
Ieri ho iniziato la diretta al contrario. Di solito la poesia arriva alla fine, come una chiave che chiude il discorso. Ieri invece l’ho messa all’inizio, perché volevo che fosse lei ad aprire la porta: Conversazione con la pietra di Wisława Szymborska.
Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.
– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
– Sono di pietra – dice la pietra
– E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.
Ho pensato a quella pietra perché racconta bene una frustrazione che conosciamo tutti: provare ad ascoltare e trovare l’altro chiuso. Bussare, chiedere di entrare, e sentirsi rispondere che non c’è spazio. Solo che quasi sempre immaginiamo quella pietra fuori di noi. Il figlio che non parla, il compagno distratto, il collega che non sente ragioni, l’amica che va avanti per la sua strada.
Pensiamo all’ascolto come a qualcosa che riguarda gli altri. Ascolto mio figlio, ascolto il mio compagno, ascolto le persone che lavorano con me. Raramente pensiamo che la pietra possiamo essere noi. Eppure l’ascolto, prima ancora di essere una cosa che facciamo per gli altri, è un sentire. In italiano questa parola ha due anime: sentire un suono e sentire qualcosa dentro. La prima dimora dell’ascolto è lì, in noi. E non è uno spazio che toglie energia all’ascolto degli altri. È lo spazio che ci serve per avere davvero qualcosa da dire.
Un terzo soltanto
Quando chiedo alle persone se si ascoltano, la risposta più frequente è: “Certo, penso tantissimo. Sono una persona razionale“. Come se ascoltarsi volesse dire pensare. Ma i pensieri sono solo un terzo di quello che potremmo ascoltare, e non sempre hanno ragione. Gli altri due terzi sono le sensazioni del corpo e le emozioni.
Ascoltarsi, quindi, non significa restare intrappolati nel rimuginio. Significa sentire il corpo, riconoscere le emozioni, notare i pensieri, e lasciare che queste tre voci si parlino.
Ed ecco la sorpresa che incontro spesso, nelle persone e anche in me: una di queste voci è muta. Chiusa come la pietra. “Non sento il corpo, o lo sento pochissimo.” “So cosa penso, so dare un significato alle cose, ma se dovessi dire cosa provo non saprei come chiamarlo.” Non è un difetto. È una mancanza di abitudine: all’ascolto, e a quella chiarezza percettiva che è la base per regolare le nostre emozioni. Non possiamo prenderci cura di qualcosa che non riusciamo a sentire.
Il silenzio che desideriamo e temiamo
C’è un motivo per cui i pensieri si fanno sentire così tanto. Sono rumorosi, e si sentono in qualunque situazione: in coda al supermercato, in riunione, mentre guidiamo. Il corpo e le emozioni invece parlano a voce più bassa. Per sentirli serve silenzio.
Qui molti di noi dicono: magnifico, non vedo l’ora di stare un po’ in silenzio. Ed è vero, il silenzio lo sogniamo, ci cura, ce lo gustiamo. Ma il silenzio ci fa anche paura. Perché in silenzio potrebbe arrivare qualcosa che non vogliamo sentire.
Così lo evitiamo, quasi senza accorgercene. A volte con le fantasie: cosa potremmo fare, cosa vorremmo, cosa non sapremmo fare. A volte con un riempitivo qualunque: un giro sui social, una vetrina, il telefono preso in mano senza un motivo. Qualsiasi cosa che porti l’attenzione fuori, lontano da dentro.
L’altro grande ostacolo è l’attenzione divisa. Ascoltare non è automatico: richiede intenzione. Ascoltiamo nella misura in cui siamo presenti. Se mi ascolto mentre lavoro al computer, mi ascolto a metà. Se sono travolta da un’emozione troppo intensa o da un pensiero che occupa tutto lo spazio, mi ascolto a metà. Ed essere presenti a metà vuol dire perdersi metà delle informazioni, che si tratti di un’altra persona o di noi.
“Mi ascolti?”
Mi è capitato tante volte di chiedere a mio marito: “Mi ascolti?”. Lui era lì, in silenzio, ma io sentivo che la sua attenzione era altrove. Cos’è che ci fa dire “a cosa pensi?” a qualcuno che sta zitto?
Il fatto che l’ascolto non è fatto solo di cose percepibili. C’è qualcosa di intangibile e allo stesso tempo riconoscibile: l’attenzione condivisa. Ci accorgiamo quando manca. Tutti abbiamo in mente relazioni in cui non ci siamo mai sentiti davvero ascoltati, anche quando l’altro non diceva una parola.
E vale anche dentro di noi. L’ascolto di sé richiede la stessa reciprocità, la stessa attenzione condivisa tra la parte che sente e la parte che ascolta.
La fretta della soluzione
Ieri mattina mi sono svegliata con il mal di gola. Prima ancora di sentirlo, stavo già decidendo quali gocce comprare. Forse in quel mal di gola non c’era niente da ascoltare, va bene. Ma mi sono accorta di quanto velocemente sono andata verso la soluzione. E questa fretta è uno degli ostacoli più sottili all’ascolto.
Pensate a un’amica che vi racconta un dolore, una difficoltà. Quante volte la interrompiamo per offrirle la soluzione? E se ci chiediamo cosa ci ha disturbato in quel racconto, nove volte su dieci la risposta è questa: è difficile ascoltare il disagio senza fare qualcosa per farlo sparire.
Peccato che la nostra amica si sentirebbe molto più ascoltata se le offrissimo solo la nostra attenzione piena, senza interromperla. Anche se la soluzione fosse perfetta. Perché abbiamo un bisogno essenziale: essere ascoltati senza che qualcuno trovi la soluzione al posto nostro. A meno che non chiediamo aiuto esplicitamente, la soluzione vogliamo trovarla noi. E spesso siamo gli unici in grado di trovarla. Ciò che è prezioso è sentire che l’altro ha fatto spazio dentro di sé per ospitare le nostre parole.
In diretta vi ho chiesto come vi sentite quando qualcuno vi offre una soluzione che non avete chiesto. Le risposte sono arrivate subito. Inadeguate. Infastidite. Giudicate, perché spesso il consiglio arriva impastato di giudizio. E poi la sensazione che l’altro voglia chiudere in fretta la conversazione. È anche la mia: quando qualcuno mi dà subito la soluzione, sento che la comunicazione si sta chiudendo. Una di voi ha scritto che vorrebbe che l’altro restasse con lei. Ecco, è questo.
La voce che ci vuole diversi
Adesso portiamolo dentro. Proviamo un dolore, una rabbia, una stanchezza. Sorge una voce interiore. Con che tono ci parla?
Se ci dice “capisco, è difficile, hai diritto di sentire quello che senti”, fa quello che fa un buon ascoltatore quando ci guarda negli occhi. E il dolore, spesso, si ammorbidisce. Non perché sia stato risolto, ma perché è stato validato.
Se invece ci dice, apertamente o tra le righe, che dovremmo sentire altro, che dovremmo essere capaci di stare diversamente, allora nasce un conflitto. Una parte di noi sente qualcosa, un’altra parte le dice che è sbagliato. È per questo che certe voci interiori non riescono a consolarci. Una voce sempre critica è come avere accanto qualcuno che non è mai dalla nostra parte. Come potremmo sentirci ascoltati?
Validare non vuol dire autorizzare qualunque impulso. Vuol dire riconoscersi il diritto di sentire quello che si sente. È la base dell’accettazione nella mindfulness, che non significa subire, ma tollerare quanto basta per esplorare e far nascere una risposta. Da lì, solo da lì, arrivano le soluzioni che ci appartengono. A volte anche quella di chiedere aiuto.
Un ascolto ribelle
Per questo parlo di ascolto ribelle. Ribelle verso il rumore che copre le voci più basse. Verso la fretta di risolvere. Verso quella voce che ci vuole già diversi da come siamo.
Lunedì mattina alle 8 porteremo questo ascolto nel corpo, nella pratica gratuita su Zoom: mezz’ora per provare a bussare alla nostra pietra, con gentilezza. In settimana, su Substack, scenderemo più in profondità in tre tappe. Cosa vuol dire davvero ascoltarsi, perché scappiamo nelle soluzioni, e come si coltiva una voce interiore che sappia stare dalla nostra parte.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
