
Accosta all’orecchio il vuoto fecondo della mano, vuoto con vuoto. Chandra Livia Candiani
I primi giorni in studio sono stati una poetica del vuoto: io sono in studio ma le persone sono ancora online. Usciamo molto piano dalla nostra quarantena, insicuri su dove poggiare i nostri piedi. Incerti sul nostro andare e divisi tra la voglia di uscire e il desiderio di proteggersi.
Improvvisamente gli spazi che prima mi sembravano sempre troppo affollati, con le norme di distanziamento tra le persone, ritornano ad essere in dialogo con il vuoto. Lo spazio non è più qualcosa da riempire ma qualcosa in cui calcolare distanza e vicinanza. Improvvisamente il vuoto torna ad essere una protezione, dove prima il pieno era una sicurezza. Così silenzio e vuoto hanno ripreso spazio nella nostra vita quotidiana. La sensazione che suscitano questi due elementi in contrapposizione ai loro opposti è un misto di stupore e trepidazione. Come se tutto apparisse diverso, come se i contorni delle cose fossero radicalmente mutati. E forse è proprio così. Ieri guardavo in televisione gli interni delle chiese preparate per la ripresa delle celebrazioni: dove prima la chiesa piena era segno di successo pastorale ora ognuno seduto sulla propria sedia ha, attorno a sè, la scelta responsabile della partecipazione.
Non siamo più mischiati, ci stagliamo come il Duomo di Milano nella piazza antistante, come San Pietro, come tutte le piazze vuote delle nostre città e ritorniamo, con il vuoto e la distanza, consapevoli della nostra minuscola dimensione. Siamo più piccoli, meno potenti perché questo è il grande cesello del vuoto: ci dà la misura delle cose. Anche nelle relazioni è così. In questa quarantena abbiamo sentito la mancanza legata alla distanza ma abbiamo anche capito che c’è una distanza che è provvidenziale libertà. Costretti ad essere forzatamente autonomi alla fine abbiamo intravisto che l’indipendenza è possibile e che l’altalena dell’approvazione e disapprovazione non è più indispensabile. Il vuoto ci rende responsabili della nostra vita. Certo l’impulso a rassicurarci dicendo che tutto tornerà come prima è forte ma questa lezione sul vuoto, l’assenza, la mancanza è davvero difficile da dimenticare.
Di nuovo il respiro è stato maestro. È nelle pause che si realizza la vitalità della respirazione: nella pausa del pieno – alla fine dell’inspirazione – e nella pausa del vuoto – alla fine dell’espirazione. Quest’ultima pausa è spesso brevissima, quasi virtuale. Oggi che abbiamo imparato che esiste, restituiamole la sua dimensione. Ha il respiro dell’eternità.
Vuoto e silenzio lasciano, senza clamore, che emerga il senso della nostra vita, il senso delle nostre scelte.
Ripiega i pensieri fino a riceverle in pieno petto risonante le parole in boccio. Chandra Livia Candiani
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