posti diversi.
La scelta che non può fallire
Quando pretendiamo di sapere prima come andrà a finire, cerchiamo una decisione fail-safe: una scelta che non possa fallire. E per ottenerla finiamo in una dicotomia paradossale: o riduciamo tantissimo le nostre aspettative per sentirci al sicuro — e poi ce ne lamentiamo — oppure diamo ai sogni un valore assoluto che non lascia entrare la realtà.
La strada è un’altra: le scelte safe-to-fail. Non la scelta che non può fallire — quella non esiste — ma la scelta che considera la possibilità del fallimento senza esserne distrutta. Perché il fallimento non è un difetto personale: è che non abbiamo il controllo sul mondo. Il caso gioca, sempre. Possiamo lavorare sulla fiducia nelle nostre risorse; sul mondo, no.
Il treno e la stazione
Stamattina, in diretta, ho fatto un lapsus: una persona aveva scritto “ho avuto un freno” e io ho letto “ho avuto un treno”. Ed era il lapsus giusto. Perché dietro molti dei nostri rinvii ci sono due convinzioni: che esista un momento giusto, e che il treno passi una volta sola. Non è vera nessuna delle due. I treni passano in continuazione — ma per prenderne uno bisogna essere alla stazione.
Mettersi alla stazione significa dare consistenza reale ai sogni: costruire gli stepping stones, i sassi che permettono di attraversare il fiume un passo alla volta. Io ho imparato presto l’arte di tenere il piede in due staffe: quando ho lasciato un posto pubblico sicuro non ero affatto sicura — avevo costruito, sasso dopo sasso, la possibilità di provarci. Si può scivolare, certo. Ma se ci si bagna un po’ i piedi, non muore nessuno.
Il corpo sa prima
Quando l’ansia dell’incertezza sale, facciamo tutti la stessa cosa: pensiamo di più. Abbiamo una fiducia quasi cieca nel fatto che le soluzioni si trovino pensando. Ma la mente, sotto allarme, restringe il campo percettivo e ci mostra un’unica strada — quella che chiama via di fuga. Non si può fare una buona scelta con il campo chiuso.
Allora il lavoro è questo: separare la sensazione fisica dalla proliferazione mentale, riportare il corpo alla quiete — e solo allora rifargli la domanda. Perché la mente considera infinite possibilità, è il suo mestiere; il corpo ne considera una, e risponde in modo quasi binario: mi fido o non mi fido. Davanti alla scelta, chiedigli: pesa o trema? Il peso spegne; il tremore è eccitazione per una novità che preme. È una delle informazioni più affidabili che abbiamo — e la ignoriamo regolarmente.
Una nota per noi donne
C’è un pezzo di questa incertezza che ha una storia culturale precisa. Per generazioni le donne non si sono pensate come soggetti capaci di produrre ricchezza: per mia madre dover andare a lavorare è stata una sconfitta; per me non poter lavorare sarebbe stata una perdita tremenda. Ci separavano ventitré anni. L’indipendenza economica non è un dettaglio contabile: è la libertà di cui abbiamo bisogno per crescere e fiorire — e per molte di noi una parte dell’incertezza è ancora legata all’idea, ereditata, che da sole non si possa. Si può. Siamo uno stormo, e questa epoca lo sta dimostrando.
Abitare, non combattere né fuggire
Con l’incertezza usiamo di solito le due strategie dell’allarme: combatterla — aggrapparci al controllo, alle rassicurazioni, al rilancio — o fuggirla, decidendo qualunque cosa pur di chiudere la tensione. Sono attacco e fuga, e peggiorano entrambe il campo ristretto.
La terza via è abitarla: tornare al corpo, che vive solo nel presente mentre l’ansia vive nel futuro; costruire i sassi; darsi il diritto di voto invece di lasciarlo tutto al mondo. Stare nell’incertezza, alla fine, vuol dire saper trattare l’ansia — e diventare amiche di un elemento che dalla vita non è eliminabile.
Se vuoi allenare quest’arte con il corpo e in compagnia, i miei percorsi partono da qui: “Per cosa non sono abbastanza”
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
