
La storia dietro la formazione per istruttori MBSR che porteremo a Genova
Sabato dovevo fare una diretta a due voci con Maria Beatrice Toro. Dovevamo presentare insieme la nostra formazione, quella a cui lavoriamo da mesi. Avevo preparato tutto: la scaletta, i punti, la divisione dei ruoli. Sono una un po’ strutturata, lo sapete.
Maria Beatrice non è riuscita a connettersi.
L’ho invitata, rinvitata, ho accettato richieste, ho guardato notifiche che mi dicevano soltanto che non poteva partecipare. E a un certo punto, davanti alle persone che aspettavano, ho fatto l’unica cosa che so fare in questi casi. Ho detto ad alta voce quello che stava succedendo: inizio la diretta sul tema, continuo a invitare Maria Beatrice, e nel frattempo me ne sto con la frustrazione di non poterla ospitare. Una frustrazione che si era già verificata altre volte, peraltro. Frustrazione ripetuta per frustrazione ripetuta, prima o poi verrà superata.
Poteva sembrare un modo elegante di salvare la situazione. Non lo era. Era la pratica, quella vera: non quella che facciamo sul cuscino quando tutto è tranquillo, ma quella che ci viene chiesta quando la scaletta salta e restiamo da soli davanti a un imprevisto, con un piccolo pubblico che guarda. Così, invece della presentazione a due voci, è venuta fuori un’altra cosa. È venuta fuori una storia. E siccome le storie improvvisate sono spesso più oneste di quelle preparate, ve la racconto anche qui.
Una storia d’amore, anche se è una parola scandalosa
Ho iniziato a praticare meditazione moltissimi anni fa, e mindfulness nel 2003, con il protocollo MBCT. Allora si diceva che prima di fare una formazione bisognava praticare per almeno tre anni, e io sono stata abbastanza fedele: nel 2005 sono andata negli Stati Uniti a formarmi con Zindel Segal, uno degli ideatori del protocollo MBCT. Quando ho fatto la formazione con il Center for Mindfulness — che oggi non esiste più — eravamo quindici italiani in tutto ad aver completato la formazione. Un gruppo avventuroso direi e antisignano
E l’ho fatta come faccio le cose io. Da convinta e anche un po’ da ossessiva. Quando mi innamoro di qualcosa sono da una parte fedele e dall’altra, appunto, un po’ ossessiva. Poi l’attenzione si apre e non rimane un’ossessione per tutta la vita. Però questa pratica è stata, ed è tuttora, molto dominante nella mia vita.
Lo dico con molta onestà: non sarei chi sono oggi se non avessi incontrato la pratica. Soltanto la pratica mi ha permesso di ammorbidire i miei bordi acuti. E sono bordi ancora acuti: proprio sabato mattina, meditando, è come se avessi visualizzato la mia parte più antica e ho sentito quanto è ancora in modalità sopravvivenza, quanto ho ancora da lavorare perché quella modalità si trasformi in un approccio più amorevole nei confronti della vita.
Ecco perché dico che è una storia d’amore, anche se è una parola un po’ scandalosa da usare per un metodo, per un protocollo. Ma le storie d’amore si riconoscono da questo: danno forma alla vita. Questa ha dato forma alla mia.
Perché sono rimasta fuori così a lungo
Chi mi segue da tempo sa che dalla formazione degli istruttori mindfulness me ne sono stata fuori per anni. Un po’ per una difficile esperienza come didatta in una scuola di specializzazione, un po’ perché la commistione tra passione e professione mi metteva a disagio. La formazione è una strada delicata: passi dall’avere persone che si sono innamorate della pratica ad avere persone che ci vedono anche un’opportunità professionale. Ed è lì che rischia di commercializzarsi.
Sono rimasta fuori, ma sono rimasta dentro. Ho continuato a studiare, ad approfondire, a meditare, a costruire il mio stile. Un mio stile che parte da un punto fermo: sono un’insegnante di mindfulness che rimane, prima di tutto, una psicologa. Non sono un guru, e non sono tanto predisposta ad amare i guru. Ho un’unica grande passione nella vita, che è curare. Mi occupo di mindfulness perché sono profondamente convinta che sia una profonda modalaità di cura: la liberazione di cui parla la meditazione io l’ho vista da psicoterapeuta, ed è liberarsi dal male oscuro che a volte ci attraversa. E l’illuminazione è quella luce che ti dà insight su di te.
Se non ora, quando?
Poi quest’estate mi sono fatta la mia consueta domandona: se non ora, quando?
Mi è successa una cosa simile a quella che mi successe quando aprii il blog, nel 2012. Mi ero accorta che il mio computer era pieno di cartelle e di file, pieni di cose interessanti che stavo tenendo chiuse, e che questo non aveva senso. Ecco, adesso mi sento nella stessa situazione: i miei quarant’anni di pratica, e i più di venti di Maria Beatrice, è un peccato che rimangano chiusi nelle stanze in cui lavoriamo.
La collaborazione con Maria Beatrice Toro è pluriennale — per molto tempo ho insegnato Mindful Parenting nel suo training per istruttori — e condivide con me proprio quell’approccio psicologico alla mindfulness. Niente guru. Una scuola di specializzazione riconosciuta dal MIUR che dà il patrocinio. E una passione comune per la self-compassion e per il parenting, che nella formazione diventerà anche lavoro sul reparenting: la consapevolezza che dentro di noi ci sono parti infantili a cui è stato chiesto di fare le protettrici, e parti critiche che raccolgono frammenti di una storia familiare precedente perfino alla nostra nascita. Parti che ci perseguitano e, nello stesso tempo, ci vogliono proteggere.
Quello che desidero, e ormai posso dirlo, è avere degli eredi. Non tanto in senso materno ma persone che colgano che la pratica di mindfulness può essere una base fondamentale per gli interventi di cura, qualunque sia il loro lavoro: psicoterapeuti, insegnanti, educatori, coach, chi si occupa di persone.
Le cose concrete
La formazione sarà a Genova, da gennaio 2027, in tre blocchi intensivi dal giovedì alla domenica — gennaio, marzo, maggio — sia residenziale che online, a numero chiuso, perché vogliamo dare molto spazio alla supervisione. Ci saranno i crediti ECM per gli psicologi e il riconoscimento della FederMindfulness. Da metà settembre troverete online tutte le informazioni per partecipare; iscrizioni e procedure saranno seguite dalla segreteria della scuola di Roma.
Ma non scrivo questo post per le cose concrete. Lo scrivo perché sabato, in quella diretta zoppa, ho capito una cosa. Volevo presentare una formazione e mi sono ritrovata, per colpa di un problema tecnico, a fare esattamente quello che quella formazione vuole trasmettere: stare con quello che c’è, anche quando quello che c’è è una frustrazione ripetuta, e scoprire che da lì può nascere qualcosa di più vero della scaletta che avevamo preparato.
Se volete ascoltarla, la diretta — improvvisazione, frustrazione e storia d’amore comprese — la trovate qui:
[▶️ VIDEO — Se non ora, quando? La storia dietro la formazione MBSR a Genova]
E se sentite che questa storia parla anche a voi, tenete d’occhio i prossimi aggiornamenti. Fidatevi di ciò che vi fa innamorare.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo MBSR online
