Ovvero i visitatori celesti
Ho tenuto questo libro sulla scrivania per molto tempo prima di decidermi a scrivere la recensione. Ho avuto bisogno di leggerlo e rileggerlo più volte perché, a differenza degli altri libri di saggistica di Chandra Candiani, c’era qualcosa che me lo rendeva ostico.
Non era il linguaggio, sempre un’efficace mistura tra poetico e narrativo, non era nemmeno il tema che, per età, mi riguarda davvero. I tre visitatori infatti sono la malattia, l’invecchiamento e la morte e, come diceva Philip Roth, invecchiare è in sé e per sé una malattia. Però c’era qualcosa che non mi andava giù. L’ho capito stamattina, quando l’ho ripreso in mano dicendomi che adesso dovevo davvero piantarla di stropicciarlo e dovebo incominciare a scrivere.
Ecco quello che non mi va giù è che l’ho sentito come una specie di eredità. Non un testamento ma un’eredità che Chandra lascia al lettore raccontando la sua malattia (misteriosa), frammenti della sua vita (alcuni divertenti e surreali) e il suo avvicinarsi alla morte che lei definisce nel modo migliore che abbia incontrato: prepararsi a essere impreparati. Se dovessi dire come mi senti sul bordo dei miei prossimi anni direi che è proprio questa la sensazione: devo prepararmi a essere impreparata, a non sapere a non dare per scontato. Questa è l’eredità che questo libro lascia al lettore. Un’eredità che diventa necessaria: passi la vita a costruire (e io sono una che costruisce sempre) e poi, a un certo punto ti accorgi che è necessario de-costruire perché tutto quello che hai costruito diventa pesante da portare e che tu hai bisogno di camminare leggera.
© Nicoletta Cinotti 2024 Addomesticare pensieri selvatici
Chandra Candiani, I visitatori celesti, Einaudi Editore
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