Vorrei iniziare dal dichiarare perché, un libro come V13 di Emmanuel Carrère, che è una cronaca giudiziaria, entra a pieno titolo dentro le recensioni del sabato.
Perchè, raccontando la cronaca giudiziaria di uno degli atti di terrorismo più sanguinosi degli ultimi anni, e uno di quelli più coinvolgenti, Emmanuel Carrère è riuscito a descrivere anche, tra le righe, una possibilità se non di perdono, di comprensione. Lo fa attraverso i genitori di due vittime Lamia e Lola, la prima morta al cafè Belle Equipe, l’altra al Bataclan.
Ricordo molto bene quell’attentato anche per una coincidenza. Era il 13 Novembre, giornata internazionale della gentilezza e avevo organizzato una pratica gratuita di Metta nella sala Frate Sole. La serata era stata introdotta da Fra Luca Pozzi con una lettura dell’incontro tra San Francesco e il lupo mentre le sessioni di meditazioni erano state accompagnate dalle poesie lette da Fiammetta Bellone e dal violino di Carlotta Ottonello. Avevano partecipato quasi un centinaio di persone. All’uscita ero andata a mangiare sushi e nel televisore della sala erano arrivate le prime immagini dell’attentato. Il Bataclan era ancora occupato dai terroristi e tutto sembrava ancora più, assurdamente, surreale. Da allora, per me, il 13 Novembre coincide con quell’attentato, non solo con la giornata internazionale della gentilezza.
Ma veniamo a Nadia, la madre di Lamia. Carrère divide il libro in tre sezioni: Le Vittime, Gli imputati e La Corte. una cronaca difficilissima da tenere a mente perché si è prolungata per 9 mesi e le parti in causa erano moltissime. Sono stati ascoltati tutti i rappresentanti delle parti civili ma Nadia merita un capitolo a sé, perché la sua testimonianza sarà così toccante da essere l’unica che verrà citata da uno degli imputati, che dice, “potrebbe essere mia madre”.
Nadia
Racconta la sua testimonianza a partire dal pranzo di quel venerdì fatto tutti assieme e dall’appuntamento galante che aspetta Lamia con il suo ragazzo Romain. Moriranno entrambi. Quella sera Nadia, di origine egiziana, stava ascoltando nel salotto di casa degli anashid, canti di guerra della cultura jihadista, che in origine erano canti sufi, la spiritualità più elevata dei musulmani. Suo marito è bretone e lavora con gli immigrati. Si sono conosciuti al Cairo e una volta sposati sono rientrati a Parigi. Insegna arabo e si è laureata con una tesi su Rashid Rida, uno dei padri dell’islamismo che propone la sharia, la rigida legge coranica, come soluzione dei problemi politici e sociali. Nadia abita molto vicino alla zona degli attentati, sentì gli spari, le camionette della polizia ma rimase tranquilla anche quando sua nipote, che abitava al Cairo, la cercò allarmata. Inizia a chiamare la figlia che non risponde, come non risponde il suo ragazzo. Continua a sperare che tutto sia normale fino al pranzo del giorno dopo quando apprende dalla madre del ragazzo che lui è morto. Sarà sempre dalla famiglia di lui che apprenderà anche della morte di Lamia. Alla morgue lei e il marito sbagliano a riconoscere la figlia. Sarà un’amica che riconoscerà un tatuaggio e permetterà l’identificazione. Abbastanza per morire di dolore, di rabbia e di vendetta. Non succede a Nadia. In. Nadia avviene una dissociazione tra lei e il resto del mondo. Lo stesso giorno apre la sua casa agli amici della figlia. Trenta persone che, per due mesi, quasi ogni giorno sono tornati a trovarla, malgrado fossero sconosciuti prima della morte della figlia. Il primo giorno rimangono insieme in silenzio. Poi, tornando, parlano, raccontano, si fanno compagnia.
Fino a che il caffè dove è morta Lamia è stato chiuso lei e Francois, il papà di Lamia, ci sono andati ogni giorno: distava 150 metri da casa loro. Nei quattro anni successivi il padre di Lamia, che ha fondato l’associazione, 13onze 15, è andato a parlare nei licei di terrorismo e radicalizzazione. L’ha fatto fino alla sua morte nel 2020, Lui non è arrivato al processo. Nadia l’ha seguito fino in fondo, fino alla sentenza.
È talmente incomprensibile, dice Nadia. Pensare che quelli che l’hanno uccisa avevano la sua età. L’età di tutti loro, fra i venticinque e i trent’anni. Che sono stati accompagnati a scuola tenendoli per mano, come lei accompagnava Lamia, tenendola per mano. Erano dei bambini che venivano tenuti per mano. Così li pensa Nadia nella sua deposizione al processo e conclude chiedendo agli avvocati della difesa di fare bene il loro lavoro.
Georges
Nadia ed Emmanuel Carrére diventano amici, perchè lui si identifica con quei genitori che, giorno dopo giorno, assistono al processo. Non ci sarà solo Nadia. Ci sarà anche Georges Salines, favorevole alla giustizia riparativa, anche lui co-fondatore dell’associazione 13onze 15, insieme al padre di Lamia, Carrère prende volentieri il caffè con Georges e spesso si siedono vicini per commentare le fasi del processo e le deposizioni. Georges conclude la sua deposizione con questa citazione, di Jankélévitch “L’amore per il malvagio non è amore per la sua malvagità; sarebbe una perversione diabolica. È soltanto amore per l’uomo stesso, per l’uomo più difficile da amare”.
Non tutti i genitori sono così aperti al dialogo. Ci sono genitori pieni di odio e rabbia, comprensibilissime. Ma, come dice Carrère, a chi vorremmo assomigliare ? “Imparare a sostituire la legge del taglione con il diritto, la vendetta con la giustizia: questo è ciò che chiamiamo «civiltà», e Georges Salines è un uomo assolutamente civile, cui mi piacerebbe somigliare se mi capitasse una disgrazia simile. Eppure, quell’arcaico furore che dobbiamo imparare a superare, prima di superarlo dobbiamo riconoscere che esiste–perché esiste per forza, altrimenti non saremmo umani.” afferma Carrère che non sorvola sulle responsabilità morali della Francia rispetto alla guerra in Siria e ai bombardamenti che avevano fatto centinaia di morti fra i civili. Eventi che gli attentatori avanzano come causa della scelta sanguinosa del 13 Novembre.
La ragione per cui tutti dovremmo leggere questo libro è per poterci porre due domande, La prima è la domanda sulle conseguenze della violenza, che non si fermano ma diventano un ciclo di altre violenze. Vogliamo continuare a credere che la guerra sia una soluzione? A questa prima domanda ne segue, inevitabile, un’altra, “a chi voglio assomigliare? A chi sceglie la strada della vendetta o a chi sceglie la strada della giustizia riparativa?” Qualunque sia la risposta auguriamoci di non doverci mai trovare nella condizione di scegliere a chi assomigliare. Forse basterebbe questo per provare gratitudine per la fortuna della normalità della nostra vita.
Emmanuel Carrère, V13: Cronaca Giudiziaria, Adelphi editore
© Nicoletta Cinotti 2023 Addomesticare pensieri selvatici
