
Quando voglio comprendere a fondo qualcosa, parto dai verbi: dalle azioni che la costituiscono, che ne disegnano il significato vivo. I verbi – proprio per la loro natura dinamica – non sono parole come tutte le altre.
Ieri ho condiviso un verbo con una persona. Era il verbo aspettare, uno dei verbi della parola amore.
Aspettiamo 9 mesi (e a volte anni) perché arrivi un bambino. Aspettiamo Natale. Aspettiamo che qualcuno arrivi e che qualcuno parta, che qualcuno guarisca e che qualcuno ritorni. Continuiamo ad amare anche quando abbiamo smesso di aspettare. Ecco perché aspettare definisce l’amore.
Coinvolgersi è un altro verbo dell’amore. Ci coinvolgiamo con la vita delle persone che amiamo, con le loro gioie e con il loro dolore. Ci coinvolgiamo perché li desideriamo, perché abbiamo fame e sete di loro.
Impegnarsi subentra quando passiamo dall’innamoramento all’amore. È scegliere di restare anche quando il coinvolgimento emotivo si ritira, quando la fame si placa.
Curare è il verbo quotidiano dell’amore. Lo facciamo con cose piccole – i compiti insieme, lavare, mettere ordine, dare attenzione. Ma curare ha anche un’altra faccia: quando siamo davvero coinvolti curiamo anche vecchie ferite rimaste distrattamente indietro.
Ascoltare è ascolto attivo, presente. È quando smettiamo di ascoltare – perché siamo convinti di conoscere l’altro così bene da sapere già cosa ci dirà – che abbiamo smesso di amare, almeno un po’.
Aprire: apro a quello di te che non capisco. Apro perché ogni giorno ricominciamo da capo, senza che la storia già scritta diventi più pesante del presente che stiamo vivendo.
Non metto dare in questa lista.
Tutti questi verbi contengono in sé una forma di dare, ma il problema è quando il dare diventa consapevole di sé, quando si guarda dare, quando tiene i conti. L’amore non è un conto emotivo.
Ho visto amori soffocati dal troppo dare – quel dare che controlla, che crea debito. E soprattutto: nell’amore, molto spesso, il dare sostituisce il ricevere. Diamo per non dover ricevere, perché ricevere ci mette in una posizione di vulnerabilità che non sappiamo tollerare.
Sono verbi che ci portano fuori da noi stessi, perché l’amore che non esce, che resta chiuso, non è amore: è possesso.
L’amore è una impronta di memoria, scriveva Emily Dickinson. Un’impronta fatta di gesti ripetuti, di verbi che tornano.
Pratica di mindfulness: La pratica informale
© Nicoletta Cinotti 2025
Gratitudine: il tuo compagno per l’anno nuovo
