
In questa settimana mi sono accorta di aver fatto un errore. Un errore legato a una mancanza di consapevolezza: credevo che una persona fosse in un certo luogo rispetto a me — in senso emotivo, relazionale — e invece le cose non stavano per niente così. Avevo di quella persona un’immagine statica, mentre la realtà era molto più dinamica. È stato come un ribaltamento.
Ho lavorato tutta la settimana per digerirlo prima di parlarne. Ho deciso che quello era esattamente la diretta di stamattina. Perché l’errore, quello vero, ancora caldo, è il materiale migliore per parlare di trasformazione.
C’è un’altra storia che porto con me. Una paziente ha attraversato in quest’anno e mezzo una grossa crisi relazionale — qualcosa che non avrebbe mai pensato le sarebbe successo – una cosa dolorosa, difficile da attraversare. Nella seduta di ieri, spontaneamente, ha cominciato a fare un elenco di tutte le cose che quella situazione difficile le ha permesso di fare. Cambiamenti che non avrebbe mai avuto il coraggio e la motivazione per portarli avanti senza quell’evento. E quasi stupita da sé stessa ha proprio detto: non avrei mai avuto il coraggio di fare questi cambiamenti se non ci fosse stata quella situazione.
Ecco l’energia dell’errore che prende forma in una serie di azioni e trasforma la realtà. Non è un processo di riparazione: è un processo di cambiamento.
L’etimologia come primo indizio
La parola errore ha due significati, derivati dal latino. Il primo è quello che conosciamo tutti: sbagliare strada, deviare dalla rotta. Il secondo è meno ovvio: errare significa anche vagare, pellegrinare, esplorare luoghi che non si conoscono.
Molti degli errori che ci colpiscono di più nascono dal fatto che la realtà rompe le nostre aspettative. Non riesco a trovare una parola più adatta di “rompere” perchè in quei momenti è proprio come se si rompesse qualcosa fuori e dentro di noi. Ci immaginavamo che le cose fossero in un certo modo — e invece, come in uno shock, ci rendiamo conto che non lo sono. Questo tipo di errore si accompagna quasi sempre a una delusione. Ma la delusione, etimologicamente, è il venire liberati da un’illusione. Possiamo anche vederla così.
In greco questo concetto aveva un nome preciso: hamartia. Aristotele lo usa nella Poetica per descrivere l’errore dell’eroe tragico. Non un vizio morale, non malvagità, ma un errore di giudizio, un fallimento del bersaglio. E dice qualcosa di straordinario: la tragedia più bella non nasce dalla caduta di un malvagio, ma dall’errore di un uomo fondamentalmente buono, migliore dell’ordinario.
Senza l’errore non c’è storia. L’hamartia è il motore di ogni arco narrativo.
I due momenti cruciali
Aristotele individua due passaggi nella struttura dell’errore. Il primo è la peripeteia — il capovolgimento: le aspettative si invertono, la realtà si rivela diversa da quella che pensavamo. Il secondo è l’anagnorisi, il riconoscimento: vedere quello che è successo, capire dove si è sbagliato.
La domanda degli eroi tragici non è perché proprio a me? È: dove ho sbagliato?
Questa seconda domanda è quella che apre lo spazio alla trasformazione. Non è ruminazione, non è restare nel pensiero circolare di quello che è andato storto. È il riconoscimento pulito, privo di punizione. È la consapevolezza che nella mindfulness chiamiamo seeing clearly: vedere con chiarezza, senza fuggire e senza amplificare.
E Aristotele aggiunge la catarsi. Non è solo piangere. È uscire trasformati da quello che è successo. Trasformati e non peggiorati.
Il cervello impara dall’errore
Le neuroscienze usano un’espressione precisa: segnale di predizione. Il cervello impara quando nota una discrepanza tra quello che si aspettava e quello che è accaduto. Non impara dalla conferma. Impara dalla sorpresa, dall’incongruenza, dall’errore.
È straordinario che nella storia di Eva — la nostra progenitrice — il desiderio di conoscere produca l’errore fatale. Lei vuole capire, mangia la mela, e da quel momento comincia la storia. L’errore è fertile. L’apprendimento nasce sempre da una discrepanza.
Carol Dweck ha studiato bambini di fronte a problemi troppo difficili. Alcuni crollano: l’errore diventa un verdetto su di loro, sulla loro intelligenza, sul loro valore. Altri rispondono con curiosità: la prossima volta farò meglio. La differenza non è nel talento: è nel modo in cui interpretano l’errore.
Il fixed mindset dice: ho sbagliato, quindi sono sbagliata. Il growth mindset dice: non so ancora fare questa cosa, ma voglio provarci.
Il potere della parola ancora. Non ormai, che chiude tutto, che identifica il passato con il futuro. Ma ancora, che lascia aperto uno spazio. Quello che questo errore mi ha insegnato, e che non avevo ancora capito, mi rende più libera.
Non identificarsi con la vittima (Se non ti senti vittima saltalo)
Gisèle Pelicot e Andrev Walden — due libri che ho riletto questa settimana pensando a questo tema — hanno qualcosa di fondamentale in comune. Entrambi hanno preso un treno in faccia. Lei, la scoperta di chi era davvero suo marito. Lui, il susseguirsi di figure paterne ostili nell’infanzia. Eppure nessuno dei due si è identificato con il ruolo di vittima.
Questo è il primo e più importante elemento: se vogliamo che l’errore abbia tutta la sua capacità trasformativa, è fondamentale non rimanere intrappolati nell’identità di chi ha subìto. Possiamo provare dolore, è inevitabile, e spesso è giusto. Ma il dolore non deve diventare l’unica risposta possibile.
Quando siamo nel ruolo di vittima, coltiviamo un mindset rigido in cui non c’è riparazione. Adottiamo una psicologia causa-effetto: è successa una cosa difficile, quindi non ne uscirò, quindi non posso cambiare. L’identità di vittima ci tiene fermi.
Uscire dal ruolo di vittima non è negare il dolore. È fare la domanda giusta: cosa faccio adesso con tutto questo?
I due tipi di speranza
Ne parlo in La gioia ribelle perché è uno dei temi che le persone mi portano più spesso. Si comincia una terapia, un percorso, una relazione con la speranza che le cose vadano in un certo modo. E quando non vanno così, la speranza crolla.
Ma esistono due tipi di speranza diversi.
La speranza-attesa che aspetta un risultato preciso. È orientata a un punto fisso nel futuro. Quando quel punto non arriva, si trasforma in scoraggiamento, in disinvestimento, a volte in cinismo. È quella che crolla con l’errore.
La speranza-orientamento — quella che Snyder chiama hope agency — non ha bisogno di un risultato definito. Sa cambiare strada. Quando trova un ostacolo, entra in relazione dinamica con quell’ostacolo. Ha una capacità produttiva, generativa. Non aspetta: si muove.
L’errore distrugge la speranza-attesa. Ma non distrugge la speranza-orientamento. Se lasciamo andare la prima — e questo è il lavoro, il vero lavoro — possiamo attivare la seconda.
Pema Chödrön dice che in tibetano le parole speranza e paura condividono la stessa radice. Perché speriamo solo quando c’è incertezza. E l’incertezza fa paura. La speranza-orientamento è quella che riesce a stare nell’incertezza senza aver bisogno di risolverla in fretta.
Strumenti di consolazione
Un amico neurologo mi ha raccontato una cosa che penso spesso. Lui lavora con persone che hanno avuto ictus o traumi cranici. Mi diceva: guarda due TAC che ti fanno immaginare la stessa prognosi, poi incontri le due persone e sono completamente diverse. Un danno cerebrale apparentemente grave può essere ben compensato; uno apparentemente minore può avere effetti enormi. Cos’è che fa la differenza? Il modo in cui la persona sta dentro il trauma.
Questo, in senso fisiologico, è l’energia dell’errore.
Ma c’è una condizione: per trasformare il dolore in apprendimento, abbiamo bisogno di strumenti di consolazione. La consapevolezza — la mindfulness — serve a vedere chiaramente quello che è successo. Ma se non siamo in grado di darci anche conforto per il dolore che quell’errore porta con sé, non riusciremo a imparare da esso. Resteremo fermi nella visione accecante del momento di consapevolezza senza la capacità di muoverci.
La paziente di cui parlavo all’inizio ha fatto entrambe le cose: ha visto il dolore, non lo ha negato, e allo stesso tempo ha trovato il modo di consolarsi e di muoversi. Dopo un anno e mezzo, dice: quell’evento ci ha tolto da una situazione di stasi che non permetteva a nessuno dei due di crescere.
Questo è un atto di straordinaria libertà.
Il riconoscimento privo di punizione
Spesso gli errori fanno vergognare perché ci rendiamo conto di essere stati ingenui. Io per esempio faccio molti errori di ingenuità. Mi immagino che l’altro sia più animato da buone intenzioni di quanto non sia. Non sono una stratega e a scacchi perdo. La mia forza è la sincerità, non la tattica. Ed essere sinceri non depone a favore di alcuna strategia
Per molto tempo mi sono sentita imbarazzata rispetto a questa mia caratteristica. Poi ho capito che quella sono io. E che se imparo a voler bene a quella parte di me — quella bambina sincera e poco strategica — posso anche sviluppare una capacità che non ho ancora: quella di vedere le cose da più punti di vista.
Il riconoscimento dell’errore non è ruminazione. Non è vergogna. Non è punizione nei confronti dell’altro o di sé stesse. È vedere quello che è successo — con chiarezza e con gentilezza — e poi fare la domanda giusta: cosa voglio fare con questo?
Wislawa Szymborska ha scritto una poesia che si intitola Le tre parole più strane. La cito spesso perché mi sembra che dica qualcosa di preciso su quello che siamo:
Quando pronuncio la parola futuro, la prima sillaba già va nel passato. Quando pronuncio la parola silenzio, lo distruggo. Quando pronuncio la parola niente, creo qualcosa che non entra in alcun nulla.
Ogni errore è così. Nominarlo cambia già qualcosa. Il vederlo, il riconoscerlo, il non fuggirlo: questo è già il primo movimento dell’energia che si libera.
Nascere una volta sola non basta. Ogni errore, se lo guardiamo davvero, è un’occasione di ricominciare. Non perché sia bello. Ma perché ci porta fuori dalla rotta e fuori dalla rotta c’è qualcosa che non avremmo trovato restando ferme.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026 Dalla mindfulness alla heartfulness
