
Ci sono incontri da cui esci con un appunto pratico — un libro da leggere, una citazione da segnarsi. E ci sono incontri da cui esci diverso senza saperlo subito. La sera del 9 giugno, dopo aver chiuso lo Zoom con Valerio Grutt, sono rimasta seduta davanti al computer più del necessario. Non per fare ordine. Per non perdere qualcosa che ancora non aveva un nome.
Una settimana dopo, alcune cose sono decantate. Sono tre — e voglio raccontartele, perché credo che parlino di noi molto più di quanto sembri all’inizio.
Il regista che si è perso
Avevo preparato l’incontro pensando di parlare di poesia e cura — di come le parole possono “riparare le falle del cuore”, come scrive Emily Dickinson. Di questo abbiamo parlato. Ma c’è una cosa che è emersa solo dal vivo, ed è il pezzo che porto con me da quella sera.
Valerio ha raccontato che dopo aver avuto la prima visione del suo spettacolo Immagini dal deserto — un gruppo di viandanti che vaga nel deserto senza ricordare più da dove è partito né dove sta andando — aveva costruito una struttura. Una bozza di performance. Una regia. Aveva pensato, come si pensa sempre quando si comincia: adesso lavoriamo a questo.
Poi sono arrivati gli incontri con i dodici pazienti Alzheimer della Fondazione Sant’Orsola di Bologna. E quella struttura, racconta lui, ha cominciato a non reggere. “Mi ha lasciato disorientato”, ha detto. “Ed è stato proprio quel disorientamento che ha cambiato le cose. Anch’io dovevo perdermi anch’io nel deserto insieme a loro. E solo quel perdermi mi ha dato la possibilità di costruire una cosa che poi mi sono reso conto, che era molto più bella e che mi assomigliava molto di più.”
Mentre lo ascoltavo, ho pensato a tutte le volte che, da terapeuta, mi sono trovata davanti a un dolore che non potevo “trattare” con la mappa che avevo. Tutte le volte che ho dovuto smontare il piano e perdermi anch’io — almeno un po’ — per ritrovare una strada vera, non la strada che credevo di sapere.
Chi accompagna persone in deterioramento cognitivo lo sa intimamente: il disorientamento non è di chi si ammala. È di tutto il sistema. Cambia la geografia familiare, cambiano le conversazioni, cambia la persona che si era. E spesso, l’errore più grande che possiamo fare, come parenti o come curanti, è cercare di tenere ferma una struttura che non regge più — invece di permetterci quel po’ di smarrimento che ci farebbe incontrare l’altro dove si trova adesso.
“Il mio modo di vivere artisticamente”, ha detto Valerio, “è proprio quello di andare a camminare in territori che non conosco e che possono davvero prevedere anche il mio fallimento, ma anche il fallimento di un’opera. E questa cosa per me è veramente vitale.”
Lo è anche per la cura. Non c’è cura senza il rischio di perdersi. Le mappe sono utili — finché non servono più. E quando non servono più, bisogna avere il coraggio di metterle giù.
La memoria che resta quando la memoria se ne va
C’è stato un passaggio della conversazione in cui Valerio mi ha quasi commossa, anche se non l’ho detto sul momento.
Stava raccontando come, incontro dopo incontro, i pazienti non ricordassero di essere venuti alle prove precedenti. Non li ricordavano nemmeno, gli attori. Eppure — e qui la voce gli si è scaldata — “il rapporto tra noi e loro ha comunque avuto un percorso. Dal primo all’ultimo incontro eravamo diventati davvero un gruppo. Qualcosa aveva parlato, qualcosa che va al di là della memoria.”
Una memoria altra. Una memoria che non è narrativa, che non si può raccontare, che forse non si può nemmeno chiamare “memoria”, eppure tiene insieme le persone. Lascia un sedimento. Costruisce un noi anche quando il “ti ricordi quando…” non è più disponibile.
Ho chiesto a Valerio se pensasse che quel lavoro fosse rimasto dentro di loro. Mi ha risposto: “Io sono certa di sì.… penso che comunque, quello che abbiamo fatto si sia andato a depositare dentro di loro come qualcosa di autentico, come qualcosa di prezioso. E certo, magari non ne hanno la memoria narrativa. Ma dentro, io credo che questa cosa resti come restano le cose vere.”
Questa frase — come restano le cose vere — è una di quelle che mi porto dietro.
Perché ci dice una cosa importante non solo sull’Alzheimer, ma su tutti noi. La nostra identità è fatta soprattutto di ricordi che non riusciamo a raccontare. Il modo in cui ci hanno tenuti in braccio, il calore delle persone che ci hanno amato, gli sguardi degli insegnanti che hanno creduto in noi a otto anni. Non li ricordiamo come scene. Eppure sono dentro. Si sono depositati. Hanno fatto quello che siamo.
E vale anche al contrario: i piccoli abbandoni, le freddezze ripetute, gli sguardi di disgusto di cui non abbiamo memoria narrativa — anche quelli sono depositati. Anche quelli ci hanno fatti.
Le cose vere restano. Anche quando la mente che le ha vissute non sa più nominarle.
C’è una conseguenza pratica che vorrei portare a chi accompagna un genitore o un partner nel deterioramento cognitivo: ciò che fate, ciò che date, ciò che cantate insieme, ciò che condividete — anche se non viene ricordato nel senso convenzionale del termine, non è perso. Si sta depositando da qualche altra parte. Come restano le cose vere.
“Sono rimasti attaccati alle vetrine”
A un certo punto della conversazione ho chiesto a Valerio di leggerci una poesia. Ha scelto un testo da Ruderi Occidente, il libro che esce il 17 giugno per Mar dei Sargassi. Lo riporto qui, perché credo che molte di voi possano sentirlo come l’ho sentito io.
Sono rimasti attaccati alle vetrine
gli avvisi delle misure anticontagio.
Le montagne sono antiche e donne verdi
che ci giudicano dall’alto
roteano sul cerotto della strada
cani assetati.
Mentre cerco nei negozi
qualcosa che non si può comprare,
spostano le nazioni.
Il mare dorme su un fianco.
In un momento, tutti i cellulari
squillano all’unisono.
Qualcuno ci sta chiamando
dalle impalcature di un sogno
da remoti hotel sulle nubi
dalla memoria oscura del mondo.
Quando Valerio ha finito di leggere, mi sono trovata a dire — più a me stessa che a lui — “è perché qualcuno ci sta chiamando, che ci sentiamo disorientati.”che a insieme tutto. Il cerotto della strada che è una medicazione e insieme un’imperfezione. I cani assetati — la sete che, nel deserto di Valerio, è l’unica cosa che accomuna tutti. La memoria oscura del mondo che ci chiama quando non la riconosciamo. Quel qualcuno ci sta chiamando, è la sete sotto la sofferenza di cui avevamo parlato nel primo articolo — la voce di qualcosa di vero che vuole essere ascoltato, anche quando non sappiamo dargli un nome.
Il segreto e la dignità del non sapere
Il terzo filo che mi è rimasto è questo.
A un certo punto ho chiesto a Valerio qual è, secondo lui, il segreto della poesia. Mi ha risposto con una frase che è quasi un koan: “Il segreto è sconosciuto anche al poeta. Si svela solo attraverso un sentire, e mai attraverso qualcosa che si può dire. Quello che fa il poeta è percepire questo segreto e provare a cantarlo.”
E poi ha aggiunto una cosa che mi ha fatto sorridere, perché è esattamente quello che faccio nei miei ritiri. “Noi dobbiamo proprio accettare la possibilità di non capire. È anche liberatorio non capire niente, qualche volta.”
Mi è venuto in mente Wisława Szymborska, nel suo discorso di consegna del Nobel: “Per questo apprezzo tanto due piccole parole: ‘Non so’. Piccole, ma fornite di grandi ali. Espandono la nostra vita.”
E mi è venuto in mente il piccolo rito che faccio fare a fine di ogni ritiro: ci si dispone in cerchio, qualcuno fa una domanda qualunque, contiamo uno, due, tre, e tutti insieme battiamo le mani gridando “NON LO SO!” — e ridiamo. Sempre. Perché in quel “non lo so” detto a voce alta, insieme, c’è una liberazione che il sapere non sa darci.
Valerio ha detto un’altra cosa molto importante: “Bisogna stare molto attenti perché spesso [il sentirsi saggi] diventa una facciata, un modo per stare nel mondo e rischiare meno.”
Ecco. La saggezza che si autoaffida diventa una corazza. E la corazza, lo sappiamo dalle pratiche corporee, è esattamente ciò che ci impedisce di sentire.
Il deterioramento cognitivo, in questo senso, ci mette davanti a uno specchio scandaloso: ci mostra una condizione di radicale non sapere — involontaria, certo, e dolorosa — ma che è anche, paradossalmente, la stessa condizione che cerchiamo nei ritiri, nella meditazione, nella poesia. Non sapere. Lasciar parlare il segreto. Permettere alla mente di ammorbidirsi.
Stefano Vezzani, il direttore della Fondazione Sant’Orsola, gliel’ha detto in un’altra conversazione: “La vera terapia non l’abbiamo fatta noi a loro. Non l’hanno fatto loro a noi. L’abbiamo fatta insieme, creando un momento di verità condivisa.”
Questa frase la voglio incorniciare. Perché racchiude tutto quello che la mia generazione di curanti — quella che è cresciuta convinta che il terapeuta sapesse e il paziente non sapesse — ha imparato lentamente, e che la generazione di Valerio sembra sapere già: che la cura accade nello spazio condiviso, non in quello tra chi sa e chi non sa.
Restare nel deserto
Sono tornata più volte, in questi giorni, alla parola che Valerio ha usato come riassunto del suo lavoro con i pazienti: un grande esercizio di presenza. Non terapia. Non spettacolo. Esercizio di presenza.
Forse è questo che la poesia ci insegna, quando ci insegna a non capire. A stare nel verso anche quando il verso non si lascia decifrare. A fidarci che qualcosa, lì dentro, ci sta parlando — anche se non sappiamo cosa. Forse è questo che il deterioramento cognitivo ci chiede, a chi accompagna: stare. Anche quando le parole non costruiscono più ponti. Anche quando la mappa non funziona più. Stare insieme nel deserto.
E forse, in tutto questo, c’è una cura possibile. Non una cura che restituisce ciò che è perso. Una cura che permette a ciò che resta — come restano le cose vere — di depositarsi e fare il suo lavoro silenzioso.
Grazie a Valerio per essere venuto a perderti insieme a noi.
E grazie a tutte voi che eravate lì, in quel cerchio di Zoom, ad ascoltare. Anche voi siete parte della memoria altra di quella sera. Anche voi siete tra le cose vere.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
Per andare oltre:
Immagini dal deserto andrà in scena di nuovo a settembre a Bologna (data in conferma).
Ruderi Occidente di Valerio Grutt esce il 17 giugno per Mar dei Sargassi.
Dal 24 al 27 giugno a Cesenatico, Valerio dirige il festival di poesia per il Museo Casa Moretti.
Il 20-21 giugno c’è il Ritiro Poetico a Prato con la Scuola di Poesia — aperto a chi scrive e a chi vuole solo leggere e ascoltare.
© Nicoletta Cinotti 2026
