
Il verbo degli uccelli
Cosa è successo quando vi ho chiesto la poesia che sta sotto la vostra lotta
Sabato mattina ero a Vignola, al Poesia Festival. Ho iniziato con un intervento che, a rigore, non ho scritto io.
L’avete scritto voi.
Qualche settimana fa vi ho fatto una richiesta. Non vi ho chiesto la vostra poesia preferita. Non vi ho chiesto la poesia più bella che conoscete. Vi ho chiesto: qual è la poesia che sta *sotto* la vostra lotta?
Sotto. È la parola importante.
Lavoro da quarant’anni con le parole e con il corpo, e in questi quarant’anni ho imparato una cosa: la lotta con la vita non è quasi mai la cosa vera. È la superficie. Sotto c’è quasi sempre qualcosa che non ha ancora trovato parole — un desiderio non ammesso, una perdita non pianta, un bisogno che ci vergogniamo di avere. E finché quella cosa resta senza parole, preme. E noi la scambiamo per la vita che ci ostacola. Combattiamo con le circostanze perché è più semplice che sentire quello che c’è sotto.
La poesia fa una cosa che nessun ragionamento riesce a fare: dà parole a quel qualcosa senza chiedergli di diventare un problema da risolvere. Non ti spiega la tua lotta. Te la fa riconoscere. E il riconoscimento è già l’inizio del lasciar andare.
Per questo l’istruzione era precisa: non cercate la poesia giusta. Cercate quella che vi ferma. E si riconosce non con la testa ma col corpo — un’esitazione, un calore, gli occhi che si riempiono senza un motivo apparente, un piccolo movimento di apertura al centro del petto che arriva prima di ogni commento.
Poi ho aspettato. E adesso vi racconto cosa è arrivato, perché è successa una cosa che non mi aspettavo.
Il coro
La prima sorpresa è quello che *non* è arrivato. Nessun Neruda da cioccolatino. Nessuna poesia famosa, di quelle che stanno bene su tutto come un vestito nero. Non avete mandato la poesia più bella che conoscevate: avete mandato la *vostra*. E la vostra era ogni volta diversa, ogni volta precisa, ogni volta un po’ inaspettata.
La seconda sorpresa: sotto le lotte più pesanti, qualcuno ha mandato leggerezza. Una lettrice — che si era “già molto trattenuta” a mandarne solo due — ha spedito la poesia dell’ombrello automatico di Cristina Bellemo: il ticchettio della pioggia che comincia, e poi un *tric*. Non piove più. Chi ha detto che sotto la lotta ci debba essere per forza il dramma? A volte sotto la lotta c’è il bisogno di tornare leggeri.
È arrivata Antonia Pozzi, con il suo desiderio di cose leggere dentro un cuore che pesa come una pietra dentro una barca. Sono arrivate due righe di Mariangela Gualtieri sulla meraviglia dello stare bene, quando le formiche mentali smettono di partorire altre formiche. È arrivato uno stambecco bianco che veglia dall’alto di una guglia. È arrivata una poesia sul tempo che serve per amare.
Ed è arrivata perfino una cosa che poesia non è: una pagina di prosa di Alessandro Leogrande sulla frontiera, sulle voci di chi ha attraversato il mare. E ho capito che chi l’ha mandata aveva ragione: la poesia non sta nel genere. Sta nello sguardo. Quando una pagina ti ferma, quando ti obbliga a rileggerla ad alta voce, quella pagina sta facendo il lavoro della poesia — qualunque cosa ci sia scritto sulla copertina.
Certe mattine
Al risveglio
C’è una bambina pugile
Nello specchio,
I segni della lotta
Sotto gli occhi
E agli angoli della bocca,
La ferocia della ferita
Nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
Con la notte,
Un peso piuma
E un trasparente gigante
Un macigno scagliato
Verso l’alto
E un filo d’erba impassibile
Che lo aspetta
A pugni alzati:
Come sono soli gli adulti.
Chandra Livia Candiani “la bambina pugile, ovvero la precisione
dell’amore”. (Einaudi editore).
Le poesie orfane
E poi sono arrivate loro: le poesie con l’attribuzione sbagliata. Ne circolano tante in rete. Io le chiamo poesie orfane, e le amo.
Perché guardate cosa gli è successo davvero: qualcuno le ha scritte — una persona vera, una sera vera, da qualche parte. E poi migliaia di persone hanno deciso, una per una, che valeva la pena passarle avanti. Di bacheca in bacheca, di frigorifero in frigorifero. E passando di mano il testo è cambiato: versi caduti, strofe aggiunte, traduzioni di traduzioni. Nessuno sa più quale sia l’originale.
È esattamente quello che facevamo attorno al fuoco, prima della scrittura. Le storie passavano di voce in voce, ogni voce le limava un poco, e dopo tre generazioni la storia era di tutti e di nessuno. Il nome di Benedetti, sotto il “Non ti arrendere” che qualcuno mi ha mandato, gliel’abbiamo messo noi: una poesia così amata ci sembrava dovesse avere un padre illustre. La verità è più bella. È una poesia del fuoco. La gente non si passava un autore: si passava una medicina.
Singolare plurale
Adesso fermiamoci su quello che è successo davvero.
Ogni persona ha cercato da sola. Per una lotta che è solo sua: quella notte, quel lutto, quel cuore che pesa, quella stanchezza. Nessuno si è messo d’accordo. Nessuno sapeva cosa avrebbero mandato gli altri.
Eppure, quando ho messo questi testi uno accanto all’altro, ho visto che si rispondevano. La bambina pugile di Candiani, che lotta tutta la notte con la notte, e il “non ti arrendere” anonimo, che parla a chi sta attraversando esattamente quella notte lì. Il cuore-pietra della Pozzi e le capre leggere della Gualtieri: la stessa persona, in due momenti diversi della stessa giornata. Testi che non si conoscono, scritti a decenni di distanza, scelti da sconosciuti — e si parlano.
È quello che chiamo *singolare plurale*. La ferita è sempre singolare: nessuno può piangere il tuo lutto al posto tuo. Ma il gesto di cercare parole per quella ferita — quello è plurale. È il gesto più antico e più condiviso che abbiamo. E nel momento in cui trovi la *tua* poesia, scopri che qualcun altro, prima di te, ha sentito qualcosa di così simile da riuscire a scriverlo. Non sei più solo nello stesso identico punto in cui eri più solo.
Avete presente uno stormo? Ogni uccello vola da solo. Nessuno dirige, nessuno ha lo spartito. Eppure, da terra, noi vediamo una forma sola che si piega, si apre, respira. Ognuno vola da solo. La forma la fa lo stormo.
Il titolo dell’intervento veniva da qui: *Il verbo degli uccelli* è un poema persiano di ottocento anni fa, il *Manṭiq al-ṭayr* di ʿAṭṭār. Tutti gli uccelli del mondo partono alla ricerca del loro re, il Simurg, oltre sette valli. In migliaia partono; in trenta arrivano. E davanti alla dimora del re trovano — uno specchio. Perché in persiano *sī murgh* significa, alla lettera, “trenta uccelli”. Il re che cercavano erano loro. Non ognuno per conto suo: loro, insieme. Il Simurg non esisteva prima del viaggio: è la forma che hanno preso attraversando le valli uno accanto all’altro.
Voi avete fatto lo stesso viaggio, senza saperlo. Siete partiti ognuno da solo, cercando parole per la vostra lotta. E trovandole vi siete trovati dentro uno stormo.
A Vignola lo stormo si è alzato in volo ancora una volta: alla fine, in una pratica insieme al pubblico, ho chiesto a ognuno di lasciar salire una parola sola — non la storia della lotta, una parola — e poi di sussurrarla tutti nello stesso istante. Si è alzato un suono solo, che non aveva scritto nessuno. L’abbiamo chiamata la poesia orfana di Vignola.
E adesso la domanda torna a voi, a te
Se non me l’avete ancora mandata: qual è la poesia che sta sotto la vostra lotta?
Non rispondete adesso. Non cercatela con la testa — tanto, ormai lo sapete, non è lei che la trova. Tenetevi la domanda addosso, come un sassolino in tasca. E se vi va, questa settimana provate a stare qualche minuto in silenzio con la pratica qui sotto: a volte, nel silenzio, qualche parola comincia a salire da sola.
Perché — ve lo dico da cercatrice — le parole giuste non si trovano quasi mai cercandole. Si trovano facendo abbastanza silenzio da lasciarle arrivare.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
