
Come sai in questa rubrica faccio recensioni anche di libri usciti da molto tempo. Questo librino ne è un esempio ma ha una storia così bella che è ancora oggi attuale. I quaderni di Luisa è uno dei cassetti del Piccolo museo del diario ed è uno degli undici documentari prodotti da Nanni Moretti e Angelo Barbagallo, I Diari della Sacher, tutti tratti dalle storie raccolte nell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, presentati alla Mostra del cinema di Venezia nel 2001 e al Festival di Locarno nel 2002.
Questo diario potrebbe sembrare simile a tanti altri ma ha tre elementi che lo rendono unico.
Il primo elemento è che Luisa è semi-analfabeta. Il diario è pieno di errori grammaticali e ha una sintassi povera, fatta di elenchi eppure dimostra una cosa importante: se la grammatica è legata alla cultura e alla scolarizzazione, esercitare la sintassi ci permette di riordinare, mentalmente, quello che viviamo. Questo è lo sforzo che Luisa compie durante tutto il diario: riordinare gli eventi, dargli un senso e cercare un interlocutore.
Questo è il secondo elemento, centrale nel mindful writing, e centrale anche qui: il diario è, da subito, trattato come un alter-ego. Una parte di lei più saggia e compassionevole, capace di offrirle quella comprensione che manca assolutamente sia tra le mura domestiche che nella famiglia d’origine.
Infine nel diario, e nel suo rapporto con il diario, Luisa agisce diverse parti della sua personalità prima di arrivare a sviluppare una parte matura e consapevole del proprio valore. È una donna che ha vissuto abbandoni e questo la spinge a bruciare i primi dieci anni del diario. Consapevole dell’atto auto-lesivo che ha fatto, metterà la sua foto sui quaderni per trattenersi dal ripetere la distruzione. Agisce, con il fuoco, il suo tentativo di esiliare una parte di lei, quella che vuole continuare a sperare che ci sia una possibilità diversa di vita.
Con la foto intimidisce il suo protettore reattivo, quello che l’ha spinta alla distruzione precedente. Il diario, anche se inanimato, funziona davvero come partner genitoriale per la sua crescita: è grazie ai dialoghi che intrattiene con il diario che la sua consapevolezza cresce fino a darle la forza di realizzare quello che desidera: interrompere il matrimonio e vivere una vita autonoma, anche economicamente, indipendente dal marito. Lo fa con una fuga rocambolesca, durante la notte, per scappare a una delle aggressioni fisiche del marito violento e, soprattutto, privo di capacità riflessiva.
Questo è il regalo che la scrittura fa a Luisa (e a chiunque scriva in maniera dialogica): le permette di sviluppare dis-identificazione e riflessione. Luisa non è più solo la donna picchiata ma è anche la donna che vede la donna picchiata e che, proprio per questa distanza, può “pensare” una fuga.
È bellissima la storia della pubblicazione perché quando Luisa vince il premio Pieve nel 1994 sceglierà di non ritirarlo, temendo la reazione violenta del marito che, forse, nella sua istintività, aveva capito che quel diario era un vero amante. Lo ritirerà dopo quattro anni, quando è ormai al sicuro nella sua nuova vita (che poi sicuri non si è mai!). Qui vorrei aprire una parentesi: per molte persone scrivere e pubblicare sembrano essere azioni consequenziali. Non ha senso scrivere se non per pubblicare ma sono due azioni con un movimento interiore molto diverso: scrivere è riflettere, pubblicare è esporre. Potremmo non pubblicare mai quello che abbiamo scritto ma la cura attraverso la scrittura avviene comunque. E, inoltre, nel momento in cui scriviamo, diventiamo editore di fronte a noi stessi.
Come per la meditazione non ci sono errori da temere: non è importante la grammatica. È importante quella sintassi che si svela e rivela parti sconosciute di noi man mano che scriviamo. È la sintassi che permette di comprendere se la persona che parla ha avuto una relazione d’attaccamento sicura o ansiosa con i genitori e, di converso, con sé stessa. È lo scrivere che permette di riparare gli errori delle relazioni d’attaccamento. Questo è il potere guaritivo del mindful writing o del journalizing come alcuni lo chiamano. Non è lo scrivere in sé che è sufficiente: è quello sguardo riflessivo così simile alla meditazione che attiva, nutre e cura.
© Calendario di “Scrivere storie di guarigione”
Lunedì 16 Settembre alle 19,30 online, per il gruppo di pratica Sati, una riflessione tra “Genitori di sè stessi” e “Scrivere storie di guarigione”.
Martedì 17 Settembre alle 18 online, un webinar “Aspettando Diparola Festival” su “Scrivere storie di guarigione”.
Genova, Venerdì 20 Settembre alle 18, Libreria Mondadori, via XX Settembre 27R, Presentazione di “Scrivere storie di guarigione”con Raffaele Mastrolonardo
Bologna, Lunedì 23 Settembre alle 18, Libreria Zanichelli, Piazza Galvani 1, Presentazione di “Scrivere storie di guarigione” con Elisa Roda
Lunedì 30 Settembre alle 11.15 diretta IG, Scrivere storie di guarigione, con Lisa Massei
