
Non è difficile ritrovarsi a passare da un estremo all’altro. Se siamo molto reattivi, non è strano passare alla sopportazione. Oppure, viceversa, passare improvvisamente dalla sopportazione all’esplosione. Confusi e umiliati dalla nostra stessa rabbia e, segretamente, anche convinti di aver avuto le nostre ragioni.
Spesso l’atteggiamento di sopportazione si accompagna alla rassegnazione: sono un fraintendimento che si crea quando parliamo della possibilità di rispondere e non reagire. Passiamo da un estremo all’altro per scoprire poi che questi estremi si toccano e producono un danno nelle nostre relazioni.
Sopportare può sembrare una versione non reattiva dell’accettazione, ma quello che sopportiamo non viene lasciato andare. È il tentativo di diventare bravi, di essere buoni, di aderire a un modello ideale di comportamento nella speranza di ottenere quello che vogliamo passando dalla strada opposta. Ma quello che sopportiamo forma un accumulo pesante sul cuore che prima o poi ci porta, per questioni di sopravvivenza, a una reazione di dimensioni ingigantite dal tempo di sopportazione.
A volte potremmo fare un’equazione tra quanto abbiamo sopportato e quanto intensa può diventare la nostra esplosione emotiva. Sopportiamo nella speranza che succeda qualcosa, che l’altro cambi. Sopportiamo perché vogliamo evitare il conflitto, ma dietro alla nostra sopportazione sta una mancanza di fiducia nella possibilità di un dialogo costruttivo. E, soprattutto, sta nascosta la segreta sensazione che noi sappiamo già come andrà a finire. Sappiamo che, in fondo, non siamo davvero convinti che ci sia una vera alternativa, che una mediazione sia possibile e possa diventare una strada condivisa.
Questo passare da un estremo all’altro rivela quanto ci sentiamo in trappola, impotenti, senza una vera via d’uscita. Per alcuni di noi, questa trappola ha radici profonde: il corpo ha imparato, magari molto tempo fa, che esprimere i propri bisogni o dissenso poteva essere pericoloso. La sopportazione, in quel contesto, non era una scelta ma una necessità di sopravvivenza. E ora, anche quando il pericolo non c’è più, il corpo continua a ricordare.
La via di mezzo, allora, non è semplicemente “lì che ci aspetta” come una destinazione già pronta. Per chi porta nel corpo la memoria del trauma, è un territorio da riconquistare con pazienza e compassione infinita verso se stessi. È un percorso che richiede prima di tutto di riconoscere che il nostro sistema nervoso potrebbe aver bisogno di molto tempo per credere che sia davvero possibile stare nel mezzo, senza collassare né esplodere.
E l’estremo non è mai una via d’uscita: è la porta d’ingresso del nostro inferno personale, quello in cui ci sembra che tutto sia sempre uguale.Anche Dante descrive l’inferno così: un luogo dove sei condannato a rimanere per sempre di fronte ai tuoi demoni, ai tuoi vizi, senza possibilità di cambiamento. Sopportare è quello che descrive meglio il colore della ripetizione senza speranza di un girone infernale.
La via di mezzo ci aspetta: è quella in cui lasciamo andare le nostre convinzioni su come andrà a finire e portiamo la nostra attenzione sull’unico – forse piccolo – elemento di novità della situazione. La via di mezzo è quella che ci permette di usare l’energia dello scontro come spinta per andare, insieme, nella stessa direzione, come succede nell’aikido quando l’avversario non è immobilizzato, non è affrontato ma trasformato in alleato.
I nostri demoni, le nostre ripetizioni, i nostri vizi possono essere alleati del nostro cambiamento: basta prendere la loro energia e usarla per andare avanti, anziché per reagire sempre nello stesso modo, convinti di aver già trovato la soluzione migliore, la risposta migliore.
Dimentica l’illuminazione. Siediti ovunque tu sia e ascolta il canto del vento nelle tue vene. Senti l’amore, il desiderio e la paura nelle tue ossa. Apri il tuo cuore a chi sei, adesso, non chi vorresti essere. Non il santo che stai cercando di diventare. — John Welwood
Pratica di mindfulness: Self compassion breathing
© Nicoletta Cinotti 2025 Danzare sui confini, Festival della peste, Milano 9 Novembre 2025
