
Ci sono due libri che mi hanno appassionato in questo periodo (uno di questi sarà la prossima recensione). Il primo in ordine di passione è il best seller americano, “La generazione ansiosa” di Jonathan Haidt, psicologo sociale che insegna alla Stern School of Business di New York, noto per le sue analisi penetranti sulla psicologia morale e sociale contemporanea.
È un libro semplice ma non facile da digerire già nel sottotitolo, “Come i social hanno rovinato i nostri figli”. La forza dell’analisi di Haidt risiede nella sua metodologia rigorosa: porta una mole impressionante di dati correlazionali (ossia dati in cui si mettono a confronto delle tendenze contemporanee che sono alla base delle ipotesi causa-effetto) che mostrano come l’aumento dei disturbi depressivi, di ansia e dei più gravi disturbi borderline di personalità correli con la diffusione degli smartphone e l’utilizzo non controllato dei social nella generazione Z, ossia la generazione nata tra la fine degli anni ’90 e i primi dieci anni duemila.
Questa è la prima generazione che è stata esposta ai social media in maniera massiva, creando quello che Haidt definisce un “esperimento sociale involontario” su scala globale. La particolarità di questa generazione non è solo l’esposizione ai social, ma il fatto che questa sia avvenuta in un’età cruciale per lo sviluppo dell’identità e delle capacità sociali, rendendo difficilmente reversibili certi pattern comportamentali una volta che si è strutturata la dipendenza.
I social network, come brillantemente analizza Haidt, si basano su due bias cognitivi fondamentali:
Il bias di conformità: il desiderio profondo di essere come gli altri per sentirsi accettato e accettabile, amplificato dall’esposizione costante a confronti sociali
Il bias di prestigio: la tendenza a seguire e imitare chi viene percepito come prestigioso o influente
Questi meccanismi hanno portato gli influencer a diventare modelli di sviluppo surrogativi in un contesto di progressiva rarefazione dei modelli e mentori nella vita reale. Il risultato? Una drammatica riduzione della disponibilità a impegnarsi nella vita quotidiana, con conseguenze sulla salute mentale, le relazioni interpersonali e lo sviluppo di competenze fondamentali.
Haidt non si limita alla diagnosi ma propone due rimedi fondamentali, tanto semplici quanto rivoluzionari nel contesto attuale:
1.Tornare a far giocare i bambini all’aperto e in gruppo, promuovendo quelle esperienze di socializzazione non mediata che sono cruciali per lo sviluppo emotivo e sociale
2.Smettere il paradosso dell’iper-protezione nella vita reale mentre si lasciano incustoditi nella rete, dove i pericoli sono spesso più insidiosi e, ironicamente, più accessibili ai nativi digitali che agli adulti
Il libro di Haidt non è solo un’analisi sociologica, ma un campanello d’allarme e insieme una chiamata all’azione per genitori, educatori e società nel suo complesso. La sfida che ci pone è quella di ripensare radicalmente il rapporto tra tecnologia e sviluppo umano, prima che gli effetti negativi diventino irreversibili per un’intera generazione.
Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, Rizzoli editore
© Nicoletta Cinotti 2024 Addomesticare pensieri selvatici
