
Abbattere il cancello
Voci vere, vero cambiamento: cosa ci lascia la giornata della salute mentale
Ieri, sabato 10 ottobre, è stata la Giornata mondiale della salute mentale. È giovane, esiste solo dal 1992, e già questo dice molto: la salute mentale è da sempre la parente povera della salute. Ogni anno la giornata ha un tema, e quello di quest’anno è “Ascoltare le esperienze vissute: voci vere, vero cambiamento”. Chiede che le persone che hanno attraversato il disagio psichico non si limitino a raccontarlo, ma abbiano un ruolo concreto nel dare forma alle pratiche e alle politiche di cura.
C’è una donna che di questo tema è l’incarnazione: Marsha Linehan. A diciassette anni era una delle pazienti più gravi dell’istituto in cui era ricoverata, dove aveva compiuto numerosi gesti autolesionistici. Da quell’esperienza ha creato la DBT, oggi il trattamento di riferimento per il disturbo borderline. Ne fa parte anche lo stigma familiare e sociale che racconta in Una vita degna di essere vissuta. Per decenni ha costruito una brillante carriera internazionale senza dire nulla. Poi, nel 2011, ha scelto di raccontarsi pubblicamente, quando una paziente le ha chiesto: “Lei è una di noi?”. La sua voce vissuta ha prodotto un cambiamento reale: real voices, real change, alla lettera.
Che cosa ci insegna Marsha Linehan
Il suo lavoro ci insegna una cosa semplice, che in qualche modo è sotto gli occhi di tutti. Quando una persona si ammala, tutta la famiglia viene investita dall’onda della tempesta, e tutta la famiglia ha bisogno di sostegno, familiare e sociale. Niente di scontato. Marsha, come racconta lei stessa, è stata stigmatizzata proprio dalla madre. Sembrava amarla finché era una bambina perfetta, e provava disgusto per il suo disagio. Un disagio che, non a caso, peggiorava proprio in sua presenza.
Per questo la DBT non si ferma alla relazione tra paziente e terapeuta. È un approccio integrato: un team di curanti collabora, si confronta e lavora insieme al paziente per rispondere davvero ai suoi bisogni. Nel solco delle sue abilità è nato anche il sostegno ai familiari, che vivono lo stress della malattia e a volte, senza volerlo, contribuiscono allo scatenarsi delle crisi. Il programma più diffuso si chiama Family Connections. Lo hanno ideato Alan Fruzzetti e Perry Hoffman sulle abilità della DBT, e oggi è presente in tutto il mondo, anche a Genova. Trovate i riferimenti in fondo.
Sei una di noi?
Nessuno mi ha mai fatto esplicitamente questa domanda anche se credo che, attraverso quello che scrivo nei post e nei libri, la risposta sia già arrivata. Sì, sono una di voi. Sono stata un’adolescente molto sofferente e, nel tempo, sono cambiata. Non è stato un percorso immediato. Ho iniziato la mia prima terapia a vent’anni e non tutte le persone che mi hanno curato erano brave. Una, in particolare, vista retrospettivamente, era abbastanza discutibile. Ciononostante sono stata meglio e anche lei, da cui mi sono sfilata dopo tre anni, mi ha dato qualcosa. Il processo interiore avviato non si è più fermato. Sono stata in terapia tutta la vita e per 17 anni con Gabriella Buti Zaccagnini che, per me è stata una madre. Forse la madre che avrei voluto avere e che non poteva essere la mia, una donna orfana e gravemente traumatizzata da vicende del passato. Per un po’ le ho messe in competizione dentro di me poi ho capito che non c’era gara, che erano, e dovevano rimanere, due categorie molto diverse. Gabriella mi ha accompagnato a migliorare i rapporti con la mia famiglia d’origine e oggi posso dire che mi ha ri-accompagnato ad amare mia madre perché mi ha aiutato a essere davvero genitore di me stessa. Dopo la sua morte la vera cura è stata la mindfulness ed è proprio per questa profonda esperienza personale trasformatrice che le sono molto grata. Il lavoro però non finisce mai, almeno per me. Fare questo lavoro significa espersi, volontariamente, a una qualità e quantità di dolore quotidiano molto grande ed è per questo che non rinuncio alla mia pratica e nemmeno alla mia terapia.
La cura tra pari
L’idea che il disagio non sia solo un problema personale, ma anche sociale, la ritroviamo in molte culture. L’antropologo Byron Good, che da trent’anni studia la malattia mentale in Indonesia, ci ricorda che la sofferenza prende la forma che la cultura le offre. La cultura condiziona il modo in cui il disagio nasce, il modo in cui lo viviamo e la strada che prende. E la cura funziona meglio quando passa anche dalla comunità. A Giava, Good ha lavorato proprio a costruire servizi di salute mentale radicati nei villaggi e nei legami. In Tibet il lung, un vento interiore che si agita, si cura con i rimedi della medicina tibetana ma anche con pratiche spirituali e con la vita condivisa. Noi occidentali, invece, abbiamo spesso preso un’esperienza umana complessa e l’abbiamo chiusa dentro una diagnosi individuale.
Nel mio piccolo, lo vedo ogni volta nei protocolli mindfulness. Per molte persone la condivisione nelle diadi e nel cerchio allargato è un vero balsamo, perché rompe la sensazione di essere le sole o i soli al mondo a provare certe cose. Le voci reali di chi attraversa la stessa difficoltà sciolgono l’isolamento che le nostre difese costruiscono. Sciolgono anche la solitudine che lo stigma impone al disagio emotivo.
La cura, quindi, passa da due relazioni. C’è quella verticale, tra paziente e curanti, e quella orizzontale, fatta di scambio tra pari.
Il malinteso: salute non è funzionare, è sapersi rialzare
Abbiamo trasformato la salute mentale in una prestazione: essere equilibrate, gestire tutto, non crollare mai, “lavorarci su”. Così chi attraversa un periodo difficile si sente malata due volte: una per il dolore e una per il fallimento di provarlo. La vergogna è il secondo lavoro, quello non pagato, di chi soffre.
Eppure, sul piano fisico come su quello emotivo, la salute non è assenza di malattia o di disagio. È il modo in cui ci riprendiamo dall’inevitabile caduta che prima o poi arriverà.
Salute, allora, è prevenzione, possibile anche per la mente. È anche la capacità di distinguere due momenti. A volte possiamo farcela da sole, perché abbiamo un buon genitore interiore a cui tornare. Altre volte è il momento di chiedere aiuto. E chiedere aiuto non significa sempre psicoterapia individuale: può essere un protocollo mindfulness, un ritiro di meditazione, un percorso di crescita personale. La psicoterapia è una cura. Dire che tutti dovrebbero andare in psicoterapia è come dire che tutti dovrebbero curarsi una carie, visto che prima o poi i denti si cariano. Quello che tutti dobbiamo fare, piuttosto, è l’igiene orale: la prevenzione. Per il corpo lo diamo per scontato, con mammografie, esami del sangue e controlli periodici. Possiamo avere lo stesso sguardo per la mente.
I segnali minimi
Ma allora, da cosa si riconosce la salute mentale? Dai segnali minimi, quelli che nessuno celebra.
Il primo è accorgersi di come si sta: sembra niente ed è già metà del lavoro. Vuol dire coltivare chiarezza percettiva, cioè riconoscere e nominare le emozioni e distinguerle dai pensieri e dalle sensazioni fisiche. Sono i due vortici in cui le emozioni finiscono spesso per essere risucchiate e confuse. Poi c’è chiedere aiuto prima di essere allo stremo, non come ultima spiaggia. E lasciare che un’emozione passi invece di sfrattarla: per lasciarla passare bisogna validarla, senza agire d’impulso. Infine il segnale che per me li riassume tutti: sapersi consolare senza compatirsi.
Ne abbiamo parlato nelle scorse settimane: compatirsi chiude la porta (“poverina”) e lì finisce tutto. Consolarsi la apre e resta: “è dura, sono qui”. È la differenza tra una madre che minimizza e una madre che si siede accanto. E quella madre possiamo diventarla noi, per noi.
Quanto alla prevenzione, oggi abbiamo ampia scelta. I protocolli mindfulness sono ottimi strumenti: l’MBSR per lo stress, l’MBCT per la depressione, la self-compassion per capire quando abbiamo bisogno di motivarci e quando di consolarci. Possono esserlo anche i ritiri, dalla vipassana theravada a quelli dedicati a temi specifici. E poi c’è la prevenzione gratuita, quella che offro con costanza da tredici anni con il blog e il canale YouTube. Ci sono la pratica del lunedì, in diretta o in differita, e due post a settimana con un audio di meditazione dedicato. Gratuita non vuol dire svalutata: ti chiede più autonomia, ma porta risultati veri.
La ribellione contro l’indifferenza
C’è una storia che forse conoscete in versione zuccherosa. L’originale non lo è. L’ha scritta l’antropologo Loren Eiseley. Dopo le tempeste, su certe spiagge, la gente raccoglieva le stelle marine arenate per bollirle e venderle. Durante una delle sue passeggiate Eiseley notò un uomo che faceva il gesto opposto: raccoglieva le stelle ancora vive e le ributtava in mare. Lo guardò con scetticismo, quello che nasce quando pensiamo che tanto è tutto inutile. Poi tornò, e cominciò anche lui a lanciarle. Io quel gesto lo traduco così: salvo quello che è salvabile, curo quello che è curabile.
Non è ottimismo ingenuo. È la ribellione contro l’indifferenza. C’è quella che a volte abbiamo verso il dolore degli altri, e quella, ancora più silenziosa, che abbiamo verso il nostro. Il dolore merita sempre di essere curato.
E sabato a Genova, che si definisce città che cura, in Galleria Mazzini si è tenuto il pranzo di Marco Cavallo. Marco era il cavallo che nell’ospedale psichiatrico di Trieste trainava il carretto della biancheria. Quando divenne troppo vecchio per lavorare, i ricoverati si mobilitarono perché non fosse abbattuto, e in suo onore costruirono una grande statua azzurra. Era il 1973, cinque anni prima della legge Basaglia. Per far uscire la statua il cancello dovette essere abbattuto davvero: non passava. Ecco, io credo che quel gesto, abbattere il cancello, sia quello di cui abbiamo bisogno tutti, ogni giorno, con lo stigma. Il nostro e quello degli altri.
L’esercizio della settimana · Il censimento della caduta
Prendi carta e penna e torna con la memoria all’ultima volta che sei caduta. Una tempesta piccola o grande, non importa. Non riscrivere cosa è successo: scrivi come ti sei trattata. Le frasi che ti sei detta, il tempo che ti sei concessa, chi hai lasciato avvicinare. Poi rileggi e chiediti una cosa sola: tratterei così una persona che amo? Se la risposta è no, non serve giudicarsi. Serve solo saperlo, perché è da lì che si comincia. E se in quello che emerge trovi qualcosa di troppo pesante da tenere da sola, chiedere aiuto non è il fallimento dell’esercizio: è l’esercizio riuscito.
Per portare tutto questo nel corpo, la pratica di lunedì è il gesto più semplice e più antico che abbiamo: una mano che arriva dove serve.
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Per approfondire
Marsha Linehan, Una vita degna di essere vissuta (Raffaello Cortina)
Valerie Porr, Superare il disturbo borderline di personalità: la guida per i familiari
Loren Eiseley, The Star Thrower: il saggio da cui viene la storia della stella marina
Family Connections è un programma gratuito in 12 incontri coordinati dall’ associazione Nea Bpd Italia . A Genova si svolge in 3 servizi pubblici csm Quarto Voltri e Bolzaneto .
Per iscrizioni rivolgersi al servizio csm oppure scrivere a fcnordovest@borderline-italia.
Barbara Corbin , Rossana Veronesi e altri volontari rispondono indirizzando le famiglie al corso.
Se conosci una famiglia che sta accanto a qualcuno che soffre, mandale questo post. A volte il vero cambiamento comincia con un link girato alla persona giusta.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026 Se vuoi fare prevenzione scarica ” L’amore non è una pagella”
