
Il mio maestro Zen a domicilio ha due anni e mezzo e sta attraversando una delle grandi transizioni della vita: quella dal pannolino al vasino. Di giorno il pannolino non lo porta più; di notte e per il riposino, ancora sì. È un confine delicato, e lui lo abita con la serietà che i bambini riservano alle cose importanti.
L’altro giorno ero da lui. Si era appena svegliato dal riposino, il pannolino ancora addosso, e a un certo punto mi ha guardata e mi ha detto: «Sto facendo la pipì». Consapevole, mentre accadeva. Poi ha aggiunto, abbassando appena la voce: «Non lo dire alla mamma».
Sono rimasta ferma un momento. Perché in quelle quattro parole c’era già tutto: la consapevolezza di quello che stava facendo, la percezione sottilissima del confine tra sapersi controllare e non riuscirci ancora — e la richiesta di mantenere il segreto. A due anni e mezzo, mio nipote conosceva già la vergogna. E conosceva già la sua legge fondamentale: quello di cui ci vergogniamo, lo nascondiamo.
Qualche mattina dopo, la babysitter gli ha detto con allegria: «Adesso ci togliamo il pannolino!». E lui, tranquillo: «Lasciami il pannolino. Posso rimanere piccolo ancora per un giorno».
Ecco. Ci sono frasi che i bambini pronunciano senza sapere di consegnarci una chiave, e questa è una di quelle. Perché la domanda che mi porto dietro da allora è: da dove arriva, così presto, quell’occhio che lo guarda?
La nascita dell’occhio
Noi abbiamo una capacità straordinaria, che si sviluppa prestissimo: quella di vederci dall’esterno. Non solo sentire l’esperienza mentre la viviamo, ma guardarla — guardarci — come se fossimo un’altra persona. Ne ho scritto la settimana scorsa su Substack: è la doppia natura della consapevolezza, la parte che vive e la parte che osserva.
Quando mio nipote dice “non lo dire alla mamma”, quell’occhio si è già acceso. Vede se stesso con uno sguardo che ha cominciato a giudicare. E ha già imparato l’equazione che ci accompagnerà per tutta la vita: controllarsi è da grandi, non controllarsi è da piccoli. La vergogna nasce lì, come guardiana di quel confine — ci vergogniamo di tutto ciò che ci sembra dimostrare un tratto inadeguato, imperfetto, infantile di noi.
Da adulte l’equazione si raffina, ma non cambia. Io mi vergogno quando dico una parola di troppo, quando la mia ironia esagera, quando “mi lascio andare” — e sentite il linguaggio: lasciarsi andare, come se la spontaneità fosse una caduta. Ci vergogniamo di piangere in pubblico, di avere paura dell’ascensore, di non farcela. In fondo, ci vergogniamo ogni volta che ci sembra di essere rimaste piccole in un mondo che chiede di essere grandi.
L’innocenza
Ma è qui che la vergogna custodisce il suo segreto più bello, quello che ribalta tutto.
Perché mio nipote non voleva che lo dicessi alla mamma? Non per cattiveria, non per calcolo. Per amore. Perché desiderava che la mamma fosse orgogliosa di lui. Perché temeva che quel piccolo non-controllo gli costasse qualcosa dell’amore che riceve. Dietro la sua richiesta di segreto non c’era niente di sbagliato: c’era il desiderio più innocente che esista — essere amati, essere accettati, non deludere.
E questo vale per ogni vergogna, a ogni età. La vergogna è un’emozione innocente. È quasi la misura della nostra innocenza: proviamo vergogna esattamente nella misura in cui ci importa dell’amore degli altri. C’è una controprova che uso spesso, perché è illuminante: un criminale non si vergogna del reato che ha commesso. È quando comincia a vergognarsene che smette, dentro di sé, di essere criminale. La vergogna arriva insieme alla coscienza e insieme alla bontà — mai al loro posto.
Quindi, se provi vergogna, la notizia è questa: nel fondo del tuo cuore c’è un’intima bontà che ha paura di aver perso l’amore che desidera. Fa male, sì. Ma non è la prova che vali meno. È la prova del contrario.
Me lo sono ricordata di recente, su me stessa. Dopo un intervento pubblico che amavo — al festival della poesia, dove ogni anno porto la cosa che mi sta più a cuore — mi sono sorpresa la sera a rimproverarmi per una scelta fatta sul palco. La vergogna retrospettiva, la mia specialità: arriva dopo, quando ormai non si può rimediare, e brucia sulle spalle. Ma quando l’ho guardata da vicino, dentro c’era esattamente quello che c’era nel pannolino di mio nipote: il desiderio che le persone uscissero da quella sala con qualcosa di buono. Il desiderio di essere stata all’altezza di ciò che amo. Mi vergognavo perché mi importava. L’innocenza, di nuovo.
Come guarisce
C’è però una crudeltà nel disegno della vergogna, e va detta: l’emozione che nasce dal desiderio di essere amate ci spinge a fare l’unica cosa che ci allontana dall’amore — nascondere. Il senso di colpa si solleva quando viene confessato; la vergogna, invece, sigilla. Costruisce segreti. E i segreti, in campo emotivo, non guariscono mai da soli.
Giovedì scorso, in uno dei miei gruppi, è successa una cosa che vale più di qualsiasi teoria. Dopo una pratica che all’inizio mette in difficoltà quasi tutti, le persone hanno condiviso apertamente le loro fatiche — chi si era addormentato, chi non sentiva nulla, chi si era annoiato. E alla fine una persona, che so quanto fatica con quella pratica, ha ringraziato gli altri. Non per i consigli: nessuno le aveva dato consigli. Li ha ringraziati perché, nominando le loro difficoltà, avevano curato — senza saperlo — la sua vergogna e la sua solitudine.
È così che guarisce. Non da sole, non con la forza di volontà, non “superandola”: nella condivisione. Ogni vergogna nominata ad alta voce ne scioglie silenziosamente altre dieci nella stanza. È la ragione per cui credo così profondamente nei gruppi: perperché il gruppo fa quello che nessuna forza di volontà può fare da sola: normalizza. Scioglie il bozzolo in cui la vergogna ci teneva convinte di essere le uniche. Dieci persone che faticano con la stessa pratica non sono dieci fallimenti: sono la prova che la fatica era umana, non nostra.
Restare piccole ancora per un giorno
E allora torno a mio nipote, perché la sua seconda frase — quella del pannolino da tenere — contiene la cura che da adulte non sappiamo più chiederci.
«Posso rimanere piccolo ancora per un giorno.»
Lui l’ha detta senza vergogna, ed è questo il punto: ha chiesto apertamente il permesso di non essere ancora pronto. Ha negoziato la sua transizione invece di nasconderla. Noi facciamo l’esatto contrario — fingiamo di essere pronte sempre, adulte sempre, capaci sempre, e chiamiamo vergogna tutto quello che sborda da questa finzione.
Ma prova a immaginare cosa cambierebbe se, ogni tanto, ce lo concedessimo anche noi. Posso rimanere incerta ancora per un giorno. Posso non avere la risposta ancora per un giorno. Posso piangere, sbagliare l’orario, dire la parola di troppo — ancora per un giorno. Non per sempre: per un giorno. Il tempo che serve a una transizione per essere attraversata invece che recitata.
Non è resa. È l’atto di self-compassion più sovversivo che conosca: dare a noi stesse il permesso che aspettiamo inutilmente dagli altri. Il pannolino, prima o poi, si toglie da sé — quando la transizione è compiuta davvero, non quando la vergogna lo strappa. Mio nipote lo sa. Lo sapevamo anche noi, a due anni e mezzo. Si tratta solo di tornare a chiedercelo con la sua stessa tranquillità: senza segreti, a voce alta, guardando qualcuno che ci vuole bene.
L’esercizio della settimana · Il permesso
Questa settimana, una volta al giorno, completa per iscritto questa frase: “Posso rimanere ______ ancora per un giorno.” Incerta, stanca, indecisa, imprecisa — quello che c’è. Una parola sola, ogni giorno la sua.
E nota cosa succede nel corpo quando te lo concedi: dove qualcosa si allenta, dove il respiro scende. È il punto esatto dove la vergogna teneva il presidio — e dove adesso c’è un permesso.
Il video della diretta è qui
© Nicoletta Cinotti 2026 Ansia: diventare amici dell’incertezza
