
Molti anni fa ho avuto un paziente che chiamerò Ugo. Era un ittiologo, si occupava di pesci di fiume, e amava moltissimo andare a pesca. Una volta, per spiegarmi come si sentiva, cominciò a raccontarmi perché bisogna cambiare le esche a seconda dei pesci. Ogni pesce ha la sua esca, mi diceva: quella che va a incontrare il suo desiderio, la sua fame. Ma poi ci sono pesci molto furbi, che è difficile far abboccare, e pesci che abboccano con grandissima facilità. Eppure la fame ce l’hanno tutti e due. E ci sono persino pesci che riescono a mangiare l’esca senza rimanere agganciati all’amo.
Sono passati anni, e quella lezione di pesca è diventata per me una lezione sulla psiche. Perché la domanda che mi arriva più spesso, quando parlo di desiderio, è questa: va bene, ma io cosa faccio col mio desiderio? Cosa faccio quando un desiderio è così forte che mi spinge a fare cose di cui so già che mi pentirò?
La risposta ha a che fare con un’emozione che non ha nessun fascino. Un’emozione che, appena la nominiamo, ci fa venire un po’ di noia: la pazienza. Ma attenzione — non la pazienza che pensiamo di conoscere. Non è stringere i denti e sopportare. Non è nemmeno aspettare, trattenendo tutto, che succeda finalmente la cosa che vogliamo: quella non è pazienza, è sopportazione o resistenza. La pazienza di cui parlo è un’emozione molto più interessante e molto più complicata.
Dove senti la fretta nel corpo?
Prima di andare avanti, ti chiedo una cosa. Pensa all’ultima volta in cui hai sentito fretta: la fretta di rispondere subito a una mail, di replicare subito a una persona, di prendere senza pensarci l’ultimo biscotto di quelli che “non ne mangio più”. Dove l’hai sentita, nel corpo? C’è chi la sente in gola, chi nello stomaco, chi nelle mani. Io la sento negli occhi — strano, lo so, ma è così: quando ho fretta qualcosa si attiva nello sguardo e mi dà una visione a imbuto. Vedo solamente la cosa che mi permette di obbedire a quella fretta.
Tieni a mente quel punto, perché ci torneremo.
Pema Chödrön non ha avuto un paziente ittiologo come me, ma usa spesso l’immagine dell’amo e dell’abboccare. Usa una parola tibetana, shenpa, che si traduce con attaccamento, o meglio con “essere agganciati”. È quello che fa il desiderio: non è tanto l’esca che ci aggancia, è il desiderio di avere quell’esca. E la cosa più interessante che dice Pema è questa: shenpa arriva prima del pensiero. Il desiderio è un movimento che si attiva prima nel corpo, e solo dopo diventa un processo di pensiero.
Un esempio che abbiamo fatto tutti: siamo a tavola, in una conversazione amichevole, e qualcuno dice una cosa che riteniamo sbagliata. Ha buttato l’amo. E come ce ne accorgiamo? Ce ne accorgiamo nel corpo, in quel punto che ti ho fatto mettere a fuoco prima. Lì sappiamo che l’amo è già entrato — e che se non siamo consapevoli partirà tutto il solito loop: se siamo persone che trattengono, resteremo zitti evitando poi quella persona; se non lo siamo, arriverà la reattività.
Sentire l’emozione, lasciare andare la trama
Ed è esattamente lì che entra la pazienza. Non nel momento in cui trattengo, resisto dal reagire. Nel momento in cui rimango nella sensazione fisica e non mi attacco alla storia. Perché se mi attacco alla storia — questa persona è sessista, è insensibile, non si rende conto — e comincio a giustificare la mia reattività, non solo sono rimasta attaccata all’amo: il pescatore sta già tirando su la lenza. Mi ha pescata del tutto.
Ecco allora una prima definizione: pazienza è saper restare accanto a quello che brucia. Non reprimerlo, non sopprimerlo. Starci accanto senza dare carburante alla storia, perché è la storia che solidifica tutto e ci tiene nel loop del “il mondo non è come dovrebbe essere” — o meglio, “il mondo non è come vorrei che fosse”.
C’è una storia antica che amo, e che racconta proprio questo. Due persone camminano a piedi nudi su una spiaggia. Una dice: come sarebbe bello se il mondo fosse ricoperto di cuoio. E il compagno di camminata risponde: sì, però c’è anche l’alternativa di mettersi i sandali. Noi restiamo agganciati all’esca ogni volta che pretendiamo il mondo ricoperto di cuoio — che il mondo, e le persone che abbiamo davanti, non ci facciano mai sentire le asperità. I sandali sono un’altra possibilità: la possibilità di dare una risposta diversa all’amo che ci ha agganciato.
L’onda che sale — e scende da sola
Torna a quel punto del corpo dove senti la fretta. La fretta è un segnale distintivo importantissimo: la sensazione di urgenza ci dice che dietro a quello che sta succedendo c’è un amo di desiderio a cui stiamo abboccando — e che non vediamo, proprio perché la fretta ci fa andare troppo veloci. Prova a stare lì per tre respiri. Il punto non è farla andare via: il punto è starle accanto senza darle retta, senza obbedire alla storia che la fretta ci racconta. Se ci riesci, ti accorgi di una cosa sorprendente: l’onda del desiderio sale fino a un certo punto, e poi scende. Da sola. Senza che noi facciamo nulla — semplicemente perché non l’abbiamo alimentata con la nostra proliferazione mentale.
Ma perché è così difficile? Perché ci vuole coraggio. Perché a volte, restando, sentiamo cose molto scomode. E qui faccio un salto che è solo apparentemente un salto: l’impazienza più grave che abbiamo è quella verso le nostre parti ferite. Lo vedo continuamente nel mio lavoro: quando riaffiora un tema infantile, le persone si arrabbiano con se stesse. Proprio ieri una persona che stimo molto, per il semplice fatto che stava riemergendo una parte bambina, si è data della rincoglionita. Quando riaffiorano le parti che non abbiamo saputo consolare, ci viene la fretta di andare avanti, di andare oltre. E riemerge il genitore esigente che dice: ehi, basta, adesso devi sbrigarti.
Io di fretta me ne intendo. Sono una ritardataria cronica e ho in mente mille mattine in cui mi è stata messa fretta — giustamente, perché facevo tardi. Ma la fretta è stata la storia della mia vita: mi hanno mandata in prima elementare a cinque anni e iscritta all’università a diciassette, doppia anticipataria, perché i miei genitori avevano l’idea che prima si fanno le cose, meglio è. È così che la nostra educazione coltiva l’impazienza. Ed è così che noi continuiamo ad alimentarla — soprattutto verso noi stessi.
Coccolarsi non è confortarsi
Quando quella bambina riaffiora, che cosa le diamo? Nove volte su dieci le diamo comprensione: abbiamo capito che cosa le è successo, abbiamo capito la storia dei genitori, abbiamo capito tutto — e forse anche qualcosina in più. Ma capire non cambia la bambina. La bambina ha bisogno di essere ascoltata, incontrata, confortata. E c’è una differenza fondamentale tra coccolarsi e confortarsi. Coccolarsi è abboccare all’amo della gratificazione: mi compro un vestitino nuovo, gli orecchini, il rossetto — e mi sono coccolata, ma non ho risposto a quella bambina. Lei chiedeva una cosa più semplice ed essenziale, e io le ho dato un gelato. Chiedeva di essere ascoltata, e io le ho dato un giocattolo. Non sono cose cattive: ma è come chiedere acqua e ricevere pane. Non funziona. Anzi, quel pane fa aumentare la fame, perché lascia intatto il senso di mancanza da cui ogni desiderio nasce.
Ecco perché diventare genitori di sé stessi è così fondamentale: ci permette di rispondere noi a quella bambina, invece di rimanere agganciati alle vecchie storie ogni volta che riemergono.
E lasciatemelo dire: qui c’è tutto il mio invecchiare da ribelle. Io sono una persona determinata, e ho capito quanto la determinazione sia stata una forza — e una grandissima fregatura. La pazienza invece mi dà la libertà di stare: non rincorrere quello che il mondo si aspetta da me, ma chiedermi di che cosa ho bisogno. Accettare che alcune cose possano rimanere un desiderio a lungo, senza doverle chiudere in fretta. Quando riesco a stare nel desiderio senza l’urgenza di chiuderlo, sento che esercito una forma di potere silenziosa ma enorme.
Due qualità, dunque: la capacità di stare, e il coraggio che ci vuole per stare. Perché non è uno stato di calma, quello di cui parlo — la calma può arrivare dopo. Quando stai accanto a quell’onda, stai accanto a un mare molto mosso, a tutta la tua agitazione interiore. L’opposto della pazienza non è la fretta: è l’aggressività. Nella fretta di concludere c’è sempre un elemento di irritazione, a volte di vera e propria aggressività.
Chiudo con le parole con cui Virginia Satir, una delle grandi figure della psicoterapia familiare, accompagnava le famiglie che seguiva: permetti a te stesso di diventare intimamente connesso con tutte le tue parti — anche con quelle che hanno fretta — sapendo che qualsiasi cosa sia appartenuta al passato era il meglio che potevamo fare, perché rappresentava il meglio che conoscevamo.
Lunedì mattina, nella pratica delle 8, lavoreremo proprio su questo: le parti infantili alle quali rispondiamo con fretta. È un tipico territorio di reparenting — lo stesso territorio del ritiro “Genitori di sé stessi” di fine agosto, dove avremo lo spazio e il tempo per abitarlo davvero, nel corpo. Se senti che è il momento giusto per te, ti aspetto.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
