
Forse potresti pensare che l’emozione dell’esilio sia la nostalgia, invece è la vergogna. Proviamo nostalgia quando l’esilio è stata una scelta condivisa e a volte necessaria. Prova nostalgia l’emigrante che a casa ha chi l’aspetta. Ma l’esilio, almeno in termini psicologici serve proprio a poter rimanere a casa a patto di escludere qualcosa di se, qualcosa che, per l’appunto, ci suscita vergogna.
La vergogna è l’emozione che fa più danni di quasi tutte le altre, e quasi nessuno ne parla apertamente. Non perché sia rara — anzi, la proviamo tutti — ma perché parlarne, già di per sé, ci fa vergognare.
La vergogna è strettamente collegata alle nostre parti esiliate. È un’emozione antica, che troviamo persino negli animali: nei mammiferi esiste la tendenza a coprirsi gli occhi, che può essere un’espressione di vergogna. Si discute se sia un’emozione primaria o secondaria, forse l’ansia da separazione, la paura dell’estraneo, sono espressioni indirette della stessa radice.
Quello che so per certo è che la vergogna non è una. Sono due. E imparare a distinguerle cambia tutto.
La vergogna bianca
La prima la chiamo vergogna bianca. È la più primitiva. Comincia intorno ai diciotto, ventiquattro mesi, nella fase in cui siamo pieni di fierezza motoria. Facciamo cose un po’ pericolose, cose che ci danno gioia, un senso di pienezza. E mentre le facciamo, i nostri genitori intervengono. Spesso con una faccia che esprime disgusto.
Credo sia una delle ragioni per cui costruiamo l’idea di essere sbagliati. Non perché ce lo dicano a parole, ma per quell’espressione del viso, quel disgusto che arriva proprio mentre stavamo provando piacere e siamo orgogliosi di noi.
Questa vergogna non si accompagna al rossore. Non c’è la vampata, non diventiamo viola. Si esprime invece attraverso il desiderio di scomparire. “Sarei sprofondata”, diciamo. E quel “sprofondare” esprime esattamente il desiderio di sparire. Si esprime attraverso una sensazione forte di essere sbagliati, di non valere, attraverso un senso profondo di inadeguatezza.
Ecco il punto centrale: la vergogna bianca costruisce convinzioni errate su di noi. Convinzioni false — ma non per questo le crediamo di meno. Anzi, le crediamo tanto quanto qualunque altra cosa. E diventano il nucleo attorno a cui costruiamo l’esilio. Cerchiamo di mettere da parte quegli aspetti del nostro carattere che potrebbero farci riprovare quella vergogna.
Io da bambina ero molto ribalda, un po’ tendente a mettermi in mostra, ma soprattutto ribalda, è il termine migliore per descrivermi. E questa cosa è stata talmente censurata dalla mia famiglia che, da adulta, quando avrei dovuto fare scelte un po’ coraggiose per venire fuori, ho finito per non farle. Le ho rimandate per tantissimo tempo. Avevo paura di fare esattamente la stessa cosa che da bambina mi veniva rimproverata.
La vergogna rossa
La seconda la chiamo vergogna rossa. Sorge in adolescenza, va di pari passo con lo sviluppo dell’interesse sessuale. È legata al piacere e il piacere è un filo che unisce le due vergogne.
La vergogna bianca nasce quando veniamo bruscamente interrotti mentre facevamo qualcosa che ci dava piacere. La vergogna rossa è uguale: ci piace quel ragazzino, e proprio il piacere fa emergere la vergogna che ci fa avvampare alla sola idea di incontrarlo. È sempre una forma di interruzione improvvisa di qualcosa di potenzialmente piacevole. Oppure è l’ipotesi che l’incontro desiderato possa non andare come vorremmo.
La vergogna adolescenziale è più complessa, perché abbiamo molta più consapevolezza di cosa pensano le persone intorno a noi. A volte abbiamo ragione, a volte è solo fantasia. Ma se viviamo in un ambiente pettegolo, pieno di critiche facili, è molto probabile che la nostra vergogna sia fatta più di pensieri che di eventi. Non “incontro il ragazzino che mi piace”, ma “mi faccio vedere — cosa penseranno di me?”.
In adolescenza questo diventa un vero strumento di regolazione: ci insegna quali comportamenti sono accettabili nel nostro gruppo di riferimento.
Quando la vergogna tradisce i nostri valori
Qui la vergogna rivela qualcosa di profondo. Avevo una paziente, una bella donna, molto elegante, che veniva esclusa dal suo gruppo di colleghi. A un certo punto capì che la soluzione era vestirsi come loro, in modo più casual o arrivare a volte spettinata in ufficio. E funzionò: l’inserimento nel gruppo diventò più facile.
Ma — attenzione — lei continuava a vergognarsi. Vestirsi in modo informale andava contro il suo valore interiore. La sua eleganza, in un certo periodo della vita, era stata una difesa, una corazza. Lasciarla andava contro qualcosa di profondo.
Questo ci dice una cosa importante: possiamo provare vergogna per standard che crediamo condivisi dalla cultura in cui viviamo. Ma possiamo continuare a provarla anche quando adattarci a quegli standard è contrario ai nostri valori. La vergogna ci mette di fronte alla questione dei valori condivisi — e quando aderiamo a valori che non sono nostri, qualcosa dentro protesta.
Non è ansia
La vergogna è un’emozione molto corporea, e viene spesso confusa con l’ansia. Perché ha un aspetto predittivo: mi vergogno in previsione della conferenza che dovrò tenere. E questo aspetto anticipatorio sembra ansia.
Ma c’è una differenza fondamentale. L’ansia anticipatoria passa nel momento in cui ci troviamo nella situazione. Ricordo tantissimi esami all’università: un’ansia fotonica prima, poi mi sedevo davanti al professore e l’ansia spariva. Quella è ansia.
La vergogna no. Ce l’abbiamo prima della presentazione, durante, e anche dopo perfino dopo che ci hanno detto “brava, è stata meravigliosa”. Possiamo continuare a provare moltissima vergogna comunque.
Tre cose da sapere
La vergogna nasce dal desiderio di essere apprezzati — un istinto fondamentale per la sopravvivenza. Se siamo apprezzati, siamo inclusi; se non lo siamo, veniamo esclusi. E filogeneticamente l’esclusione significava meno risorse, a volte la morte. La vergogna nasce dal nostro desiderio di essere amati. Per questo è un’emozione innocente.
Lo sottolineo perché molto spesso vergogna e senso di colpa si mescolano: ci vergogniamo e contemporaneamente pensiamo di aver fatto la cosa peggiore del mondo. Ma sono due cose diverse.
E c’è una quota di vergogna che è funzionale. Chi non prova alcuna vergogna ha un disturbo narcisistico grave e non è una buona notizia. Il problema è la quota disfunzionale: quella che ci porta a non esporci, a ritirarci, a non valorizzare le nostre risorse.
La cura paradossale
La vergogna si cura con l’esposizione. Esattamente come curiamo le nostre parti esiliate — riprendendo il dialogo, smontando le convinzioni errate su di noi.
A volte faccio questo esercizio di immaginazione: penso a come si vergognano le persone che per me sono importanti. Perché sono certa che anche loro si vergognano. La vergogna è presente in tutti.
Per me le dirette sono state una forma di cura. Un modo per espormi. Perché nella diretta non puoi correggere: puoi cancellarla, ma nel momento in cui la fai, tutti ascoltano. Molte volte mi sono trovata a ricondividere dirette che, riguardandole, non mi erano piaciute: mi era scappata la parola di troppo o il discorso non aveva il filo logico che avrei voluto. Anche quella è stata una lunga cura: mostrarmi con i miei difetti.
Un’altra cura: fino a quarant’anni non mi sono truccata, perché volevo che le persone mi vedessero per come sono. Adesso mi trucco, ma credo che ormai sia abbastanza chiaro come sono fatta.
Sono nata e cresciuta in un paese dove è facile avere tutti gli occhi addosso, facile essere presi di mira. La mia vergogna mi ha limitata tantissimo. L’esposizione progressiva — non brutale, ma graduale — è ciò che lentamente la scioglie.
La pratica: l’esposizione gentile
Tempo: continuativo, nei prossimi giorni Cosa serve: un quaderno, coraggio dosato
Primo passo: nomina la tua vergogna. È bianca o rossa? Riguarda il sentirti sbagliata in profondità (bianca) o il timore del giudizio in situazioni specifiche (rossa)? Scrivi una situazione concreta in cui la vergogna ti ferma.
Secondo passo: cerca la convinzione. Sotto la vergogna c’è quasi sempre una convinzione: “Sono troppo”, “Non valgo”, “Se mi mostro mi rifiutano”. Qual è la tua? Da quando la porti?
Terzo passo: l’immaginazione che cura. Pensa a una persona che ammiri. Immagina che anche lei si vergogni di qualcosa. Perché è così — anche lei. La vergogna è universale. Non sei sola nel provarla.
Quarto passo: una micro-esposizione. Scegli un gesto piccolo, non terrorizzante, che vada nella direzione di ciò che la vergogna ti vieta. Non la conferenza davanti a mille persone — la telefonata che rimandi, il commento che non osi lasciare, il costume invece del prendisole. Uno solo. E poi osserva: come ti sei comportata davvero? Spesso scopriamo che è andata diversamente da come temevamo.
Non si tratta di vincere la vergogna. Si tratta di non lasciarle decidere chi possiamo essere.
A chi si vergogna di invecchiare dedico “Deperibile” di Jane Hirshfield, che ho riportato anche ne La gioia ribelle: l’idea della “data di scadenza” stampata sul corpo, e poi la strana felicità di chi, “nuovo di mani e bocca”, entra comunque nell’ora abitata da profumi che deperiscono.
Perché attorno alla vergogna ci sono tre personaggi: il rifiuto, il tradimento, l’esclusione. Sono loro a costruire le nostre storie di vergogna. Riconoscerli è già cominciare a disinnescarli.
con grazia, grinta e gratitudine
Nicoletta
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© Nicoletta Cinotti 2026 Reparenting ourselves
