
Nessuno di noi vorrebbe vivere senza emozioni. Eppure passiamo le giornate a combatterle. Di questo parla Mindfulness ed emozioni, in edicola dal 21 aprile.
Ti è mai capitato di dire — magari mentre stavi piangendo — “non è niente, non so perché piango”?
A me sì. Molte volte, anche quando avrei potuto saperlo benissimo.
Ho passato gran parte della mia vita professionale a spiegare alle persone che le emozioni non sono il problema. Il problema è il modo in cui proviamo a zittirle. A volte passo giornate in studio a ripetere questa cosa, e poi torno a casa e mi sorprendo a farlo a me stessa. A minimizzare. A dire “non è niente”. A cercare di capire con la ragione qualcosa che invece stava parlando un’altra lingua.
Martedì 21 aprile, in allegato a Il Sole 24 Ore, esce Mindfulness ed emozioni. L’avevo scritto qualche anno fa per Gribaudo, e ritrovarlo adesso in questa edizione in edicola è un piccolo miracolo editoriale che mi commuove. Perché è un libro che parla di una cosa apparentemente semplice e in realtà difficilissima: come fare amicizia con quello che sentiamo.
Nessuno vorrebbe vivere senza emozioni
Eppure le chiamiamo responsabili delle nostre scelte sbagliate. Le nascondiamo quando siamo stanche. Le confondiamo tra loro: dietro la rabbia c’è quasi sempre dolore, dietro l’ansia quasi sempre paura, dietro la paura quasi sempre un bisogno di essere viste.
Una delle cose che mi ha stupita di più, in tanti anni di lavoro, è scoprire quanto siamo convinti che emozione e ragione siano due nemici. Che l’una debba vincere sull’altra. Che il buon decisore sia quello che tiene a bada i sentimenti per lasciare parlare la logica.
Non è così. Le neuroscienze dicono il contrario: senza emozioni non sappiamo cosa vogliamo davvero. Le nostre scelte razionali funzionano meglio — non peggio — quando siamo in contatto con quello che sentiamo. Più conosciamo le nostre emozioni, più impariamo ad averci un rapporto amichevole, più le scelte che facciamo con la testa hanno la possibilità di rendere felici anche il cuore.
Nel libro provo a disegnare una mappa — non di tutte le emozioni, sarebbe un’enciclopedia — ma di quelle che proviamo più spesso nella nostra battaglia quotidiana tra felicità e infelicità. Provo a spiegare perché a volte il mare è mosso, e quando invece è meglio aspettare che si plachi. Provo a mostrare una strada verso quella che nella tradizione contemplativa si chiama mente-cuore: la mente in cui emozione e ragione non si combattono, ma si illuminano a vicenda.
I due lupi
C’è una storia cherokee che nel libro ho voluto tenere più di tutte. Un anziano racconta al nipote: “Dentro di me c’è una guerra tra due lupi. Uno è invidioso, rancoroso, indulgente con sé stesso, bugiardo. L’altro è gioia, compassione, umiltà, verità. La stessa guerra c’è dentro di te”.
Il nipote chiede: “Quale dei due vince?”
Il nonno risponde: “Quello che nutri”.
Mi piace questa storia perché non moralizza. Non dice che i lupi cattivi vanno uccisi. Dice soltanto: quello che nutri, cresce. È una frase di una semplicità quasi imbarazzante, eppure da trent’anni mi aiuta a tenere una direzione quando le cose si fanno complicate.
Nel libro parlo di tre sistemi emotivi — il difensivo, quello della ricerca delle risorse, l’affiliativo — e della strana geografia che tutte abitiamo. Molte di noi passano la vita nel sistema difensivo, in allarme costante. Altre nel sistema della ricerca delle risorse, a inseguire obiettivi che non appagano mai: è quella che chiamo depressione perfezionistica, un tipo di depressione che non si vede perché si traveste da efficienza. Il sistema affiliativo — tenerezza, gioia lenta, calma, contatto — è spesso il più dimenticato. Eppure è l’antidoto.
Una donna che ho seguito per anni mi ha detto una volta, in una seduta: “Non so più come si fa a essere tenere con me stessa”. Non stava chiedendo una tecnica. Stava nominando un esilio. Quando abitiamo troppo a lungo il sistema difensivo o quello della ricerca delle risorse, dimentichiamo la lingua del sistema affiliativo. E dimenticandola la disimpariamo. E disimparandola, la cerchiamo negli altri, nei telefoni, nelle conferme, in un altro obiettivo da raggiungere. Mai nel posto giusto.
Il corpo, in tutto questo, è il testimone più onesto che abbiamo. Non sa mentire come sa farlo la mente. Le spalle che non si abbassano mai, il diaframma rigido che non lascia passare il respiro pieno, la mandibola serrata di notte: tutto questo è memoria emotiva immagazzinata. La bioenergetica di Alexander Lowen, che pratico e insegno da decenni, parte esattamente da qui — non dall’analizzare le emozioni, ma dall’ascoltarle nel tessuto del corpo, prima che diventino pensieri e storie.
Non tutte le motivazioni sono realizzabili. Tutte possono essere consolate
Questa è una delle frasi del libro a cui sono più affezionata. L’avevo scritta in un momento difficile, quando stavo imparando a mie spese che non sempre si può ottenere quello che si desidera. Che certi sogni restano sogni. Che certe ferite non si rimarginano nel modo in cui avevamo immaginato.
Eppure tutte — tutte — hanno il diritto di essere consolate. Come le malattie fisiche: non tutte sono guaribili, eppure tutte hanno il diritto di essere curate.
Consolare. Questo è il verbo che manca nel vocabolario produttivo, performativo, efficiente che ci circonda. Non risolvere. Consolare. Stare accanto a quello che fa male senza voler forzare un cambiamento che non dipende solo da noi.
Cavalcare le onde
La metafora che percorre tutto il libro è quella del surf. Non è mia: l’ho sentita ripetere così tante volte che non sono nemmeno più sicura se sia di Jon Kabat-Zinn o di qualche saggio surfista australiano. Il punto però è questo: non possiamo cambiare le onde, possiamo imparare a cavalcarle. Un surfista non si mette a discutere con il mare. Osserva, sceglie, si prepara. Tanto più conosce le condizioni del mare, tanto più si diverte.
Con le emozioni è uguale. Non servono tecniche astratte. Serve imparare a sentirle nel corpo prima che nella testa. A nominarle. A lasciarle passare senza né trattenerle né fuggirle.
È un lavoro che richiede tempo, esposizione a sé, e una dose di tenerezza verso le proprie fragilità. Non è mindfulness in pillole. Non è self-help in stile “sette passi per la felicità”. È un modo di stare nella vita.
Un invito, una pratica
Nel libro ci sono tante pratiche. Per chi legge questa newsletter me ne permetto una semplice oggi: se nei prossimi giorni provi un’emozione forte — una qualsiasi — prova a fermarti per novanta secondi e a chiederti dove la senti. Non cosa dovresti fare. Non perché la stai provando. Solo: dove si posa nel corpo.
Se ti è utile, ho registrato qualche tempo fa una pratica guidata sulla consapevolezza delle emozioni nel corpo. La trovi sul mio canale YouTube, cliccando qui.
E se ti va di portare a casa una copia di Mindfulness ed emozioni, martedì 21 aprile la trovi in edicola con Il Sole 24 Ore. Non l’ho scritto per risolvere. L’ho scritto per consolare.
Con grazia, grinta e gratitudine,
© Nicoletta Cinotti 2026
