
“Tutti gli indirizzi perduti” di Laura Imai Messina (Einaudi) è un romanzo che parla di ciò che apparentemente perdiamo ma che continua a vivere, dentro e fuori di noi. Come le case che abbiamo abitato, le persone che hanno condiviso tratti importanti del nostro cammino e poi sono svanite, o quelle piccole cose il cui valore abbiamo compreso solo dopo averle perse.
L’autrice riprende e approfondisce un tema che le è caro, già esplorato con successo in “Quel che affidiamo al vento”: il dialogo che persiste oltre la distanza e la perdita. Questa volta, il cuore della narrazione pulsa in un suggestivo ufficio postale alla deriva, situato in una remota isola dell’arcipelago giapponese, dove giungono lettere mai consegnate.
Il romanzo si sviluppa attraverso la storia di Risa, una giovane accademica incaricata di catalogare queste lettere, ma sono proprio quest’ultime – presentate in corsivo – a costituire l’anima più vibrante del libro. Se il personaggio di Risa può apparire talvolta distante, quasi etereo, le lettere che cataloga con meticolosa precisione (per ragioni che il lettore scoprirà) sono incredibilmente tangibili e umane.
La potenza evocativa di queste lettere è tale che mi ha ispirato a creare un quaderno personale di “lettere mai dette” per mio figlio. Chi sa se un giorno, come le lettere del romanzo, troveranno la loro strada verso il destinatario?
Il libro ci ricorda che niente è davvero perduto finché continua a vivere nella memoria e nel cuore – sia di chi scrive, sia di chi legge.
© Nicoletta Cinotti 2025 Addomesticare pensieri selvatici
Laura Imai Messina, Tutti gli indirizzi perduti, Einaudi Ed.
