
In questi giorni sono dentro alla parola distanza. per tante ragioni. Per l’incontro che condividerò il 2 Ottobre, a Chiavari, per l’intervista che mi ha fatto Annamaria Anelli per il suo podcast sul distacco (trovi qui Parole per conoscersi), per un’ultima intima ragione. Da quando mio padre è morto lo vedo con sguardo diverso.
Ho creduto – in maniera un po’ superficiale – che fosse sentimentale guardare alle persone che non ci sono più in maniera positiva. Una sorta di tardiva riparazione di ciò che, nella relazione vissuta, non aveva funzionato.
Adesso, a distanza di due mesi dalla sua morte, capisco di più e meglio, la nostra relazione. Capisco la sua scelta di non interferire portata – mi sembrava – avanti ad oltranza. Vedo la funzione di equilibratore che aveva per mia madre. Io che l’ho sempre accusato di non difendermi mai da lei ho capito che mi difendeva nell’unico modo in cui questo era possibile: abbassando i toni, non reagendo, non alimentando i fuochi sempre pronti a riaccendersi sotto la cenere.
Non riuscivo a vedere tutto questo quando eravamo vicini. Ho trovato tra le sue carte una lettera in cui mi raccontava qualcosa della sua scelta di stare in una distanza che non alimentasse il conflitto. Vedo tutto questo ora, ora che ho una distanza più ampia.
Perché è così, forse non solo per me: abbiamo bisogno di trovare la giusta distanza per guardare alle cose. A volte distanza e tempo si danno la mano e ci permettono di mettere a fuoco quello che, visto troppo da vicino, ci pare solo un terribile errore. Tempo e distanza però non bastano: abbiamo bisogno del confine disegnato dal cambiamento, dalla fine, Dalla consapevolezza che ogni momento è unico. Da questa unione inscindibile tra vita e morte presente in ogni respiro e in ogni momento. Facciamo finta che la vita finisca quando moriamo: la vita inizia e finisce continuamente, ad ogni respiro.
Così la pratica ha assunto un’altra qualità. Per quel periodo di silenzio metto a fuoco la distanza con cui guardare a me stessa, alla mia vita. Guardando dentro di me riesco a “vedere vicine” cose che tengo lontane, a vedere con un senso diverso della prospettiva cose che tenevo tanto vicine da sfuocarle. Questa messa a fuoco non la faccio io: la fa il mio respiro. O meglio la porta ritmica del mio respiro. Del tuo respiro. Del nostro respiro.
Vorrei alzarmi presto un’altra mattina, almeno.
E andare al mio posto con un po’ di caffè, per mettermi in attesa.
In attesa di vedere quel che accadrà. Raymond Carver
Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro
© Nicoletta Cinotti 2020 Pratiche informali di ordinaria felicità
