
Essere sposata da quasi quarant’anni potrebbe far pensare che io abbia la ricetta segreta per un rapporto duraturo. In realtà, non saprei dire con certezza cosa faccia funzionare una relazione – forse è un insieme di fattori difficili da definire. Tuttavia, attraverso la mia esperienza personale e professionale, ho potuto osservare da vicino cosa accade quando un rapporto giunge al termine.
Ci sono tre dinamiche principali che emergono durante la fine di una relazione, spesso intrecciandosi tra loro in modi complessi:
Innanzitutto, la mente viene catturata in un vortice ossessivo. I pensieri circolano continuamente intorno all’altra persona, talvolta alimentati dall’immaginazione di scenari dolorosi che amplificano la sofferenza. È come se la mente non riuscisse a liberarsi da questa spirale di pensieri.
Poi emerge un sentimento paradossale di vergogna. Nonostante non ci sia nulla di cui vergognarsi nella fine di una relazione, questa emozione si insinua profondamente, come se il fallimento del rapporto fosse una conferma della nostra inadeguatezza.
Infine, si manifesta un dubbio corrosivo che mette in discussione tutto: dalla propria autostima (“Cosa c’è di sbagliato in me?”) alla capacità di costruire future relazioni (“Non mi fiderò mai più di nessuno”).
Questi stati mentali condividono una caratteristica fondamentale: creano una stagnazione emotiva che ci trascina sempre più in profondità proprio quando avremmo bisogno di emergere e andare avanti.
Non esistono soluzioni miracolose, ma ho scoperto che imparare a “lasciar essere” , accogliere, può fare una differenza significativa. Questo approccio si manifesta in diversi modi:
L’accettazione autentica è fondamentale. Quante volte cerchiamo di modificare noi stessi o il partner per far funzionare una relazione? Questo può prolungare artificialmente il rapporto, ma spesso porta a una conclusione più traumatica.
Lasciar essere, accogliere significa vedere l’altro per quello che è realmente e chiedersi con onestà: “Posso accettare questa persona così com’è?” Se la risposta è no, occorre avere il coraggio di prendere decisioni appropriate.
Elaborare il dolore richiede un equilibrio delicato. Sentire la sofferenza è necessario, ma non dobbiamo permetterle di trasformarsi in una palude di rimuginazioni sterili. Il movimento – fisico e mentale – diventa cruciale: la meditazione, l’attività fisica, il ballo possono essere potenti alleati. Al contrario, l’isolamento sul divano e l’uso compulsivo del telefono diventano nemici del nostro benessere.
Infine, accettare la natura ciclica della vita è essenziale. Ogni cosa ha un inizio e una fine – infatti, sto raccogliendo, metaforicamente, firme per eliminare la parola “sempre” dalle favole. Lasciar essere significa accettare questa verità senza alimentare ulteriormente il dolore con reazioni eccessive o tentando di alleviare la propria sofferenza causando dolore agli altri.
In conclusione, lasciar essere significa rimanere in contatto con la propria essenza sia nei momenti di vittoria che in quelli di perdita. Significa mantenersi vivi anche quando non ci sentiamo forti, sviluppando quella preziosa qualità che è la resilienza emotiva. È in questa flessibilità che risiede una forma di grazia particolare, una capacità di fluire con le correnti della vita mantenendo intatta la propria identità.
Pratica di mindfulness: Lasciar andare
© Nicoletta Cinotti 2025 Inverno: accogliere
