
Riascoltando Leonard Cohen in questi giorni, una frase risuona con una forza particolare: “C’è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce”. Una saggezza antica, che ritroviamo anche in un poema di Rumi, e che ci parla della nostra vulnerabilità con una dolcezza disarmante.
Spesso lottiamo contro le nostre fragilità, cerchiamo di nasconderle o superarle. Eppure, proprio come un torrente che canta più forte quando incontra gli ostacoli, sono queste “crepe” a dar voce alla nostra vera natura. Sono i momenti di vulnerabilità che ci spingono a cambiare direzione, a crescere, a trasformarci.
Ma come reagiamo quando ci sentiamo vulnerabili? Alcuni di noi corrono ai ripari, spinti da un perfezionismo mai sazio. Altri si isolano. E quanti di noi rispondono con rabbia alla vulnerabilità delle persone che amiamo – non per mancanza d’amore, ma per paura?
Non possiamo scegliere quali emozioni provare: se cerchiamo di anestetizzare il dolore, la vergogna o la delusione, finiamo per offuscare anche la gioia, la gratitudine, la felicità. È un pacchetto completo: la nostra umanità ha tutte le sue crepe.
La sfida vera non è eliminare queste fratture, ma illuminarle con la luce della compassione – verso gli altri e soprattutto verso noi stessi. Perché spesso le persone più difficili da perdonare non sono gli altri: siamo noi. È per questo che ci offuschiamo: per non vedere errori che faremmo fatica a perdonarci. Eppure, quando li guardiamo, ci diamo la libertà più grande: imparare.
Forse è proprio questo che vuole dirmi la canzone di Cohen: è grazie alle crepe che possiamo perdonarci. Quella luce, che filtra, porta speranza a quello che abbiamo offuscato.
Il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso. Erich Fromm
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