
C’è un rumore sottile che ci accompagna ogni giorno. Non viene dall’esterno, ma da dentro – dal continuo rimuginare su ciò che non riusciamo a lasciar andare. Come castori instancabili, costruiamo dighe mentali per trattenere ciò che vorremmo diverso e per proteggere ciò che temiamo di perdere.
Non lasciamo andare principalmente due tipi di esperienze: quelle che ci hanno ferito e quelle che ci hanno reso felici. Le prime le tratteniamo in un tentativo ossessivo di riscrivere il passato, come se ripensandoci continuamente potessimo modificarne l’esito. Le seconde le afferriamo con disperazione, nel timore che possano sfuggirci, trasformando anche la gioia in ansia per la sua potenziale perdita.
Un rumore incessante
Questo attaccamento genera un rumore interiore incessante. È come un sottofondo sempre presente, fatto di pensieri ripetitivi, dubbi e “e se…”. Non è il sano discernimento che precede una decisione, ma un loop mentale che cerca ossessivamente il “più giusto”, il “più vero”, il “migliore”, senza mai trovare pace.
La paura della perdita
La paura della perdita è particolarmente insidiosa. Si insinua anche nei momenti più belli – quell’istante in cui ci rendiamo conto di esserci innamorati coincide spesso con il primo lampo di paura di perdere l’altro. È paradossale: nel momento stesso in cui qualcosa diventa prezioso per noi, iniziamo a temerne la perdita.
Il vero silenzio interiore può nascere solo quando impariamo l’arte del lasciar andare. Non è una resa, ma una forma di saggezza: comprendere che la vita è flusso, che il cambiamento è inevitabile e che la nostra resistenza ad esso genera solo sofferenza. I giapponesi lo hanno capito bene con la pratica dello Shinrin-Yoku, il “bagno nella foresta”: immergersi nella natura per ritrovare quella quiete che nasce dall’accettazione del fluire naturale delle cose.
L’arte del lasciar andare
Lasciar andare non significa dimenticare o non dare importanza. Significa piuttosto trovare un modo nuovo di essere in relazione con le nostre esperienze: custodirle senza aggrapparci, amarle senza possederle. Solo così possiamo aprirci a quel silenzio interiore che non è vuoto, ma spazio di possibilità e rinnovamento.
Gli ostacoli al lasciar andare
Il primo ostacolo è l’illusione del controllo. Aggrapparci ai pensieri, alle emozioni, alle situazioni ci dà l’impressione di poter controllare la vita. È come stringere sabbia nel pugno: più la stringiamo, più ci sfugge, eppure continuiamo a stringere. Lasciare andare significa accettare la nostra vulnerabilità, ammettere che non possiamo controllare tutto. E questo ci terrorizza.
Poi c’è l’identificazione. Spesso confondiamo ciò che ci è successo con ciò che siamo. Le ferite, i traumi, i successi diventano parte della nostra identità. Come potremmo lasciar andare qualcosa che percepiamo come parte essenziale di noi? La paura è che, lasciando andare, potremmo perdere pezzi di noi stessi.
Il terzo ostacolo è il senso di sicurezza che ci danno i nostri schemi mentali, anche quando sono dolorosi. Le nostre preoccupazioni, i nostri rimpianti, le nostre paure diventano una zona di comfort. Sono familiari, prevedibili. Lasciarli andare significa avventurarsi nell’ignoto, e l’ignoto fa paura.
La paura, infatti, è il grande architetto di queste resistenze. Paura del vuoto che potrebbe seguire al lasciar andare. Paura di perdere i punti di riferimento. Paura di scoprire chi saremmo senza il peso di ciò che portiamo. Paura che, lasciando andare il dolore, potremmo perdere anche i ricordi preziosi ad esso legati.
Ma forse l’ostacolo più insidioso è la convinzione che lasciar andare significhi arrendersi, perdere qualcosa. In realtà, è proprio questo attaccamento che ci fa perdere il presente, la vita che scorre mentre noi siamo occupati a trattenere il passato o a temere il futuro.
Il paradosso è che solo quando accettiamo questi ostacoli, quando li riconosciamo senza giudicarli, inizia il vero processo del lasciar andare. Non è una battaglia da vincere, ma un abbraccio da sciogliere dolcemente, un pugno che si apre non per perdere, ma per ricevere.
L’arte di perdere
L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.
Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.
Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato).
Questa è la prova. È evidente,
l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare (scrivilo!) un vero disastro.
{Elizabeth Bishop — L’arte di perdere}
© Nicoletta Cinotti
