
Premetto che questa è una recensione bislacca che più che raccontare un libro (non voglio spoilerare) racconta il dialogo che ho fatto con questo libro e, forse, almeno nell’intenzione, va al di là del semplice giudizio, “bello/brutto” che molti cercano nelle recensioni.
Ho iniziato a leggerlo perché parla di tradimento e, in particolare, di una condizione di tradimento che una persona che seguivo aveva vissuto: un problema di salute estremo e improvviso che impedisce i contatti con il tuo amante. Il libro nasce qui: Valeria ha una relazione con Martin da 25 anni: sono amanti perché lui è sposato e non ha intenzione di separarsi dalla moglie, né prima né dopo la nascita dei loro tre figli.
Un aneurisma manda Martin in coma irreversibile. Si trova nella casa di famiglia per gli ultimi giorni della sua vita e Valeria trova un espediente per entrare in casa e andare da lui ogni giorno. Visto che la moglie è pittrice le commissiona il suo ritratto e così tra queste due donne e i figli di Martin si sviluppa un’intimità sempre più stretta che avrà una conclusione stupefacente e prevedibile insieme.
Questo l’abbozzo del libro, senza dilungarmi nella trama che, per me ha avuto tre piani di lettura. Il primo piano sono i segreti. Di quanti segreti abbiamo bisogno per vivere? E perché pretendiamo di tenere segrete ai bambini cose che, prima o poi, verranno a scoprire? Siamo sicuri che il segreto protegga loro o cerchiamo semplicemente di proteggere la nostra immagine?Non si tratta solo di segreti come bugie o omissioni, ma di quella particolare architettura di silenzi che costruiamo nelle nostre vite. Il libro esplora come ogni personaggio porti con sé un bagaglio di non-detti, creando un intreccio di verità nascoste che, come radici sotterranee, nutrono e al tempo stesso soffocano le relazioni.
Il secondo piano è la morte che aleggia sulla vita di tre personaggi del libro. Una morte non come fine ma come catalizzatore di nuove connessioni e significati che spinge, chi sopravvive, a trovare qualcosa. Se la morte ci toglie qualcosa abbiamo bisogno che la vita ci restituisca qualcos’altro per andare avanti. Mi sono chiesta perché non ho chiesto nulla in cambio alla vita per la morte di mia madre. Certo è che, con quell’assenza, io parlo quasi ogni giorno
Infine il doppio: una doppia vita, due coppie di gemelli, una coppia di sorelle, una specie di infinita duplicazione di personaggi. Lo stesso ritratto è un doppio tra realtà e visione della realtà. Perché, in fondo, tutti noi ci relazioniamo con un alter ego che diventa misura della nostra identità. Mi sono chiesto chi è il mio alter ego ma non ho saputo rispondere. Ed è questa mancanza di risposta che mi fa dire che questo libro vale la pena di leggerlo, proprio perché non è un libro che offre risposte, ma uno strumento per esplorare le nostre domande più profonde. È un romanzo che sfida il lettore a guardare oltre la superficie delle relazioni umane, interrogandosi sulla natura dell’identità, dell’amore e della verità.
La scrittura della Bernardini, precisa e evocativa insieme, costruisce un’atmosfera di tensione emotiva che non deriva tanto dagli eventi narrati, quanto dalla progressiva rivelazione delle verità nascoste dei personaggi. Ogni scena è come una pennellata sul ritratto più grande che il libro sta componendo: quello della complessità delle relazioni umane.
Ilaria Bernardini, Il ritratto, Mondadori Ed.
Della stessa autrice avevo recensito, Il dolore non esiste
© Nicoletta Cinotti 2025 Addomesticare pensieri selvatici
