
Molto spesso nel momento in cui iniziano nuovi protocolli sorge la domanda se c’è una regola per iniziare o un percorso specifico da seguire.
Tutti noi associamo l’apprendimento a un processo strutturato che si sviluppa per fasi: dall’elementari al liceo, fino all’università e oltre. Conosciamo i nostri stili di apprendimento e i progressi che facciamo, ma possiamo applicare questa idea anche alla pratica della mindfulness? Scopriamo insieme come!
Inizio del viaggio
Per molte persone, la pratica della mindfulness prende avvio dalla partecipazione a uno dei protocolli. Le motivazioni possono essere diverse: il bisogno di ritagliarsi del tempo per sé, lo stress accumulato o le difficoltà emotive. A volte, ci si avvicina alla mindfulness dopo essersi sentiti scoraggiati da altre forme di cura. Tuttavia, iniziare non è mai semplice; serve pazienza, un cambiamento di mentalità e la volontà di imparare a stare fermi.
È dunque legittimo chiedersi se ci siano fasi nel percorso di apprendimento della mindfulness. A questa domanda rispondono due autorità nel campo: Joseph Goldstein e Ezra Bayda.
Joseph Goldstein e le fasi della meditazione
Goldstein affronta l’argomento con chiarezza e concretezza. Innanzitutto, è essenziale capire che la meditazione è un processo dinamico, che si sviluppa attraverso varie fasi, sia nell’apprendimento sia in ogni singola meditazione. Goldstein le descrive come diversi livelli di profondità.
Primo livello: Iniziare e Osservare La meditazione non riguarda il raggiungimento di uno stato ideale, ma piuttosto l’inizio di una relazione autentica con i cambiamenti che avvengono nel corpo, nelle emozioni e nella mente. Per stabilizzare la mente in questo continuo fluttuare, è fondamentale sviluppare una concentrazione che ci permetta di osservare ciò che emerge, senza attaccamento o avversione, ma con consapevolezza ed equanimità.
Secondo livello: Aprire Il secondo passo consiste nell’aprire la pratica al cuore. Qui impariamo a immergerci appieno nel corpo e nelle nostre risposte psicologiche, abbracciando il processo di vivere. Se l’osservazione ci porta alla consapevolezza del corpo, l’apertura è necessaria per riconoscere e capire il nostro cuore e la nostra mente, che operano spesso in modi che non conosciamo.
Terzo livello: Essere Dimorare significa rimanere con ciò che abbiamo osservato e aperto, accogliendo tutti i momenti – piacevoli, spiacevoli o neutri – come parti del nostro processo. Si tratta di essere presenti nel fluire delle esperienze, senza cercare di cambiarle o preferirne alcune a scapito di altre.
Questi tre livelli possono manifestarsi sia all’interno della stessa meditazione sia come tappe nel processo di crescita personale e profonda della pratica.
Le tre fasi secondo Ezra Bayda
Ezra Bayda evidenzia come queste fasi non siano mai statiche; si intrecciano e si sovrappongono, ma seguono anche un ordine cronologico.
Fase 1: “Me” La prima fase è dedicata al lavoro psicologico, in cui esploriamo il funzionamento della nostra mente – corpo, emozioni e pensieri. Non si tratta di un’analisi del passato, ma di un’esplorazione delle nostre idee preconcette sulla vita e su noi stessi. Ad esempio, dirsi “la vita è dura!” può significare sentirsi inadeguati o essere dei combattenti. Questi significati influenzano i nostri comportamenti e la nostra consapevolezza.
Fase 2: “Essere consapevoli” Riconosciamo che la prima fase è un processo continuo, ma a un certo punto, ci spostiamo verso l’espansione dell’esperienza, tipica della consapevolezza. Questo stato si esprime sia nelle pratiche formali quanto in quelle informali, facendoci sentire radicati nel presente.
Fase 3: “Essere gentili” Non esistono confini netti tra le fasi, ma transizioni fluide. La consapevolezza apre il nostro cuore, rivelando qualità innate come la gentilezza amorevole, la compassione e l’equanimità. Queste qualità ci aiutano a connetterci con l’altro e con il mondo che ci circonda.
Immaginiamo una situazione in cui ci sentiamo rifiutati. La risposta iniziale può essere una sensazione di contrazione e insicurezza (fase “Me”). Ma praticare non significa eliminare queste emozioni, bensì esplorarle con una consapevolezza non giudicante (fase “Essere consapevoli”). È questa accettazione che ci permette di abbracciare l’esperienza in corso e, infine, di sviluppare una gentilezza amorevole verso noi stessi e l’altro (fase “Essere gentili”).
La meditazione come un processo vitale
Se è vero che la meditazione è un processo difficile da etichettare, è altrettanto vero che avere una mappa, una sorta di flusso definito, può rivelarsi utile. Personalmente, trovo conforto nel dare struttura anche a ciò che sembra confuso. Questo approccio non solo chiarisce il percorso, ma favorisce anche l’apprendimento. La mindfulness ci invita a spostarci dal contenuto – le storie che raccontiamo riguardo alla nostra vita – al processo, che consiste nel vivere realmente il momento presente.
In conclusione, il significato della vita non è da cercare in risposte astratte, ma si trova nell’esperienza stessa: nel modo in cui viviamo e ci connettiamo con il mondo. Come affermava Alexander Lowen, “Il significato della vita è la vita stessa.”
Intraprendere questo viaggio verso la mindfulness ci permette di riscoprire noi stessi, migliorare la nostra consapevolezza e le nostre relazioni, per abbracciare una vita di maggiore autenticità e connessione. Che tu sia all’inizio del tuo cammino o un praticante esperto, ricorda: ogni fase è un’opportunità di crescita e scoperta.
©Nicoletta Cinotti 2025
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