
Mi rendo conto che questa è una strana recensione. Nasce da una grande passione per Emmanuel Carrère, un autore che ho letto e — come mi capita con gli autori che amo — riletto molte volte. Così, quando è uscito Kolchoz (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco), il primo giorno di presenza del libro in libreria io ero lì, pronta ad acquistarlo.
Ho cominciato a leggerlo con la mente ancora piena dell’ultimo Carrère che avevo attraversato, V13, e mi aspettavo qualcosa di simile: una scrittura nitida, molto legata ai dati, capace di comunicare implicitamente ciò di cui parla. Invece sono entrata subito nella linea verticale — prima quella della madre, poi quella del padre — e ho cominciato a sentire tutto il peso dell’eredità di questa famiglia di aristocratici russi fuggiti in Francia negli anni della rivoluzione. E, per contrasto, la semplicità quasi banale della famiglia paterna.
Un esordio che ti taglia le gambe
Come mai Carrère decide di partire da questa storia familiare così ricca, così difficile, così piena di nomi incomprensibili? Perché al momento della morte del padre trova un archivio dettagliatissimo di tutto ciò che è venuto prima. E credo che sia stato proprio questo esordio — che mette il lettore in un tale affaticamento — il suo modo di farci sentire, dall’interno, come il padre poteva vivere quel matrimonio: un matrimonio felice solo fino a un certo punto, e poi una lunga convivenza da separati in casa accanto a una donna che, se anche forse ha smesso di amare, non ha mai smesso di ammirare.
Per chi scrive c’è una regola d’oro, la stessa regola per tutti, saggisti come autori di narrativa: la prima parte falla vincente, falla entusiasmante. Ecco: la prima parte di Kolchoz ti taglia un po’ le gambe.
Il libro vero, il libro avvincente, comincia forse nel momento in cui inizia la storia tra la madre di Carrère — Hélène Zourabichvili, che il mondo conoscerà come Hélène Carrère d’Encausse — e il padre. Quella parte l’ho amata moltissimo. Come ho amato le pagine in cui Carrère, testimone privilegiato, descrive la guerra russo-ucraina: una guerra che la madre, storica della Russia e docente a Sciences Po, non aveva assolutamente previsto. Anzi, quello fu il primo scivolone importante della sua carriera: pochi giorni prima dell’invasione aveva dichiarato che Putin era un uomo razionale, che non avrebbe mai invaso l’Ucraina. Pochi giorni dopo, l’invasione cominciava. (E anche in questa occasione la madre seppe trasformare uno scivolone in una quasi vittoria: «Se non l’ho previsto io, chi avrebbe potuto prevederlo?»)
Da lì il racconto prosegue con l’ascesa pazzesca di questa donna, che diventa membro — e poi segretaria perpetua — dell’Académie française e colleziona un numero impressionante di titoli e onorificenze, francesi e russe. E con l’ampio spaccato sull’invasione dell’Ucraina, di cui Carrère offre la prospettiva di un lettore lucido, davvero interessante.
Una madre inafferrabile
Questa prospettiva ci permette anche di capire perché Carrère ha scelto questa strada per raccontare la sua storia familiare. L’ha scelta perché la madre è una figura complessa, per certi versi inafferrabile: una donna che, quando rompe il rapporto con il marito, cambia anche il modo di stare in relazione con i figli. Una madre che sa essere vendicativa: per due anni non rivolgerà la parola a Emmanuel, per punirlo di aver scritto Un romanzo russo, il libro in cui rivela un pezzo doloroso della storia della sua vita. Ma il libro apre anche una domanda, per me interessantissima: com’è essere il figlio maschio di una donna realizzata professionalmente più del marito? Quanto toglie alla maternità la crescita professionale? Come sei vista e amata se la tua immagine pubblica è così grande da nascondere quella privata?
La stranezza di questa recensione
E qui arriva la stranezza. Sono arrivata alla fine di Kolchoz e non mi rassegnavo all’idea di non essere riuscita ad amare questo libro, di cui pure, in alcuni punti, coglievo la grandezza. Allora ho fatto una cosa che a volte faccio con i libri che amo molto: sono andata a prendere l’audiolibro. E lì, con la voce di Gaetano Bruno, ho capito la bellezza dell’affresco che Carrère ha cercato di rendere con una scrittura il più possibile nitida.
Ci facciamo un’idea della madre e del padre di Carrère non perché lui ce li descriva dettagliatamente, ma perché ci riporta il modo in cui hanno vissuto. Lascia che sia il dato della realtà — raccolto da un figlio innamorato forse, ma anche critico verso questa donna capace di grandissima freddezza e determinazione — a parlare. Lascia che sia l’implicito a farci capire il tessuto familiare in cui è cresciuto. Com’è importante leggere l’implicito e quanto si perde se ci si ferma all’esplicito!
Un libro alla Tolstoj
Ho letto parecchie recensioni, e alcune dicono che Carrère avrebbe perso l’occasione di scrivere un capolavoro. Secondo me, invece, Carrère ha scritto un libro alla Tolstoj. Un libro come questo è quanto di più vicino, nella letteratura francese, ci sia a Guerra e pace: un grandissimo affresco che racconta più di un secolo di storia tra la Russia e l’Europa. La guerra che l’attraversa è quella russo-ucraina, ma non solo: è il collaborazionismo del nonno di Emmanuel, è la guerra civile della rivoluzione russa, è la fragilità di tutti i paesi che confinano con la Russia. E, come dice Emmanuel Carrère, dovremmo essere grati agli ucraini perché lottano anche per la nostra libertà, la fragile libertà dell’Europa.
Infine questo libro ci lascia inermi davanti a una verità che riguarda tutti: si può amare un genitore, essere amati come figli, e avere comunque vissuto in una famiglia in cui l’amore rimane irraggiungibile.
Con grazia, grinta e gratitudine, Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
