
Il paradosso che trasforma la psicoterapia
Quando parlo di accettazione in terapia, vedo spesso nei miei pazienti quello stesso sguardo: una miscela di diffidenza e resistenza. “Dottoressa, ma se accetto, non significa che mi rassegno? Non è un invito alla passività?”
Questo malinteso è così diffuso che merita di essere affrontato con chiarezza: l’accettazione non è rassegnazione. È esattamente l’opposto.
Il meccanismo insidioso del giudizio
Viviamo costantemente attraverso il filtro del giudizio. Questo mi piace, questo no. Questo è giusto, questo è sbagliato. E quando giudichiamo qualcosa come “negativo” – sia un nostro aspetto che una caratteristica altrui – scatta un meccanismo insidioso: trasformiamo automaticamente la nostra preferenza nella convinzione di avere ragione.
Il non-giudizio non significa fingere che tutto ci piaccia ugualmente. Significa riconoscere ciò che ci piace distinguendolo da ciò che non ci piace, ma senza l’automatismo del “quindi devo eliminarlo”.
Quando giudichiamo negativamente un aspetto di noi o dell’altro, rischiamo di perdere proprio la motivazione alla cura. Come se ciò che riceve una valutazione negativa fosse qualcosa di cui dobbiamo liberarci, estirpare, combattere.
Ma la verità è un’altra: forse proprio perché è un aspetto che non apprezziamo, richiede ancora più cura.
L’invito alla curiosità
Il non-giudizio non è indifferenza. È curiosità verso il flusso della mente senza combatterlo.
C’è una famosa leggenda Cherokee che illustra bene questo punto. Un anziano racconta al nipote della battaglia interiore tra due lupi: uno cattivo (invidia, risentimento, orgoglio) e uno buono (compassione, gioia, verità). “Quale vince?” chiede il nipote. “Quello che nutri”, risponde il nonno.
Questa storia rivela la chiave: la consapevolezza non giudicante della presenza di entrambi. Non neghiamo il lupo cattivo. Riconosciamo la verità della loro coesistenza, e scegliamo quale nutrire.
La storia permette subito di svelare la chiave di questo processo: è la consapevolezza non giudicante, della presenza di entrambi, la verità della loro coesistenza e un’accettazione onnicomprensiva che permette di aprire la porta all’emergere dei sentimenti positivi, senza negare la presenza degli elementi negativi.
I cinque passi dinamici dell’accettazione
L’accettazione passa attraverso cinque passi che non sono affatto statici. Sono così dinamici che possiamo accorgerci dove il nostro andare si arresta, in cerca di qualche ragione per dire che non ne vale la pena.
1. Calmarsi e rallentare
Prima di tutto, usciamo dall’urgenza. Il respiro è il nostro alleato. Ogni respiro – come ci insegna la pratica meditativa buddhista – è un’opportunità per tornare al presente, indipendentemente da quanto la mente si sia distratta nel momento precedente.
2. Riconoscere e nominare
Dare un nome a ciò che proviamo crea distanza, crea spazio. “Questo è vergogna.” “Questo è autocritica.” “Questo è paura del giudizio altrui.” Nominare è già un primo atto di consapevolezza.
3. Tollerare
Riuscire a stare con ciò che abbiamo riconosciuto, senza doverlo immediatamente modificare o eliminare. È forse il passo più difficile. Siamo così abituati a voler risolvere, aggiustare, cambiare.
4. Prestare attenzione
Con curiosità, non con ostilità. Cosa mi sta dicendo questa parte di me? Di cosa ha bisogno? Come ci ricorda la tradizione contemplativa, portiamo consapevolezza momento per momento all’esperienza di essere in relazione con noi stessi.
5. Fare spazio
Lasciare che questa parte esista nel campo della consapevolezza, insieme a tutte le altre. Non relegata, non segregata, ma presente.
Impermanenza: la promessa nascosta nel dolore
Il concetto buddhista di impermanenza (anicca) può apparire inizialmente come una fonte di ansia. Se tutto cambia costantemente, come possiamo costruire stabilità?
Eppure, è proprio questa impermanenza che rende possibile la trasformazione. Una relazione ferita non è condannata a rimanere tale. Un pattern problematico non è scolpito nella pietra.
Come scrive la poetessa Jane Hirshfield:
“Niente dura”
Quanto è amaro il pensiero che accompagna ogni perdita
“Niente dura”
È anche una promessa di conforto
Pena e speranza tengono i due capi della corda
Figlie gemelle dell’impazienza
Thich Nhat Hanh ha sviluppato una pratica chiamata “iniziare di nuovo” specificamente pensata per le relazioni. Non si tratta di risolvere completamente i problemi passati, ma di creare le condizioni per un nuovo inizio nell’istante presente.
Ogni momento contiene in sé la possibilità di ricominciare.
Accettazione radicale: andare alla radice delle cose
Jon Kabat-Zinn parla di accettazione radicale: quella che va alla radice delle cose, che prende per vere le cose così come sono e si regola di conseguenza.
“Accettazione non significa rassegnazione passiva, neanche forzando il significato della parola. Vuol dire il contrario, piuttosto: ci vuole un’enorme quantità di forza morale e di motivazione per accettare ciò che è – specie quando non ci piace – e poi operare saggiamente ed efficacemente al meglio delle proprie possibilità nelle circostanze in cui ci si trova e con le risorse che si hanno a disposizione, interiori ed esteriori, per mitigare, guarire, riorientare le cose, cambiare ciò che può essere cambiato.”Jon Kabat Zinn
Questa accettazione richiede coraggio. Ci vuole forza per accettare ciò che è – specialmente quando non ci piace – e poi operare saggiamente nelle circostanze in cui ci si trova.
È difficilissimo riconoscere e lasciar cadere le storie che ci raccontiamo su “come dovrebbero stare le cose”, o su chi sia la colpa perché le cose non stanno in quel modo. Ma se adottiamo un atteggiamento di accettazione radicale ci diamo la possibilità di percepire nelle cose una loro verità più profonda.
Il paradosso del cambiamento
Ed eccoci al cuore del paradosso: abbandonando il desiderio di essere qualcosa di diverso da ciò che siamo, sperimentiamo il cambiamento.
Un compito importante della terapia mindfulness based consiste nell’aiutare i pazienti ad abbandonare i loro tentativi di manipolazione di sé per muoversi verso l’accettazione.
Quando scegliamo di vedere le cose in modo più saggio e accurato, di conoscerle e accettarle per quelle che sono, si modifica già la dinamica della realtà. Spesso ne conseguono cambiamenti interessanti, che sono possibili solo perché vediamo una verità più profonda che prima ci restava nascosta: la storia che ci raccontavamo riusciva a chiuderci i sensi troppo bene perché vi potesse entrare qualcosa d’altro.
Dalla vergogna alla compassione
Molti di noi vivono con un critico interiore feroce. Tutti sperimentiamo, a diversi livelli, un senso di vergogna o inadeguatezza, che può emergere quando pensiamo di venir giudicati dagli altri o semplicemente di non “essere abbastanza”.
Comunemente queste sensazioni si accompagnano con una forma di autocritica e di attacco nei confronti delle parti di noi che percepiamo come insufficienti. Piuttosto che sentire sostegno, gentilezza ed entusiasmo per noi stessi e per le nostre difficoltà, proviamo rabbia, delusione, frustrazione e auto-condanna.
Quando falliamo, quando deludiamo, quando non siamo all’altezza, questo critico si scatena:
La vergogna ci dice: “C’è qualcosa di sbagliato in te. Sei indesiderabile.”
L’autocritica ci attacca: “Avrei dovuto fare meglio. Cosa c’è in me che non va?”
Ma questi non sono pensieri – sono l’espressione cognitiva di rabbia, frustrazione e condanna verso noi stessi. Sono emozioni travestite da idee.
I tre rischi della vergogna
La vergogna presuppone il sentirsi vicini a un’immagine di sé che non vogliamo avere. E non vogliamo avere quell’immagine di noi perché la identifichiamo con la minaccia di rifiuto, di perdita o di marginalizzazione.
Quando siamo vulnerabili alla vergogna, rischiamo tre reazioni:
1. Attaccare se stessi: emergono pensieri come “Avrei dovuto fare meglio. Cosa c’è in me che non va? Perché sono così? Perché non ho insistito?”
2. Attaccare gli altri: la delusione e il gap tra la realtà che vorremmo vivere e quella che ci ritroviamo a vivere ci porta a percepire gli altri come minaccia. “Perché non mi ha capito? Perché non ha fatto quella cosa che sa che mi è necessaria?”
3. Rinunciare: la sensazione emotiva che emerge è quella di sentire affondare il proprio cuore nella rinuncia. “Non c’è più niente da fare. Faccio sempre errori. Le cose non vanno mai come dovrebbero per me.”
Nessuna di queste risposte è compassionevole. Né verso noi stessi, né verso gli altri.
Il passo indietro compassionevole
Una delle cose che può essere utile in queste situazioni è fare un passo indietro e riconoscere la qualità del flusso dei pensieri. Provare a focalizzarsi sul respiro, ri-centrare la propria attenzione ed equilibrare i pensieri con alcune domande:
Davvero questo cambia tutta la mia vita?
Tra una settimana, un mese, un anno, rimarrà traccia di questo episodio?
Questo accade solo a me?
Avevo l’intenzione di produrre un fallimento?
Dipende solo dal mio comportamento?
Come reagirei se fosse successo a un amico?
Probabilmente, verso un amico, la nostra critica lascerebbe il posto a comprensione e sostegno.
Lasciare spazio mentale a queste domande può portare un senso di maggior calore, gentilezza e compassione verso noi stessi e verso gli altri.
Le resistenze come alleate
C’è un altro cambiamento di paradigma che l’accettazione ci chiede: smettere di combattere le nostre resistenze.
Già nel 1941 Fenichel affermava: “L’analisi deve sempre procedere secondo il livello che in quel momento è accessibile all’io. Quando un’interpretazione non ha efficacia ci si chiede spesso: ‘Come avrei potuto dare un’interpretazione più profonda?’ Spesso però il problema andrebbe posto in maniera più corretta: ‘Come avrei potuto interpretare in maniera più superficiale?'”
Prima ancora Reich, attraverso l’analisi del carattere, aveva avanzato l’ipotesi che le resistenze costituissero una protezione contro il pericolo psichico, fornendo al terapeuta informazioni essenziali rispetto al modo di funzionare nella realtà del paziente.
Questo significa che la resistenza è una parte del Sé con la quale è essenziale imparare a collaborare e ad allearsi.
I sé multipli
Nella psicologia buddhista, a cui la tradizione mindfulness fa riferimento, l’esperienza di un Sé unitario e statico è considerata un’illusione. La storia dei due lupi afferma anche la presenza dei “sé multipli” dove la coscienza ha la funzione di una coalizione di diversi stati del sé.
Considerare questi stati come sub-identità offre parecchi vantaggi:
Patologizza meno i sintomi, considerandoli aspetti parziali e non identitari
Rende possibile conoscere e nominare parti di noi
Consente di rispondere in maniera differenziata a bisogni che possono sembrare contraddittori
Lascia sempre attiva una parte sana, capace di curarci
Alcuni aspetti del Sé vengono tenuti fuori dalla coscienza attraverso aspetti dissociativi. Non esiste un Io che reprime gli impulsi inaccettabili ma piuttosto una direzione sistemica dell’attenzione che distoglie da quegli aspetti dell’esperienza del Sé che riteniamo inaccettabili.
La terapia consiste nell’integrare differenti parti del Sé e nel portarle a un dialogo reciproco attraverso la consapevolezza.
Il corpo non mente
L’accettazione non può essere solo “pensata”. Deve essere sentita.
Sotteso al tema dell’accettazione è il ruolo chiave delle resistenze che costruiscono il nostro modo di funzionare nella realtà. In questo alveo si comprende l’attenzione centrale ai processi corporei che ci permettono di riconoscere le nostre contrazioni fisiche, che sono sia modi di ridurre la consapevolezza, che aspetti corrispondenti a contrazioni mentali da esplorare.
Il principio di identità funzionale mente-corpo, di origine reichiana, afferma che a ogni stato corporeo corrisponde uno stato mentale e quindi a una contrazione cronica nel corpo, corrisponde una contrazione cronica nella mente, uno schema maladattativo di risposta.
Il lavoro sull’accettazione quindi non può prescindere da un lavoro corporeo perché, altrimenti, il rischio è che l’accettazione sia una scelta “pensata” ma non “sentita”.
Come ci ricorda la meditazione: non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede solo di rimanere presenti, di dimorare nella nostra imperfetta realtà. E in quella dimora, con compassione e comprensione, la paura si trasforma in coraggio.
L’integrazione tra Oriente e Occidente
Il dialogo tra le tradizioni contemplative orientali e la psicologia occidentale ha prodotto approfondimenti preziosi sul tema dell’accettazione. Approcci contemporanei come la Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno (ACT) e la Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) hanno incorporato elementi della filosofia buddhista, adattandoli al contesto clinico occidentale.
Nella ACT, l’accettazione è intesa come la disponibilità a sperimentare pensieri ed emozioni difficili senza tentare di modificarli o evitarli, permettendo così di agire in direzione dei propri valori anche in presenza di esperienze interiori spiacevoli.
Nella DBT, sviluppata da Marsha Linehan (che ha studiato pratiche zen), troviamo la dialettica tra accettazione e cambiamento come principio fondamentale: è necessario accettare completamente la realtà presente mentre simultaneamente ci si impegna per il cambiamento.
Questi approcci occidentali condividono con il Buddhismo l’enfasi sull’accettazione come via di trasformazione, ma presentano alcune differenze significative. Nelle tradizioni buddhiste, l’accettazione è inseparabile dalla comprensione dell’impermanenza e della non-separazione; non è semplicemente una strategia per gestire il disagio, ma un riconoscimento della natura fondamentale della realtà.
L’integrazione di queste diverse prospettive può arricchire notevolmente la nostra comprensione delle dinamiche relazionali e terapeutiche. Possiamo attingere alla chiarezza metodologica degli approcci occidentali per sviluppare pratiche concrete che facilitino l’accettazione, mentre incorporiamo la visione buddhista dell’interconnessione per espandere la nostra comprensione di cosa significhi veramente accettare l’altro nella sua complessità e continua evoluzione.
La locanda che siamo
Voglio chiudere con le parole di Rumi, che meglio di me sanno descrivere cosa significa davvero accogliere ogni parte di noi:
Questo essere umano è una locanda.
Ogni mattina un nuovo arrivo.
Una gioia, una depressione, una cattiveria,
una consapevolezza momentanea arriva
come un visitatore inatteso.
Dà il benvenuto e intrattieni tutti!
Anche se sono una folla di dolori,
che violentemente spazzano la tua casa
vuota dei suoi mobili,
tratta ogni ospite onorevolmente.
Potrebbe starti preparando
per qualche nuovo piacere.
Il pensiero oscuro, la vergogna, la malizia,
incontrali alla porta ridendo,
e invitali ad entrare.
Sii grato per chiunque venga,
perché ognuno è stato mandato
come una guida dall’aldilà.
Che possiate, come quella locanda, imparare a incontrare ogni ospite alla porta ridendo. Anche il pensiero oscuro. Anche la vergogna. Anche la paura.
Perché ognuno porta con sé un insegnamento. Ognuno merita cura.
E l’accettazione – quella vera, radicale, coraggiosa – è il modo in cui apriamo quella porta.
© Nicoletta Cinotti 2025 Il protocollo MBCT online in early bird fino al 23 Ottobre
