
Nei giorni difficili, quando una frontiera incombe,
sembra che si debba decidere
e gli eserciti della mente si radunano
e partono a rotta di collo
verso l’orizzonte,
e fanno tanto di quel rumore
che la voce sommessa del cuore
viene coperta,
e sollevano tanta di quella polvere
che l’ancora della compassione perde presa.
Più veloce galoppano gli eserciti,
più lontano sembra l’orizzonte,
più accidentato il sentiero
e più torbida l’aria polverosa,
e inciampiamo in sassi innocenti
e calpestiamo piante innocenti
e spaventiamo greggi che pascolavano quiete,
facendole disperdere
e trascinandole nel nostro tumulto.
Ma se riusciamo a convincere l’orda
a rallentare un poco
— che fermarsi un momento aiuta
invece di ostacolare —
forse possiamo sederci sul ciglio del sentiero
e lasciare che la polvere si posi
e il rumore si spenga.
E in qualche modo ci ritroviamo
dove abbiamo bisogno di essere
— cioè qui —
e possiamo gettare di nuovo l’ancora.
E quando, dal silenzio,
la voce sommessa del nostro cuore parla,
ha tutte le risposte di cui abbiamo bisogno.
Rachel Holstead Creative Commons
